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Altri Cannibali

4 minuti di lettura


il film d’esordio di Francesco Sossai, il regista di Città di Pianura

In questi giorni nelle rassegne cinematografiche estive è stato di nuovo proiettato il film di esordio di Francesco Sossai, il regista di Città di pianura, che ha avuto un gran successo di pubblico e di critica ed è stato l’inizio di quella Veneto wave che sta contaminando il mondo culturale italiano e non solo.

Il film Altri cannibali, del 2021, è stato prodotto dalla Deutsche Film- und Fernsehakademie di Berlino, l’accademia in cui il regista ha conseguito il diploma in regia, e girato interamente in Veneto, tra Sedico e Valmorel (frazione di Limana).

Racconta di Fausto, orfano di padre e con un rapporto conflittuale con la madre,che lavora da vent’anni come operaio in una valle industriale del Veneto. Un giorno va alla stazione per accogliere Ivan, un giovane dottorando in filosofia di Padova che ha conosciuto su internet e non ha mai visto prima. L’unico momento di gioia di Fausto è stata la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio del 1982; l’uomo, oppresso da un impiego ripetitivo e schiacciato da una vita privata desolante, vuole conoscere il sapore della carne umana. Ivan, invece, vuole dare un senso all’esistenza attraverso il sacrificio di sé. I due hanno un accordo segreto che potrebbe soddisfare i desideri di entrambi.

Il film è stato generalmente accolto molto bene dalla critica che l’ha definito «imperdibile» e «sorprendente», «un film che non cerca lo scandalo, ma la verità nascosta nel gesto più banale», lodandone in particolare «la romanticizzazione del quotidiano, che non sfocia mai nello stucchevole, ma rimane aderente alla realtà di provincia».

Ed infatti ha ottenuto i seguenti riconoscimenti: 2022 Vancouver International Film – Vanguard Award; 2022 Tallin Black Nights Film Festival- Migliore opera prima e sempre nel 2022 ha ricevuto la menzione speciale all’Edera Film Festival, quasi una precognizione del futuro successo Città di Pianura.

Con Altri cannibali, Francesco Sossai fa un passo più deciso verso l’abisso della geografia sociale italiana, arrivando ai centri abitati ancora più piccoli, soffocanti e dimenticati: i paesini ai piedi delle montagne del Veneto. E lo fa con un film in cui lo stile, e soprattutto il suo legame concreto con ciò che racconta, così acclamato in Le città di pianura, era già ben visibile.

Prima ancora della luce, Sossai si concentra sul suono: Altri cannibali comincia con il rumore assordante delle macchine della fabbrica, che si scontra con il silenzio ancora più intenso degli uomini che ci lavorano. Ci sono poi le urla della madre di Fausto, amorevoli e aggressive, disperate nel richiedere l’attenzione e l’amore del figlio, angosciate a tal punto da diventare un mezzo di controllo sull’altro.

Il dolore dell’anziana diventa un mezzo per costringere il figlio che, per lo più, ascolta in silenzio. In un solo momento Fausto prova debolmente a difendersi dalle accuse della sorella: «Voi non provate a capire la mia vita, la giudicate e basta».

Nel quadro di famiglia rientra anche la figura di un «bravo papà, ottimo marito» con una dipendenza da alcool che ha finito per costargli la vita, lasciando una ferita aperta in chi gli è sopravvissuto.

Il rapporto con la famiglia per Fausto è totalizzante: nonostante sia disfunzionale, costituisce l’unico suo vero legame. Non ci sono amori, non ci sono amici. Lo dirà la madre di Fausto quando lui e Ivan si uniscono per un pranzo a base di baccalà e polenta: «Fausto non mi ha mai presentato i suoi amici». Forse perché di amici non ce ne sono mai stati.

Se in Le città di pianura l’amicizia è l’ultima spiaggia, l’unico vero motivo per cui vale la pena vivere, l’appiglio che salva dal baratro, nei paesi di Altri cannibali c’è solo un grande senso di solitudine. Quella solitudine che ti porta a conoscere una persona online a cui ti unisce un desiderio macabro: scoprire che gusto hanno le persone.

Ivan e Fausto si uniscono attraverso un destino lugubre, eppure, la loro è probabilmente la relazione più vicina a un’amicizia che Fausto abbia mai provato. Nei giorni della loro missione assassina imparano a conoscersi tra difetti e ossessioni: la sbadataggine di Fausto, l’ossessione per la morte di Ivan; le birre e i consigli.

È sempre Ivan a risolvere involontariamente il bandolo della matassa che è la vita di Fausto, nel momento in cui si rende conto, con un misto di rabbia e disprezzo, che Fausto non ha davvero intenzione di uccidere una persona per dare sfogo al suo desiderio di scoprirne il sapore: «A te basta immaginarle, le cose».

In una scena esplicitamente risolutiva, Fausto si trova faccia a faccia con il suo demone, proprio come lo spettatore che, seduto in quel bar di montagna, assordato dal canto degli Alpini, è costretto a fare i conti con il proprio senso dell’incompiuto.

Facciamo mille progetti e altrettanti sogni, ma quello che ci importa è scoprire davvero dove ci porteranno? Oppure ci basta l’illusione di una scelta, per avere la sensazione di sentirci soddisfatti?

La domanda di Francesco Sossai non è banale, soprattutto in un contesto come quello dei piccoli paesi del Nord Italia, in cui l’incompiutezza si trasforma in immobilità e l’immobilità, spesso, in distruzione. Che sia dell’altro o di noi stessi, una forza centrifuga imprigiona i suoi abitanti in una sorta di vuoto rarefatto.

Alla fine, Fausto prende atto di quel vuoto e il suo cambiamento non è solo interiore, ma anche nel modo in cui decide di tagliarsi i capelli o di rapportarsi alla sua famiglia. Ancora uno specifico rumore conclude il film. C’è uno scricchiolio da masticazione che proviene dalla bocca di Fausto e che fa rizzare tutti i peli dello spettatore. È un rumore raccapricciante e, allo stesso tempo, è una liberazione dai suoi demoni, dai suoi desideri.

Un film provocante e provocatorio quindi, che ci spinge a fare i conti con noi stessi: con i nostri desideri indicibili, con l’impossibilità di realizzarli, ma con la necessità di sognare per sopravvivere.

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