C’è un modo di dire popolare a cui andrebbe restituito il valore profondo di una filosofia di vita: “Lascialo crogiolare nel suo brodo”. È l’elogio dell’attesa. Anziché ribattere, intervenire o accanirsi nel tentativo di convincere l’altro, la scelta più saggia è, a volte, lasciar stare. Le cose si sistemano da sole (o forse no), ma l’attesa è comunque preferibile al dispendio di energie necessario per cambiare la testa di chi non vuole cambiare.
Lo stile dell’attesa vince quasi sempre sull’accanimento, a qualsiasi livello di responsabilità, censo o ideologia. La storia, in fondo, fa il suo corso anche senza che noi pretendiamo di deviarlo a tutti i costi. Aspettare che la carne cuocia da sé può persino sorprenderci: il cibo risultante potrebbe rivelarsi migliore di quello che avremmo preparato con tempo, lavoro e tenace impegno.
Arrendersi, in alcuni casi, è preferibile al lottare. Quando non si riesce a ottenere qualcosa con l’intelligenza e la tenacia, meglio lasciar perdere e cercare nuovi orizzonti. È l’invito ad affidarsi al destino anziché farsi travolgere da esso, come insegnava Seneca. Del resto, persino un corpo inerte possiede una sua energia potenziale, per il solo fatto di essere materia.
Einstein diceva che “Dio non gioca a dadi”, convinto che l’universo seguisse un disegno rigoroso. Anni dopo, Stephen Hawking perfezionò quell’aforisma con fulminante ironia: “Non solo Dio gioca a dadi, ma a volte li getta dove non possiamo vederli”.
Eppure, anche in questo apparente azzardo cosmico, ciò che ci sorprende e sembra sfidare la logica risponde a un’equazione nascosta: se non la spieghiamo oggi, la spiegheremo in futuro. C’è una rassicurazione profonda in questo: di fronte all’imprevedibilità della sorte, esiste comunque un ordine trascendente – o una semplice formula matematica – che darà significato a ciò che ora non comprendiamo. Dietro un evento traumatico c’è sempre un perché.
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