Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Mi sveglio all’improvviso, di soprassalto. Respiro affannosamente, ho sudato freddo nel sonno. Un incubo. Pazienza, andrò in bagno, mi sciacquerò la faccia e tutto sarà sistemato. Eppure, non vedo niente, la camera è sparita. Attorno a me non c’è nulla, il buio più totale. Dove mi trovo? Dov’è finito il letto? Mi guardo in giro ma non vedo nulla. Poi, un po’ in lontananza noto una poltrona, posta di profilo, ben ricamata, con qualche segno d’usura, ma dall’aspetto confortevole, illuminata da una luce fioca e calda, che viene dall’alto. Mi avvicino lentamente e la studio un po’ di più, ma non noto nulla in particolare. Decido di sedermi, che altro ho da fare? Aspetto, cosa? Non so, ma mentre aspetto mi faccio comodo tra i cuscini. Appena alzo lo sguardo noto di fronte a me, a due o tre passi di distanza, una porta. È di legno scuro, di quelli intagliati a mano. La maniglia è d’ottone, sottile con una forma simile a una virgola.
Tic tac, tic tac, tic tac. Cos’è questo suono? Un orologio? Eppure non c’è nulla oltre a me, alla poltrona e alla porta. Forse me lo sto solo immaginando. Clomp clomp, clomp clomp, clomp clomp. E ora? Dei passi? Ma da dove? Chi sta arrivando? Ora inizio ad avere un senso di freddo, tremo un poco, anzi molto. Devo mantenere la calma. Respirare profondamente, e mantenere la calma. Tu- tunz, tu-tunz, tu-tunz. Il cuore ha accelerato il battito, non mi sento più a mio agio, un brivido gelido mi corre veloce lungo tutta la schiena. La porta si apre piano piano. Io la fisso intensamente, non riesco a distoglierne lo sguardo, trattengo il fiato… Una figura umana si presenta di fronte a me. La porta non c’è più, questa figura le ha preso il posto. Non riesco a definirne i contorni, non è ben illuminata. Anzi, ora che guardo bene, noto che non è la luce a colpirla male, ma è questa figura ad assorbirla, non ne fa passare la minima quantità. Non capisco cosa stia succedendo. Provo a parlare, vorrei chiederle chi sia, ma la voce mi si smorza in gola, non esce altro che un misero spiffero d’aria, continuo a guardare con occhi spalancati questa strana e inquietante figura.
«Finalmente ci incontriamo, era da tanto che lo aspettavo» dice.
«I… io? T..tu? Ma co… cosa? Mi… mi a… aspe… aspettavi?» le parole mi escono di fretta. Balbetto perché non riesco a realizzare ciò che sta succedendo.
«Dimmi un po’, come vanno le cose?». La voce che sento venire da quel buio di fronte a me la trovo, per assurdo, normale. È maschile, ma non è cupa e profonda come si può immaginare in queste situazioni. Mi parla con tono pacato e sereno, come se fossimo grandi amici che discutono al bar, o come se mi volesse tranquillizzare, calmare o rasserenare, dopo la paura e l’angoscia che mi ha causato.
«Ma… Beh, bene! Cioè, non proprio, però… io, mi sento bene!» non so il perché non provi a chiedere le cose più ragionevoli, come: chi sia, cosa voglia da me, perché sia qui, ecc. Eppure, nonostante questo, rispondo alle sue domande senza soffermarmi su tali questioni. Mi sento come trasportato da questa conversazione. Non ho tempo di ragionare o riflettere: parlo di getto, come mi viene.
«Ne sei sicuro? Perché, per quanto ne so io, tu non stai affatto bene». Come fa a sapere della mia condizione? Chi gliel’ha detto? E quanto ancora sa su di me?
«Sì…in effetti, non sto proprio bene. Sono malato, di una malattia incurabile. Non so tra quanto ma… non mi è rimasto molto tempo da vivere… ancora».
«Ho saputo. Una bella rogna ti sei preso. Ma suvvia! Non abbatterti, puoi sempre fare molte cose, prima. Perché non prendi e ti fai un bel viaggio? Potresti distrarti un po’ e passare questo tempo scoprendo nuove sensazioni e nuovi interessi.»
«Un viaggio? E perché mai dovrei viaggiare? Cosa ci sarà mai di stimolante in un viaggio? Io… io ci vedo solo un desiderio illusivo, fatto di aspettative e scale di sabbia, che si frantumano sotto i piedi non appena si realizza che, dove si è arrivati, si è più infelici di prima, e… facendo ritorno non si scopre, ma si dovrebbe scoprire, che in realtà non è cambiato nulla nella vita. Siamo sempre avvolti da questa monotona neghittosità.» Ora le parole mi escono come lo richiedo io, ho ripreso più controllo di me stesso e riesco a formulare frasi e pensieri ragionevoli, degni di tutti le onorificenze in merito, ma che mai nessuno mi ha riconosciuto e mai mi riconoscerà. Mondo infame!
