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Veneto, retribuzioni nella media nazionale, ma più basse delle regioni vicine

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È vicina a quella nazionale la retribuzione media percepita dalle lavoratrici e dai lavoratori dipendenti veneti nel 2020, anno della pandemia. Preoccupa invece il confronto con le retribuzioni medie di territori simili al nostro.

A evidenziarlo alcune recenti elaborazioni di Fondazione Corazzin, il centro studi di Cisl Veneto, che in questa fase di dibattito, anche nazionale, sul tema dei salari ha voluto indagare in profondità il tema partendo dai dati di Inps Veneto, per offrine una lettura circostanziata e precisa.

Nel dettaglio, gli stipendi medi lordi annui dei dipendenti veneti nel 2020 si sono attestati sui 33.166 euro rispetto ai 33.790 euro della media italiana di retribuzione cosiddetta “equivalente”, ossia parametrata ai lavoratori teorici a tempo pieno calcolati per l’anno analizzato, secondo gli standard europei che consentono una corretta comparazione dei numeri.

I dati sono con ogni evidenza fortemente influenzati dall’ampio utilizzo degli strumenti messi in campo nell’anno preso in considerazione, caratterizzato dalle fermate forzate del lockdown pandemico: a partire dalla cassa integrazione e altri sussidi Covid, che riducono le retribuzioni dal 20 al 50 per cento a seconda del reddito percepito e che da noi hanno pesato non poco facendo contare alla fine dell’anno quasi 344 milioni e 500mila ore erogate, pari a oltre l’11 per cento del numero complessivo, percentuale che aveva collocato la nostra regione – lo ricordiamo – al secondo posto dopo la sola Lombardia. 

«Pur considerando il copioso utilizzo degli ammortizzatori sociali, da una delle regioni di maggior traino del Paese ci si sarebbero aspettate senz’altro retribuzioni sensibilmente maggiori alla media, tanto più in una fase in cui le imprese hanno bisogno di attrarre o trattenere le migliori competenze per competere su un mercato globale sempre più turbolento» commenta Gianfranco Refosco, segretario generale di Cisl Veneto.

Il discorso si fa ancora più delicato, si diceva, se si guarda alle regioni “vicine”, non solo per territorio ma anche per profilo economico-produttivo e struttura occupazionale, a partire appunto da Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lombardia. Le retribuzioni venete, se da un lato sono in linea con quelle del Friuli Venezia Giulia (33.131 euro in media), dall’altro sono invece inferiori di oltre 6mila euro annui rispetto a quelle lombarde (39.413 euro) e di oltre 2mila euro anche in confronto a quelle dell’Emilia Romagna (35.432 euro).

«Dobbiamo interrogarci sul modello produttivo e sul modello di business che si sono affermati in Veneto prosegue ancora Refosco –. Il confronto dei dati, infatti, ci vede perdenti rispetto ai sistemi territoriali a noi confinanti, che hanno performance produttive e industriali mediamente superiori e di conseguenza trattamenti economici migliori per i lavoratori e le lavoratrici. È urgente cominciare a riflettere davvero su quale vogliamo sia la traiettoria di sviluppo della nostra regione, per invertire la preoccupante tendenza evidenziata dai dati Inps».

Analizzando la situazione reddituale a livello provinciale, i dati elaborati da Fondazione Corazzin mostrano per il 2020 una retribuzione media equivalente maggiore per la provincia di Vicenza (33.594 euro), a seguire in ordine decrescente Verona (33.548 euro), Padova (33.422 euro), Treviso (33.237 euro), Belluno (33.094 euro) e Venezia (32.551 euro), infine la provincia di Rovigo (29.786 euro).

Un’analisi, quella svolta dal centro studi del sindacato, che ancora una volta porta in evidenza forti disparità di retribuzione collegate al sesso del lavoratore e alla sua età. La distribuzione per età della retribuzione media equivalente evidenzia, infatti, nel 2020 il valore più alto per la fascia 60-64 anni (39.134 euro), mentre quello inferiore per i lavoratori più giovani, fino ai 19 anni (17.612 euro). Il divario reddituale, peraltro, rimane evidente anche per i lavoratori di età compresa tra i 30 e 34 anni, la cui retribuzione media equivalente è pari a 29.862 euro, circa 10mila euro in meno rispetto alla fascia d’età 60-64 anni.

Anche osservando la distribuzione per genere della retribuzione media equivalente è evidente il forte dislivello: per un lavoratore dipendente maschio (37.679 euro) è infatti superiore di ben 11mila euro rispetto a quella di una lavoratrice donna (26.683 euro).  

Una disparità che si fa ancora più forte se incrociamo i due parametri, genere ed età. La differenza reddituale, già nettamente sbilanciata a sfavore delle donne, infatti, tende ad aumentare con l’aumentare dell’età del lavoratore: il divario della retribuzione equivalente nel 2020 tra uomini e donne per la fascia d’età 25-29 anni è già ampio, ma si attesta attorno a poco meno di 5mila euro; la forbice reddituale si allarga notevolmente, invece, nella fascia 60-64 anni diventando pari a quasi 19mila euro.

«La fragilità del lavoro dei giovani è ancor più evidenziata dagli squilibri retributivi che pesano sulle diverse classi di età – continua sempre il segretario generale –. Sicuramente i giovani veneti trovano condizioni retributive migliori in altre parti d’Italia o d’Europa, un tema che chiede di essere affrontato con l’impegno di tutti: sindacati, imprese, istituzioni». «Dall’altra parte, poi, il divario di genere nelle retribuzioni ci ricorda un altro problema ancora irrisolto. E in particolare la retribuzione femminile mostra di non avere nemmeno una progressione di crescita all’avanzare dell’età e dell’esperienza lavorativa».

I lavoratori teorici a tempo pieno sono calcolati dividendo il numero di giornate lavorate in un anno per 365 (giorni). Con questo standard statistico (adottato a livello europeo) si riduce il peso dei lavoratori con pochi giorni di lavoro nell’anno, che influisce sul calcolo della media, abbassandola sensibilmente. La retribuzione media “equivalente” si calcola dividendo il monte salari complessivo dell’anno per il numero di lavoratori teorici a tempo pieno calcolato come sopra indicato.

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