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VIDEO | Biennale Arte 2026: “In Minor Keys”, la mostra che ascolta la bellezza che resiste alla tragedia

7 minuti di lettura

La Biennale di Venezia 2026 si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre 2026 (con pre-apertura 7, 8 e 9 maggio) tra Giardini, Arsenale e numerosi spazi diffusi in tutta Venezia. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte nasce sotto il titolo In Minor Keys, progetto curatoriale ideato da Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente nel maggio 2025

VENEZIA. La Biennale ha scelto di realizzare integralmente la mostra così come concepita da Kouoh, insieme al suo team curatoriale e nel rispetto della sua visione, trasformando l’edizione 2026 in un atto di continuità e responsabilità culturale.

Il cuore del progetto è già tutto nel titolo: “le tonalità minori” come linguaggio della resistenza, della fragilità e della rigenerazione. Sono i canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che emergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi. Sono frequenze basse, mormorii, forme di ascolto profondo che diventano strumenti di sopravvivenza emotiva e politica.

La mostra si configura come un arcipelago di “piccole isole” artistiche: spazi di convivenza, giardini, cortili e comunità creative che resistono dentro sistemi globali più ampi. Un progetto che rifiuta la spettacolarizzazione della crisi e propone invece una dimensione sensoriale, rigenerante e relazionale dell’arte.

Una Biennale attraversata dalle fratture del presente

Se la visione curatoriale nasce come gesto poetico e riparativo, la realtà della Biennale restituisce tutt’altro scenario: un’esposizione profondamente segnata dalle tensioni geopolitiche contemporanee.

Davanti ai padiglioni nazionali, il confine tra arte e politica si dissolve continuamente. Il Padiglione Russia è tra i più controversi, presidiato e circondato da forte attenzione mediatica. Poco prima dell’apertura sono passate anche le Pussy Riot, collettivo femminista russo noto per le proteste contro Vladimir Putin, che hanno trasformato lo spazio in una scena simbolica di dissenso.

A pochi metri di distanza, altri padiglioni nazionali raccontano il disastro contemporaneo: il bunker olandese diventa metafora dell’oppressione, quello ceco-slovacco riflette sull’impossibilità di rigenerazione del mondo, mentre l’Austria mette in scena Venezia stessa come città sommersa.

Una mostra globale e iper-politica

I numeri confermano la dimensione espansa dell’edizione: 111 artisti da 110 Paesi, con sette debutti nazionali tra Africa, Oceania e Medio Oriente.

Accanto alla mostra principale, Venezia diventa un sistema diffuso di eventi e installazioni: da Marina Abramović a Anish Kapoor, fino a oltre 150 eventi collaterali, il numero più alto mai registrato.

Il risultato è una Biennale che non si limita più a “rappresentare il mondo”, ma lo assorbe direttamente, restituendone contraddizioni, ferite e disallineamenti.

Fine dei premi tradizionali e crisi dell’istituzione

Una delle novità più radicali riguarda il sistema dei riconoscimenti: per la prima volta i Leoni d’Oro non saranno assegnati da una giuria internazionale, ma dal pubblico.

Una scelta che segna una svolta profonda nel modello della Biennale e che ha già acceso il dibattito sull’autorevolezza critica dell’istituzione.

I padiglioni principali

Italia: “Con te con tutto”, materia, relazione e co-creazione

Il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026 presenta Con te con tutto, progetto che si configura come una chiamata collettiva alla relazione, alla condivisione e a un diverso modo di abitare il mondo attraverso il contatto con il vivente.

Al centro della proposta c’è la materia, intesa come elemento comune di tutto l’esistente e spazio di trasformazione, incontro e contaminazione. L’installazione immagina lo spazio espositivo come un paesaggio in continuo mutamento, in cui opere e visitatori entrano in relazione reciproca.

Le due grandi sezioni del padiglione costruiscono ambienti complementari: una dimensione quasi arcaica, popolata da figure scultoree sospese tra passato e presente, e uno spazio in trasformazione che si sviluppa come architettura aperta, attraversata dal corpo e dallo sguardo.

Il progetto di Chiara Camoni ridefinisce la scultura a partire da gesti quotidiani e materiali domestici, privilegiando la co-creazione rispetto all’autorialità individuale.

