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Giovani, devianza e vuoto educativo: la scuola al centro della risposta

2 minuti di lettura

Il CNDDU lancia i “Laboratori di Umanità Urbana” e chiede un Piano Educativo nazionale per prevenire il disagio giovanile e promuovere una cultura della legalità strutturale e trasformativa

LUCCA – Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, di fronte alla recrudescenza della violenza urbana registrata a Milano negli ultimi giorni – con tre episodi distinti, avvenuti in quartieri diversi della città, che hanno visto il coinvolgimento di adolescenti armati e aggressioni brutali per finalità predatorie – richiama l’urgenza di un intervento sistemico che vada ben oltre la risposta repressiva o emergenziale.

Il dato più allarmante non è soltanto la brutalità degli atti compiuti, ma l’età dei responsabili: ragazzi tra i 16 e i 20 anni, alcuni con precedenti, spesso socialmente invisibili, culturalmente disancorati e affettivamente disorientati. Le scienze pedagogiche, la criminologia evolutiva e la psicologia dell’adolescenza ci restituiscono una lettura coerente e inequivocabile: laddove manca un investimento educativo strutturato, dove le reti di prossimità si indeboliscono e la marginalizzazione viene normalizzata, la devianza minorile si fa linguaggio espressivo e strumento di autoaffermazione identitaria.

Non si può leggere questa escalation come semplice devianza individuale: siamo di fronte a un vuoto educativo che si è cronicizzato. È in questa zona d’ombra che prendono forma bande, comportamenti antisociali e l’illusione, tipica dell’età evolutiva non sostenuta da processi formativi adeguati, che il potere coincida con la sopraffazione.

La scuola, in questo quadro, non può e non deve rimanere un’osservatrice passiva. Il Coordinamento propone un’azione integrata e scientificamente fondata, basata sul potenziamento strutturale e sistemico dell’educazione alla legalità come asse trasversale del curricolo scolastico. Non si tratta di una materia aggiuntiva o di eventi episodici, ma di costruire, attraverso un lavoro continuativo e metodologicamente solido, una cultura della norma intesa non come imposizione, ma come strumento di giustizia, tutela e coesione.

In questa direzione, il CNDDU lancia il progetto “Laboratori di Umanità Urbana”, un dispositivo didattico che si articola attraverso percorsi esperienziali integrati e ad alto impatto trasformativo. I laboratori prevedono:

  • moduli interdisciplinari sull’educazione ai diritti umani, alla legalità e alla responsabilità sociale,
  • attività di riflessione narrativa, role playing e giustizia riparativa,
  • coinvolgimento di psicologi scolastici, mediatori interculturali ed educatori di comunità,
  • spazi di parola strutturati per rielaborare tra pari le esperienze e le emozioni,
  • progetti civici territoriali (murales, podcast, interventi negli spazi urbani) finalizzati a restituire protagonismo positivo ai giovani.

Il potenziamento dell’educazione alla legalità non deve essere ridotto a slogan o campagne sporadiche: occorre un’azione curricolare formalizzata, obbligatoria e valutabile, capace di collegare i temi della giustizia, della convivenza civile e della responsabilità individuale ai vissuti concreti degli studenti. Educare alla legalità significa costruire il senso del limite, promuovere l’empatia, riconoscere l’altro come portatore di pari dignità. Significa rendere visibili le connessioni tra norma e libertà, tra regola e tutela, tra collettività e autodeterminazione.

Per questo chiediamo con forza che il Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli Uffici Scolastici Regionali, le amministrazioni locali e le forze educative del territorio costruiscano insieme un Piano Educativo per la Legalità e la Prevenzione del Disagio Giovanile, dotato di risorse, formazione specifica per i docenti e continuità triennale. Solo così sarà possibile passare dalla gestione episodica dell’allarme sociale a una vera politica educativa nazionale, capace di affrontare la questione giovanile in tutta la sua complessità.

Milano, oggi, ci consegna una realtà dura ma non immodificabile. È ancora possibile trasformare il disagio in possibilità educativa, il rancore in consapevolezza, la fragilità in risorsa formativa. Ma ciò richiede una volontà politica chiara: considerare la scuola non come un presidio residuale, ma come il primo spazio pubblico in cui si costruisce la cittadinanza.

Il tempo dell’analisi è finito. Occorre agire.

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