Il villaggio dei Puffi è uno dei più conosciuti al mondo. Collocato in un angolo sperduto della foresta, nel mezzo della natura, è un luogo spontaneo eppure ordinato. Essenziale, ma felice. Le case, sparse come margherite in un giardino, sono costruite in bioedilizia, confortevoli eppure grandi quanto basta, illuminate e scaldate in modo naturale nel rispetto dell’ambiente. Non c’è elettricità, non esistono mezzi a combustione né centri commerciali, industrie o palazzi. Non si usano i cellulari né computer e si scrive ancora con le piume d’oca. Per vivere si sfrutta la grande magia della natura, in modo attivo e intelligente, senza fatalismo, cercando di rimanere protagonisti del proprio destino. Il paziente e faticoso impegno nel domarla è evidente, chiara espressione della forza che nasce dall’intreccio palpitante di relazioni che unisce i suoi abitanti. Una scintilla di vita.
Semplicemente spettacolare.
Quando un villaggio prende il nome dei suoi abitanti, la loro importanza è dichiarata.
I Puffi sono dei piccoli umanoidi con la pelle di colore blu e un grande (e sempre uguale) cappello in testa. A prima vista quello che colpisce è la loro uniformità, una matrice alimentata non solo dal colore della pelle, dalle dimensioni e dagli abiti che indossano, ma anche dalle espressioni, dai tratti del viso, dal senso di appartenenza che li unisce. Tuttavia, quando li osservi con più attenzione, indaffarati nelle loro faccende è subito evidente che ciascuno possiede una caratteristica peculiare che sfocia in un ruolo preciso che giustifica il suo nome.
Al di là di una macchia blu costellata di cappelli bianchi, emerge una specializzazione ramificata indispensabile affinché il villaggio funzioni. Anche quando sembra inutile, superflua, rinunciabile. A fianco di Quattrocchi, l’intellettuale del villaggio, di Inventore che realizza strumenti che facilitano il lavoro dei compagni e (solo per citarne alcuni) di: Cuoco, Minatore, Architetto, Panettiere, Calzolaio la cui funzione e importanza è dichiarata nel nome, ci sono ad esempio Tontolone, sempre distratto e spesso combina guai, Golosone che ruba leccornie a Panettiere e poi Burlone dedito solo agli scherzi e ancora Stonato che ama la musica, ma che con la sua tromba è capace di emettere solo suoni sgradevoli. Appendici che potrebbero sembrare non solo superflue, ma anche dannose e che invece la quotidianità e qualche imprevisto dimostrano fondamentali per l’equilibrio e la vita del villaggio.
Una squadra identificabile, variegata, completa.
Fermiamoci un istante ed osserviamoli: il villaggio dei Puffi e i Puffi. Il risultato e gli artefici di quel risultato. L’immagine positiva di un luogo e gli abitanti che con il loro agire lo rendono tale.
Vi sembrerà forse bizzarro, ma a noi viene in mente un’espressione matematica scritta “in riga”, divisa nettamente in due parti dal segno dell’uguale. A destra il risultato, a sinistra numeri legati tra loro da un operatore matematico. A destra l’immagine del villaggio che raccogli al primo sguardo e che ti lascia il suo sapore piacevole in bocca, a sinistra i puffi.
I numeri, presi uno ad uno, pur diversi nella quantità, dichiarano apertamente l’appartenenza ad un “popolo” uniforme. Proprio come i puffi. Enti astratti (i numeri) che assumono un significato concreto quando vengono usati per indicare la quantità degli elementi: 100 scarpe, 26 alberi, 3 fiori. Ci viene naturale ordinarli per grandezza. Dal più piccolo al più grande. Secondo un ordine che potrebbe sembrare di merito. Vuoi mettere 1000 a confronto a 1?
Ma quando li fai interagire tra loro, con l’obiettivo di ottenere un risultato, ad esempio il più grande possibile, allora la questione cambia. Con evidenza. Ti accorgi che sono diversi, profondamente, non solo per la quantità che esprimono, ma anche qualitativamente, per come stanno insieme, per come possono contribuire al raggiungimento di ciò che vuoi ottenere. Conoscerli uno ad uno e saperli gestire diventa fondamentale. Solo così scopri che per ottenere un risultato molto alto, non è detto (come spesso siamo portati a pensare dalla consuetudine) che siano più adatti due numeri molto grandi rispetto ad un numero piccolo e ad uno ancora più piccolo. A quelli, per intenderci, che potrebbero con superficialità sembrarti briciole, inutili e dimenticabili. E infatti dipende. In particolare, dagli operatori che hai a disposizione e da come li saprai utilizzare.
E infatti: 1.000 + 1.000 genera un numero inferiore a 10 diviso 0,001.
I numeri che potrebbero sembrare poco performanti e che potremmo avere la tentazione di mettere in panchina sono invece quelli che ci possono far vincere.
Le regole matematiche non lasciano scampo, ma ti chiedono la fatica di essere comprese. Forse anche per questo motivo molti sono interessati solo al risultato. Non vanno oltre. Ti chiedono: “Quanto?” Oppure: “Hai vinto?”, “Hai perso?”. Nulla di più. Considerano il valore di una squadra direttamente proporzionale a quello dei singoli giocatori e si dimenticano di tutto il resto. Un giudizio inevitabilmente viziato da una visione limitata.
I Puffi e il loro villaggio ci ricordano quanto questo atteggiamento sia penalizzante. Per tutti. Per chi quel risultato lo costruisce, per chi lo decide e per chi lo osserva. Pensate agli spettatori chiamati a giudicare una prestazione. Sono pochi quelli che invece di rimanere con gli occhi fissi sulla destra dell’uguale ad osservare il risultato sono disponibili a farsi carico della fatica del salto necessario per capire cosa stia succedendo dall’altra parte. Che sentono il bisogno di andare oltre il rigido e limitato luogo comune per cui la vittoria si ottiene disponendo semplicemente dei giocatori più forti. Che sono animati dal desiderio di verificare se, in funzione dei valori in gioco e delle possibilità di interazione a disposizione, le scelte siano state le più adatte. Se di più non si potesse oggettivamente fare. Se il risultato, aldilà del valore assoluto, sia fallimentare o piuttosto eroico. Se sia doveroso, in definitiva, essere felici per una sconfitta o delusi per una vittoria.
L’Italia campione d’Europa, in questo, forse ci dovrebbe insegnare qualcosa.
Limitarsi al risultato, qualsiasi esso sia, senza relazionarlo ai suoi artefici e, soprattutto, al loro modo di operare, ci fa correre il rischio di considerare i puffi solo degli strambi umanoidi che cercano una propria identità a tutti i costi inserendo qualche orpello in un vestiario comune e inseguendo vorticosamente le proprie passioni. E il loro villaggio o un miracolo o comunque un qualcosa di avulso dal loro agire. Di non cogliere in definitiva il valore della diversità né tanto meno la capacità del Grande Puffo, il loro capo e direttore d’orchestra, di riconoscerla e farla fruttare.
Ruolo e qualità mai scontate. Sicuramente indispensabili per trasformare la democrazia di una squadra, valore troppo spesso dimenticato, in un fattore vincente.
E allora: Viva i Puffi.
Tutti.
Andrea Vidotti
Paolo Marta
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