Il padiglione diventa così uno spazio di scambio tra corpi, opere e tempi diversi, arricchito da interventi di autori invitati e da un programma pubblico dedicato alla voce come strumento di riconoscimento e relazione.

Francia: come Saturno, il tempo tra memoria e trasformazione

Il Padiglione Francia affidato all’artista Yto Barrada e curato insieme a Myriam Ben Salah, svela il progetto intitolato Comme Saturne che esplora il tema del tempo attraverso la figura mitologica di Saturno. Il lavoro si concentra sul tessuto come materia simbolica e politica, utilizzando tecniche come il “dévoré” per trasformare assenza e alterazione in nuove forme visive. Il padiglione si configura come un laboratorio aperto in cui materia, memoria e trasformazione si intrecciano. L’allestimento, ispirato a Oulipo e Surrealismo, invita a un percorso libero e non lineare. Il progetto dialoga con la visione complessiva della Biennale, fondata sull’idea di “tonalità minori” come linguaggio della resistenza poetica. In questo contesto, il padiglione propone una riflessione più intima e materica sulle contraddizioni del presente.

Gran Bretagna: identità, casa e appartenenza

Il British Council presenta alla Biennale di Venezia 2026 l’installazione Predicting History: Testing Translation di Lubaina Himid per il Padiglione britannico.Il progetto trasforma lo spazio in un ambiente immersivo fatto di pittura, oggetti di recupero e paesaggi sonori, realizzati in collaborazione con Magda Stawarska. Al centro c’è una riflessione su cosa significhi “casa” e appartenenza in un mondo segnato da migrazione, disuguaglianze e continui spostamenti.

I grandi dipinti mettono in scena figure come architetti, costruttori e giardinieri che discutono su come costruire luoghi sicuri e abitabili. Il Padiglione diventa così uno spazio teatrale e narrativo in cui il visitatore è coinvolto emotivamente.Tra accoglienza e inquietudine, suoni e immagini introducono elementi di disorientamento, mentre l’architettura del padiglione viene riletta come spazio di interrogazione sull’identità nazionale.

Ricorrente è il riferimento all’acqua e alla storia marittima britannica, legata ai temi dell’impero e della memoria coloniale, che attraversano l’opera come sfondo critico. Il risultato è un percorso che mette in tensione appartenenza e spaesamento, lasciando aperta la domanda su cosa significhi davvero “casa”.

Austria: Venezia sommersa

Il Padiglione Austria con Seaworld Venice di Florentina Holzinger trasforma lo spazio in un paesaggio allagato tra parco acquatico e rituale post-apocalittico. Performance, corpi, acqua e dispositivi meccanici costruiscono una riflessione radicale su overtourism, crisi climatica e degrado urbano.

L’installazione mette in scena l’acqua come elemento vitale e al tempo stesso contaminato: risorsa naturale, fluido biologico e infrastruttura controllata, in un ciclo continuo che intreccia vita e scarto. Il padiglione assume la forma di un ambiente ibrido tra parco acquatico, impianto di depurazione e spazio rituale.

Una performer occupa lo spazio vivendo in una vasca alimentata dai fluidi corporei dei visitatori, simbolo di un sistema chiuso in cui il rifiuto diventa condizione di sopravvivenza. L’opera riflette così su disuguaglianze e vulnerabilità dentro un ordine globale basato sullo scarto.

Cina: “Dream Stream”, tradizione, tecnologia e immaginazione cosmica

Il Padiglione Cina alla Biennale di Venezia 2026 presenta Dream Stream, progetto curatoriale che prende ispirazione dal pensiero classico e scientifico cinese, in particolare dai Dream Stream Essays di Shen Kuo, testo medievale che unisce riflessioni su scienza, arte e natura.

L’opera richiama l’idea di unità tra uomo e cielo e una visione dell’arte come spazio spirituale in cui culture diverse possono entrare in dialogo, in un tempo segnato da incertezza globale. La pratica artistica viene descritta come radicata nella terra ma capace di muoversi nello spazio del mondo e dell’immaginazione.

Il progetto affronta tre dimensioni: spirituale, tecnologica e culturale. Da un lato l’arte come esperienza emotiva e condivisa; dall’altro come campo attraversato da informazioni frammentate, intelligenza artificiale e sistemi algoritmici.