«I tuoi amici, colleghi, conoscenti, cosa ne pensano? Magari loro ti darebbero ragione e condividerebbero le tue idee. Gliene hai mai parlato?». Ora costui riesce addirittura a entrare nei miei pensieri! Ma cosa diavolo sta succedendo?
«No. Non ci vedo nulla nei rapporti umani. Sono mere rappresentazioni di ciò che non siamo. Sono diverso per chiunque incontri, mai sono la stessa persona. Mai potrei fare certi discorsi, oggi. Tutti si muovono secondo la corrente. Onde di anime, tutte che pensano e agiscono allo stesso modo. E che mai si riconosceranno in viso. Si deve parlare delle solite cose, si deve avere le stesse opinioni, si deve vivere allo stesso modo. Altrimenti, si cade dall’onda e ci si annega nella società.».
«Va bene, d’accordo. Ma perché invece non provi a staccare, allora, dal tuo lavoro, a cui dedichi tanto tempo e tante energie, e prenderti del tempo per te e per le tue passioni, trascorrere delle giornate piacevoli facendo ciò che più ti piace?»
«Il mio lavoro è l’unica cosa per cui ho vissuto finora. Ho definito i miei studi in questa direzione, perché volevo essere così. Ahimè, mi sono illuso di tutto ciò. Se avessi conosciuto il fardello che è ripetere la stessa azione volta dopo volta, fino a tendere perniciosamente all’alienazione assoluta e senza possibilità di rivoluzionarmi, perché i vincoli sociali, che mi sono costruito, per necessità altrui, me lo impediscono, mai e poi mai avrei scelto di intraprendere questa strada. Ma ora è tardi, troppo tardi. Non ho nient’altro al di fuori del mio lavoro, e non ho nulla nemmeno al di dentro. Non sono più qualcuno. Non c’è più emozione nella mia vita. Sto cessando di esistere.»
«Ne sei sicuro? »
Queste tre parole mi lasciano sbalordito. Faccio fatica a comprenderle. Mi disorientano completamente.
«Beh… sì. Mi sono illuso così tante volte in vita, mi sono creato troppo spesso alte aspettative, che attendevo con ansia ed eccitazione, mi sono creato troppe realtà parallele nella mia testa, che mi pare di non averla vissuta nemmeno, la vita.»
«Perché dici?»
«Vedi, non ricordo nulla di ciò che ho fatto, ciò che ho vissuto; eppure, mi pare di aver vissuto millenni. Ho solo qualche vago ricordo di alcune esperienze passate: marachelle infantili, eventi traumatici durante la crescita, ma non molto di più. Gran parte della mia vita è scivolata nel dimenticatoio.»
«E che c’è di male nel non ricordare? Perché dovresti ricordare? Non trovi che sia meglio così? Lasci spazio libero alla mente per accogliere nuove esperienze, nuovi ricordi e nuovi sentimenti.»
«Fuggire nei ricordi a volte mi aiuta a staccare, a distrarmi un momento dalla quotidianità che mi opprime sempre di più. Però anch’essi a lungo andare diventano pesanti, privi di colore.»
«E allora perché non cambiare? Perché non vivere alla volta della novità, dello stupore, del piacere di lasciarsi sopraffare dalle bellezze e bruttezze di questo mondo? Se la vita tua è durata così tanto, è perché non l’hai vissuta appieno, in tutte le sue forme, con tutti i suoi colori e odori, in tutta la sua brevità! Non sei malato, sai? Sei solo annoiato. Ti manca qualcosa che ti faccia stupire e distrarre un’ultima volta, che ti possa poi intrattenere in questi tuoi ultimi attimi…»
«Qualcosa che mi possa intrattenere qua? Ora? Ma non c’è nulla, neanche un libro, che tanto mi piace leggerne, soltanto per rivelarsi poi un’illusione letteraria, che mi solleva in una realtà utopica, accogliendomi nelle sue pagine e stringendomi a sé con la più sentita delle passioni, e che poi mi fa precipitare giù, a picco, nella mia realtà vera e concreta. E ci sbatto forte! Fa male.»
«Non hai mai vissuto sulla tua pelle qualcosa di accattivante, eccitante o emozionante, non hai mai provato a uscire dalla tua zona di comfort! Ecco perché ora ti sembra così pesante vivere. Ti sei sempre rifugiato nelle tue fantasie e nei tuoi pensieri, nei quali, estraniato dalla realtà, come un colibrì fluttuavi nell’immensità della tua immaginazione. Ci stavi così bene lì. Ecco perché uscirne ti doleva tanto.»
«Sì, hai ragione. Non ho mai voluto superare i miei limiti, conoscermi veramente. Quanto vorrei ricominciare da capo e vivere l’esatto opposto. Ma non ho più tempo. È giunta la mia ora. Non ho mai vissuto veramente!»
«C’è ancora qualcosa che ti può sollevare, sai?»
Ho guardato fissamente la figura. Quel buio profondo non mi da più angoscia, mi tranquillizza. Ma ciò non mi preoccupa. Non sento più quel peso che mi son sempre trascinato in vita. Mi alzo dalla poltrona quasi senza muovere muscolo, come se fossi diventato d’aria. «Forse».
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