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58° anniversario del disastro del Vajont

3 minuti di lettura

Quest’anno ricorre il 58° triste anniversario del crollo della diga di Erto e Casso nel lago idroelettrico artificiale del torrente Vajont, avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 1963, in cui, per una rovinosa frana, una massa enorme di terra, staccatasi dalla montagna soprastante a Nord del bacino, cadde nel lago, ruppe l’argine ovest della diga e provocando un sordo boato, e con un’onda anomala, catapultò un enorme getto d’acqua su Longarone causando migliaia di morti trascinati nella valle da un forte vento, e riversandosi poi nel Piave.

La corsa sfrenata della valanga si trascinò dietro tutto quello che trovava sulla sua strada, case, alberi, persone, la ferrovia, ma soprattutto corpi, corpi inerti, corpi già moti.  Una scena di orrore apocalittico che mostrava purtroppo miseramente quanto poco vale la vita umana.

Il ricordo di quanto avvenuto in quella circostanza è stato onorato da una trasmissione televisiva e la commemorazione di circostanza affidata al Regista e Produttore del film Il Vajont – la diga del disonore Valore della Vita, Renzo Martinelli, il quale, visionando i fotogrammi più salienti del film, ha descritto molto bene e in maniera esauriente e dettagliata la tremenda scena del dolore di quella fatidica notte.

Egli ha sorpreso tutto l’uditorio quando ha messo il dito nella piaga del vero punto dolens di quell’immane tragedia  tenendo a precisare che il suo film, a differenza di altri cortometraggi è stata una vera, dura e spietata denuncia contro i responsabili del disastro della diga che non ha esitato a definire del disonore, per fortuna tutti puniti col carcere (nella lista facevano parte gli ingegneri, i costruttori, ma anche i politici del momento, gli impiegati ed i dirigenti di Erto e Casso, che avevano visionato ed approvato i progetti a cuor leggero, pur sapendo che la diga non era stata resa sicura al 100%.

Martinelli nella sua analisi, nuda e cruda dell’accaduto, ha individuato la vera causa del disastro, puntando il dito nell’esecrabile binomio, l’avidità del profitto a tutti i costi col disprezzo e la non valorizzazione della vita umana. In sintesi, la mancanza di rispetto per i propri simili.

Un binomio questo che purtroppo in chi costruisce o ha la cura ed il controllo delle opere pubbliche adotta come condizione nascosta e subdola del proprio impegno, snobbando la scrupolosità e la perizia professionale e privilegiando esclusivamente il proprio interessa personale, perché quello che successe quella fatidica notte a Erto, Casso e Longarone non fu una fatalità, specifica ancora Martinelli, ma la realizzazione di una pagina tra le più nere della mala gestione della politica e gli interessi privati. Egli ha anche accennato allo strapotere raggiunto dalla SADE fin dalla istaurazione del regime fascista, alla quale veniva in quegli anni sistematicamente affidato l’incarico di costruire tutte le grandi dighe di cui l’Italia aveva stretto bisogno. Praticamente Mussolini le aveva consesso il monopolio della costruzione delle grandi dighe e la creazione delle rispettive Centrali idroelettriche, una situazione diventata col tempo insostenibile, era “uno stato nello Stato”!

Ma la constatazione più amara da digerire è che purtroppo in Italia questo modo di fare è una specie di tarlo infettivo e contagioso, tanto è vero che questi disastri continuano a verificarsi (pensiamo al crollo del ponte Morandi di Genova avvenuta solo all’incirca tre anni fa).

In chiusura del suo discorso di “ricordo”, l’illustre cineasta, sempre con tono accusatorio, ha aggiunto che quella fu una tragedia che forse si poteva evitare, bastava aver ascoltato qualche anno prima che succedesse, i ripetuti allarmi lanciati dalle pagine dell’Unità, di Tina Merlin, la quale, basandosi sulle confidenze fattele da un eminente geologo francese, suo amico, tanto tempo prima aveva paventato i pericoli che incombevano sulla diga.     

Per ricordare il luttuoso evento di Longarone gli Artisti Invisibili hanno prodotto una statua in ferro battuto che raffigura un emigrante di Longarone il quale dopo la tragedia torna in quello che era stato il suo paese ormai completamente distrutto e recupera nella fanghiglia una sedia a dondolo, forse un suo ricordo personale, che i Comuni di Roncade e di San Biagio di Callalta hanno voluto donare a quello di Longarone a ricordo delle sue vittime a più di 50 anni dalla sua rinascita.

Durante la serata più volte è stata ricordata la grande figura della giornalista, scrittrice nonché partigiana della Resistenza Tina Merlin, i cui punti fermi mentre era in vita sono stati la Resistenza, l’impegno politico e professionale, la quale, corrispondente da Belluno dell’Unità, scrisse dei problemi del Vajont molti anni prima della catastrofe. Fu processata per le sue opinioni, che in seguito, risultarono fondate, e alla fine del processo, assolta con formula piena, “Ha ragione lei – le disse il Giudice – purtroppo però nessuno l’ascolta”.         

A cura di Nuccio Sapuppo

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