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Distanziati dal Coronavirus

4 minuti di lettura

Xavion era ancora in età da scuola elementare quando a Dicembre è volata dalla Nuova Zelanda all’Australia per trascorrere del tempo insieme a suo padre, un australiano ormai da anni divorziato dalla madre tedesca, emigrata in Nuova Zelanda. Il piano era di passare l’estate (secondo l’emisfero australe) con un genitore prima di tornare nelle braccia dell’altro. Poi la quarantena arrivò, e con essa la chiusura dei confini. Xavion, ancora oggi, non può tornare a casa da sua madre e suo fratello, e la famiglia si sente impotente di fronte agli accadimenti. Peggy e Xavion non sono certo l’unico caso. Il mondo sembra straripare di coppie, famiglie e amici che stanno subendo una separazione dolorosa a causa delle restrizioni sugli spostamenti introdotte in molti paesi per contrastare la pandemia. Come in Oceania, anche in Europa sono centinaia, forse migliaia.

L’Unione europea ha riaperto le frontiere a una quindicina di paesi, ma i confini restano chiusi per i cittadini di altre nazioni, fra cui gli Stati Uniti. Se già non era facile prima, il mondo è diventato una giungla normativa. A complicare la situazione c’è il fatto che le regole cambiano continuamente e sono diverse in base al continente e al paese d’origine o di residenza, ma anche a seconda dello status familiare. Per i conviventi tutto è più difficile. Naturalmente si comprende l’importanza di queste misure per frenare l’epidemia, ma queste regole diventano insopportabili perché si applicano ad alcuni paesi e non ad altri, spesso senza una logica, e soprattutto perché sembrano avere motivazioni politiche. Per capirci qualcosa in questa giungla normativa, i più sventurati pubblicano le loro storie su Twitter con l’hashtag #loveisnottourism. Altri hanno creato gruppi su Facebook con nomi come “coppie separate dalle restrizioni sugli spostamenti” o “aggiornamento sulle restrizioni”, per scambiarsi le ultime informazioni disponibili, ma anche consigli su come aggirare i vincoli. Molti escono dallo spazio Schengen per quattordici giorni nella speranza di poter entrare negli Stati Uniti. Si consiglia grande prudenza rispetto a questa strategia, dato che la pandemia continua a evolversi, e si potrebbe incontrare il rischio di rimanere bloccati in un paese straniero. Per le persone che vivono una separazione l’incertezza è alla base del loro dramma: non sanno quando potranno tornare a casa e non sanno cosa troveranno quanto le frontiere saranno riaperte, se avranno ancora un lavoro e se l’attività commerciale che hanno lasciato sarà ancora praticabile. Non si possono fare progetti.

Per chi ha investito la propria esistenza in un paese straniero i tempi sono duri. I paesi sembrano giocare un gioco malato basato sull’assurda necessità di riportare tutti i cittadini al loro paese d’origine. “Tutti alla propria tana”, sembra la tendenza generale delle nazioni come se gli immigrati non fossero un pilastro fondamentale nelle proprie relative economie. Negli Stati Uniti in molti dipendono dalle decisioni per lo più basate su un miscuglio di propaganda e istinto dell’imprevedibile presidente (non di meno sposato a una immigrata europea), il quale ha chiuso il paese ai possessori di alcuni visti di lavoro, per proteggere gli impieghi degli statunitensi. Il coronavirus non sembra c’entrarci niente. In Australia non ci si comporta da meno. Solo i cittadini australiani e qualche altra eccezione hanno potuto ricevere dei sussidi statali. Il paese ha invitato tutti coloro che avevano un visto temporaneo a lasciare il paese, se non fossero stati in grado di mantenersi da soli con i propri fondi. Non solo. Sebbene Australia e Nuova Zelanda si comportano come un’alleanza solidale in tempi normali, la regola ha riguardato anche i cittadini neozelandesi che hanno vissuto per meno di dieci anni nell’altro paese. Quindi, ad esempio, un cittadino neozelandese che aveva lavorato e pagato tasse in Australia per nove anni, in Australia non sarebbe stato coperto dai sussidi governativi.

Nel frattempo la Nuova Zelanda non ha giocato al ribasso. Non solo il paese si è preso cura dei suoi cittadini, ma anche degli immigrati che sono diventati  ridondanti a causa della pandemia. Le misure finanziare sono state messe in atto in pochi giorni e i sussidi vengono ancora distribuiti: il governo paga l’80% del salario e il datore di lavoro il rimanente 20%. Questo aiuto economico ha reso possibile rimanere coesi e coerenti nella attuazione della quarantena e non ha fermato l’economia. Questa generosità ha reso possibile liberarsi del Coronavirus a livello nazionale. Per essere un paese così giovane, si è reso capace di dare l’esempio. Eppure, anche in questo paradiso socio-politico le frontiere contano. Se non si è residenti o cittadini neozelandesi non è possibile rientrare nel paese. Per ora si sono rallentati gli arrivi di coloro che potevano perché si è rischiato di riportare il virus nel paese. Se si è immigrati temporanei, non lo si può lasciare se non assumendo il rischio di non tornarci per anni. Per coloro che non rientravano nella categoria fortunata, potrebbero volerci mesi, se non anni, per essere riconciliati con le persone care. Non solo, per chi è residente, ma proviene da un altro paese, la possibilità di ottenere un nuovo lavoro è pressoché nulla. La prima domanda ai colloqui di lavoro è diventata: “sei un cittadino neozelandese”? Se un datore di lavoro volesse assumere qualcuno che non possiede la cittadinanza, dovrebbe dimostrare di avere cercato un impiegato kiwi per un minimo di due settimane.

Per moltissimi c’è la preoccupante prospettiva di un mondo in cui il Coronavirus sarà sempre presente e in cui i paesi potrebbero improvvisamente chiudere le frontiere agli stranieri in caso di un’impennata dei contagi. Una prospettiva che stravolge le vite e mette in pausa i progetti di espatrio e di una comunità globale. Per la generazione presente, scoprire la realtà delle frontiere e l’impossibilità di viaggiare è traumatico. Le complicanze date da questa pandemia sollevano una questione scottante: non dovremmo forse liberarci dalle frontiere? Se un’altra crisi sanitaria dovesse accadere, non vorremo essere sicuri di non rimanere separati dalle persone che amiamo? Le nazioni non sono una realtà universale, e bisognerebbe ricordare che sono state create solo qualche secolo fa. Ci danno una falsa idea di sicurezza e finiscono per distanziarci. La categoria immigrati tanto discussa sembra sempre riferirsi agli “altri”, ma ora che parte degli “altri” sono anche i nostri cari, dovrebbe venirci la voglia di mettere in discussione la necessità di riconoscere le frontiere.

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