Al centro emerge una riflessione sull’evoluzione del rapporto tra uomo, natura e tecnologia, sintetizzato nella nuova triade “Cielo, Terra, Uomo e Algoritmi”, che non rompe la tradizione ma la rielabora in chiave contemporanea.

Il Padiglione si configura così come un ambiente immersivo che intreccia pensiero classico e innovazione, proponendo una visione dell’arte come ponte tra radici culturali e futuro tecnologico.

Repubblica Ceca e Slovacchia: il vero eroe tragico della Biennale

Il padiglione ceco-slovacco, The Silence of the Mole, costruisce uno dei racconti più malinconici di questa edizione.

Al centro c’è Mr. M, “l’uomo talpa”: un artista di strada dimenticato, che continua a esibirsi in un mondo immaginario dove gentilezza ed empatia esistono ancora.

Tra installazioni sonore e video, il padiglione diventa il ritratto di una società di persone sole, incapaci di ascoltarsi.

India: memoria, distanza e identità

L’India torna alla Biennale con Geographies of Distance: Remembering Home, una riflessione poetica sul concetto di casa e appartenenza.

Argilla, bambù, ricami e materiali tradizionali vengono utilizzati da cinque artisti contemporanei per raccontare il legame tra memoria, migrazione e identità culturale.

Uno dei padiglioni più delicati e meditativi dell’edizione.

Cile: un’astronave precipitata all’Arsenale

Il padiglione cileno sembra un relitto fantascientifico.

Con Inter-Reality, Norton Maza trasforma il white cube in un ambiente percettivo fatto di corridoi, aperture e corpi inquietanti.

Per entrare bisogna togliersi le scarpe: un gesto minimo che cambia immediatamente il rapporto con lo spazio e costringe il visitatore a rallentare.

Taiwan: un videogioco andato storto

A Palazzo delle Prigioni, Taiwan presenta Screen Melancholy di Li Yi-Fan.

L’installazione mescola videogiochi, avatar deformi, animazioni e ambienti virtuali, creando una sensazione costante di disagio e sorveglianza.

Sembra di entrare in un universo digitale collassato.

Danimarca: la crisi della natalità come spettacolo disturbante

Il padiglione danese affronta il tema del calo delle nascite attraverso pornografia digitale, fertilità artificiale e “gare di sperma” trasformate in intrattenimento.

Things to Come di Maja Malou Lyse mette in scena un futuro in cui sessualità e riproduzione vengono completamente ridefiniti dalla tecnologia.

All’inaugurazione era presente anche Cicciolina.

Canada: le ninfee imperiali e il colonialismo botanico

Il padiglione canadese di Abbas Akhavan appare come una grande serra acquatica.

Le enormi ninfee esposte raccontano però una storia coloniale: importate in Europa durante l’Impero britannico, vennero trasformate in simboli imperiali e strumenti di appropriazione della natura.

Una delle installazioni più eleganti e politiche della Biennale.

Uzbekistan: arte, ecologia e nuova identità culturale

Con The Aural Sea, l’Uzbekistan affronta il disastro ecologico del Lago d’Aral attraverso folklore, installazioni sonore e speculative fiction.

Il Paese utilizza ormai arte, architettura e design come strumenti di ridefinizione della propria immagine internazionale, costruendo una presenza culturale sempre più sofisticata.

Emirati Arabi Uniti: il suono come architettura invisibile

Il padiglione degli Emirati Arabi Uniti, Washwasha, lavora sul concetto di sussurro e paesaggio sonoro.

Video, installazioni e sculture trasformano il suono in elemento fisico, raccontando migrazioni, trasformazioni urbane e tradizioni orali.

Qui non si guarda soltanto: si ascolta.

Il padiglione più assurdo? Si chiama “La Merde”

Il Lussemburgo presenta La Merde di Aline Bouvy, una video-installazione che usa il corpo e l’escremento per riflettere sul concetto di vergogna sociale.

Grottesco, assurdo e disturbante, il progetto trasforma ciò che normalmente viene nascosto in un gesto politico e sovversivo.

Foto a cura di Rossella Sartore

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