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Cinquant’anni fa il disastroso terremoto che distrusse tantissimi paesi del Friuli collinare e pedemontano, portandosi via la vita di circa 1000 persone. La ricostruzione di quei luoghi fu un modello di resilienza e laboriosità ampiamente coadiuvati dalla solidarietà. I radioamatori furono fondamentali per organizzare i soccorsi

Mestre – Eravamo ancora tutti a tavola, mia mamma, mio papà, mio fratello, io e mio marito, giovanissimi sposi. Stavamo finendo di cenare. Improvvisamente un boato e poi tutto intorno a noi, e sotto i nostri piedi, ballava.

Ricordo che eravamo tutti in piedi intorno alla tavola guardandoci con gli occhi sbarrati, per un attimo, poi mio padre urlò: il terremoto, via! Immediatamente eravamo tutti fuori, sulle scale e di corsa, insieme a tutti gli inquilini del palazzo, scendevamo i piani. Per noi erano 4 e mezzo, in genere usavamo l’ascensore.

Il palazzo Cavour di viale Garibaldi ballava ancora mentre stavamo scendendo di corsa e ricordo che andai a sbattere ripetutamente contro il corrimano e poi contro il muro, dalla parte opposta. Quasi in un lampo, eravamo tutti giù.

La tremenda scossa, alle 21 e 12 secondi del 6 maggio 1976, durò 59 interminabili secondi, praticamente un minuto, il più lungo che ricordi.

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I radioamatori

A quell’epoca, non esistevano i cellulari. Esistevano i radioamatori. Così da subito, nelle strade di Mestre, si sparse la notizia che l’epicentro si trovava in Friuli. Gemona, una cittadina che tutti conoscevano, era sulla bocca di tutti. Si cominciava da subito a parlare di decine di morti.

I nostri testimoni di nozze abitavano da quelle parti e noi, preoccupatissimi, andammo a casa di un nostro amico radioamatore per cercare delle notizie rassicuranti. I telefoni, al tempo solo “fissi“, non funzionavano. Solo il giorno dopo riuscimmo a metterci in contatto con i nostri compari di nozze che ci diedero notizie tremende sui paesi e sulle le strade, ma fortunatamente loro erano vivi.

I radioamatori friulani furono i primi a comunicare quanto era accaduto e furono fondamentali per organizzare i soccorsi. Avevano nomi in codice e furono i nostri social.

In pochi minuti, decine di radioamatori friulani, tra cui Tullio YU3UET da Pirano, Giovanni Cominotto I3COP da Portogruaro e Giorgio Sattolo I3SAX da Pagnacco, trasformarono le loro frequenze in una rete d’emergenza. I loro messaggi furono l’unico canale d’informazione disponibile.

L’Orcolat

Il termine del dialetto friulano orcolat è stato usato per indicare il terremoto che 50 anni fa che ha colpito il Friuli, in particolare la zona collinare a nord di Udine e Gemona. La popolazione cercò nei miti ancestrali un modo per elaborare il trauma.

Il terremoto divenne l’Orcolat, un orco o drago mitologico che dorme sotto il Monte San Simeone, tra Cavazzo, Bordano e Trasaghis. I suoi bruschi risvegli erano la spiegazione poetica alla furia cieca della terra. Il poeta e sindacalista Leonardo Zanier divenne la voce della resistenza culturale, usando la lingua friulana come uno scudo contro la disperazione.

Modello Friuli

Il Friuli impressionò il mondo adottando un principio fondamentale: prima la fabbrica, poi la casa, ovvero ricostruire prima il sistema produttivo per assicurare il futuro della regione e scongiurare l’esodo della popolazione. I risultati furono immediati e tangibili: in meno di un anno, oltre il 90% delle 450 imprese colpite era già tornato operativo.

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