È la celebre frase del teatro di Eduardo De Filippo quando descrive un’attesa angosciosa. La notte deve passare, e poi al risveglio si vedrà. Ma quando la notte è tormentata, non si dorme; sembra non finire mai.
La notte servirebbe per far riposare il cervello, ma non è mai così quando si termina una giornata di stress e si attende un nuovo giorno con la stessa martellante preoccupazione. È un nodo che si stringe inesorabilmente e che si potrà tentare di sciogliere solo al mattino, se si potrà.
La notte è l’oscurità, quella che tutti temiamo per nostra umana natura. Ho conosciuto un addestratore di truppe specializzate che devono imparare a tollerare la paura in ogni circostanza, soprattutto quando si è da soli e al buio. L’esperienza più traumatica che devono affrontare è stare in una foresta di notte, cercando riparo e riposo. Molti cedono a questa esperienza di “selva oscura”. I rumori minimi sono amplificati, le ombre degli alberi sembrano mostri pronti a sbranare, ogni fruscio a terra appare come un pericolo di vita: una serpe velenosa o un ragno che uccide al primo morso.
È la “notte oscura” di San Giovanni della Croce, che il mistico deve superare da solo; è la notte dell’Innominato nei I Promessi Sposi, che precede la sua conversione. Intanto, però, è notte e non passa mai.
Eppure, se non c’è la tormenta, non ci sarà la quiete che la segue. Una notte senza angoscia non sarà mai seguita dal giorno che dà la sicurezza per affrontare ogni battaglia. Al naufragio segue l’approdo, se prima non si è per sempre perduti.
La fine della notte, per chi sopravvive, è sempre un risveglio sereno e ricco di speranza. Ma se non c’è l’uragano che tutto distrugge e annega, non ci sarà la quiete della fine della tempesta, in cui le onde si ritirano, il vento cessa e tornano a sentirsi i rumori della vita degli animali e degli uomini sopravvissuti.
Per noi umani la notte è un momento di riposo: la distensione facilita il rallentamento organico e arriva il sonno. Ma se c’è il tormento del giorno che verrà, non c’è né sonno né ristoro. Solo angoscia.
Ma la notte passa, anche se lunga, e il risveglio ci porta la quiete che solo la tempesta può dare.
Ecco perché l’esperienza dell’abbandono è un esercizio di libertà. Si apprende dall’abbandono che si resta soli e ci si deve arrangiare. Se non si vive un’esperienza di abbandono, si fatica a sentirsi liberi: incondizionati dagli altri che non ci meritano e dagli eventi che non devono prevalere.
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