Si sente parlare spesso di intelligenza artificiale. Benché il termine sia stato coniato nel lontano 1955 da John McCarthy e prima di lui Alan Turing (ricordate il film “Enigma” tratto da una storia vera ambientata nella seconda guerra mondiale ?) avesse elencato i requisiti perché una macchina potesse essere considerata artificialmente intelligente, a tutt’oggi manca una definizione che ce la renda interpretabile in modo univoco e applicabile a tutti i campi.
Alcuni autori preferiscono affermare che l’intelligenza artificiale (IA nella dizione italiana e AI in quella anglosassone) “sia una scienza e un insieme di tecniche computazionali che vengono ispirate –pur operando tipicamente in maniera diversa- dal modo in cui gli esseri umani utilizzano il proprio sistema nervoso e il proprio corpo per sentire, imparare, ragionare e agire». È questa la definizione che ne fornisce ad esempio l’Agenzia Italia Digitale in un documento del 2018.
Il regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio a modifica di alcuni atti legislativi dell’Unione, il 21 aprile 2021, ne dà questa altra e più problematica versione: “Con il termine intelligenza artificiale (IA) si indica una famiglia di tecnologie in rapida evoluzione in grado di apportare una vasta gamma di benefici economici e sociali in tutto lo spettro delle attività industriali e sociali”, salvo poi però lo stesso documento aggiungere che “ La nozione di sistema di IA dovrebbe essere definita in maniera chiara al fine di garantire la certezza del diritto, prevedendo nel contempo la flessibilità necessaria per agevolare i futuri sviluppi tecnologici ”.
Detto della estrema vaghezza delle definizioni correnti di IA è tuttavia possibile in ogni caso escludere che la intelligenza artificiale sia etichettabile come una tecnologia e basta. Essa è piuttosto un insieme di tecniche ed ambiti di ricerca che spaziano dalla matematica alla statistica e dalla informatica alle scienze cognitive, solo per citarne alcuni; ciascuna di queste discipline ha estensione, importanza e scopi diversi con un mix che si adatta di volta in volta a seconda del campo a cui l’IA si applica o a cui si riferisce. Ne consegue che in quanto parte di un contesto scientifico più ampio, anche il digitale non possa essere considerato come una scienza a sé stante ma piuttosto come una branca dell’intelligenza artificiale.
Quali sono le differenze – se ne esistono- fra intelligenza artificiale e quella umana ?
La prima domanda da porci per fornire una risposta è la seguente: la combinazione dell’apparato materiale e degli algoritmi attraverso cui svolge i suoi processi e attua le sue funzioni l’intelligenza artificiale conferisce o meno ad essa la coscienza di sé solo per il fatto di eseguire in modo affine o superiore agli esseri umani certe operazioni ? Nessun dubbio che l’intelligenza artificiale abbia la capacità di effettuare scelte in autonomia rispetto a ciò per cui è stata programmata e in alcuni casi pertanto sia dotata di capacità in grado di generare essa stessa algoritmi che possono essere utilizzati per creare nuovi contenuti o, ancora, sapere cose che nessuno le ha insegnato (vedasi al riguardo “Un mistero dell’IA”, Le Scienze, Novembre 2023).
Ma il punto sostanziale riguardo al “sé” è: Cosa sa l’intelligenza artificiale di sé stessa ? E se pur avesse una tale conoscenza limitatamente, in prima approssimazione, al corretto funzionamento dei suoi apparati, rilevato attraverso sensori, basterebbe una catena di interventi presi in autonomia (o già programmati) al fine di escludere o sostituire i circuiti malfunzionanti, come avviene per i guasti sulle navicelle spaziali, per affermare che l’apparato mosso da intelligenza artificiale abbia cognizione del sé come oggetto a se stante e della persona (o oggetto) con cui si rapporta ? Ciò vorrebbe dire investigare a tutto campo la psiche dell’individuo con cui la macchina (definiamola così per semplicità da ora in poi) si mette in relazione, e ciò ben al di là della prevedibilità dei comportamenti umani o dell’analisi statistica.
Il secondo aspetto che differenzia la intelligenza artificiale dall’uomo riguarda il fatto che la macchina non può essere senziente; è cioè incapace di provare gioia o dolore al mutare di certe condizioni interne all’apparato o ad esso esterne. Può ad esempio un drone dotato di intelligenza artificiale e in grado di autoprogrammarsi in funzione di informazioni raccolte su un campo di battaglia (di operare dunque scelte in autonomia) compiacersi o meno di aver colpito un obiettivo militare a terra o può pur avendo mancato l’obiettivo militare compiacersi comunque avendo tuttavia raggiunto grazie all’errore un obiettivo civile pur causando vittime innocenti ? La risposta a mio avviso è un no deciso.
Il terzo ed ultimo esempio ci porta a chiederci: E’ l’intelligenza artificiale in grado di distinguere il reale dal non reale, non come semplice riconoscimento di forme o fisionomie ma piuttosto formulando giudizi di valore a prescindere dagli input che al riguardo gli possano essere stati somministrati tramite algoritmi o di giudizi generati in autonomia dalla macchina stessa ?
Cosa risponderebbe ad esempio un apparato guidato da intelligenza artificiale alla domanda se lo scatenarsi di un particolare conflitto o guerra civile sia dovuto a molteplicità di pretesti o di dati fattuali anche se, presi individualmente, essi sono attribuibili in ciascun caso ad una sola delle parti contrapposte ?
C’è è vero il pericolo concreto che nella spasmodica ricerca di possibili confini dell’intelligenza artificiale quasi volessimo erigere palizzate a difesa della nostra peculiarità come esseri umani si stia forse eccedendo un limite che ci porta ad ignorare quelli che sono i numerosi e diffusi in vari campi, benefici di cui è apportatrice l’IA.
Per contro però va tenuto conto che la diffusione del digitale e dell’intelligenza artificiale non è un semplice espediente innovativo di marketing commerciale. E’ molto di più e oltre ad apparenti vantaggi può presentare alcuni grossi pericoli per la democrazia.
Evgeny Morozov, sociologo e Invited Professor alla Stanford University, collaboratore della rivista Foreign Policy, cita al riguardo il pericolo di quello che lui chiama “soluzionismo”, ovvero la credenza che ogni problema possa essere risolto con tecnologie digitali. Quella che egli chiama “l’ ingenuitá della rete”, “The net Delusion”, che ha prevalso negli anni Ottanta e Novanta ma sussiste ancora oggi è stata la conseguenza di ciò che definisce la nostra ignoranza digitale, perché internet sembrava avere promesso la soluzione dei problemi sociali ma la Rete non ha salvato il mondo e non ha evitato l’esplodere di carestie, guerre e di gravi crisi umanitarie. Il pericolo delle reti predisposte quanto a contenuti e gestite dall’intelligenza artificiale è quello di nascondere i reali costi sociali, economici, civili, democratici, che paghiamo per servizi offerti apparentemente in modo gratuito e prima ancora il pericolo di privatizzazione della politica perché le decisioni più importanti vengono assunte da enti che non subiscono alcun controllo sociale che accerti la liceità di come vengono (e secondo quali formule) costruite e gestite le reti, la veridicità e la qualità dei contenuti e dell’informazione politica.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
