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Viviamo

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Viviamo in uno dei tanti universi possibili. Questo insegna la fisica moderna. Ma spesso non sappiamo cosa dirci. Soprattutto nelle feste che abbiamo tanto atteso. Quando stiamo tutti insieme, meno male che ci sono le frasi fatte degli auguri, le solite battute che ci fanno ancora ridere, e i regali che ci scambiamo. Regali che alla fine delle feste dobbiamo smaltire perché non sappiamo cosa farne.

Perché la fine dell’anno non è la fine del mondo, anche se la viviamo come se lo fosse. Tutto è lecito. Si canta, si balla, si flirta. Poi tutti a sciare. Ovviamente chi può, e non sono tanti oggigiorno che se lo possono permettere. I reality in TV sono così poco autentici e realistici da sembrare far parte di un altro universo, che è la copia sbagliata del nostro, e che ci dobbiamo tenere perché non possiamo fare altrimenti.

E pensare che basterebbe accelerare un po’ quando si è nel punto gravitazionale più lontano dalla Terra, e ci troveremmo proiettati nello spazio, sempre più oscuro, alla velocità della luce, nel silenzio più assordante che c’è. Quello dei nostri pensieri che non ci abbandonano, delle inquietudini non necessarie, con la voglia di gridare e lasciarsi andare.

Qualche tempo fa mi piaceva pensare di essere un astronauta destinato ad andare su Marte. Un viaggio di un anno e forse più. Chi porterei con me. Questo mi sono domandato ogni volta che incontravo qualcuno. Questa sì, andrebbe molto bene. Quest’altro no, per carità: un disastro condividere una stretta cabina che viaggia nello spazio verso una meta sconosciuta.

Quali erano le caratteristiche delle persone che sceglievo? Andavo a intuito. Però chi scartavo ne ero ben consapevole, e sapevo perché non lo volessi con me. Escludevo l’insipienza, la banalità, la finzione. Preferivo un autistico grave a un intellettuale sagace, una tossica sfasciata a una ragazza “per bene”, da pronunciarsi con la e stretta alla nordica oppure allargata alla meridionale.

Ho incontrato un caro vecchio amico, con cui mi sono intrattenuto a parlare. Mi disse una cosa singolare: si era dato tempo dieci anni ancora prima di lasciare tutto. Era il tempo che gli interessava avere, più che le cose che avrebbe voluto fare. E questo per non andarsene con rimpianto.

Resistere ancora qualche anno, e poi smettere. Ma smettere cosa, se siamo costantemente tirati da una parte e dall’altra, saturi di fake news e di tentativi di truffa, impauriti dal buio e dall’incontro con sconosciuti che possono farti a pezzi. Non abbiamo scelta: dobbiamo vivere.

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