Tolleranza zero di cui si sente tanto parlare. Ma è un ossimoro, cioè due parole il cui significato si elide vicendevolmente. Perché tollerare, dal latino tollere vuol dire sollevare. Solo qualcosa si solleva, non certo il nulla che è zero. E tollere vuol dire simbolicamente anche riconoscere la legittimità dell’altro (si consideri l’allocuzione latina tollere liberum, che è l’atto di riconoscimento della legittimità del figlio nato, cioè questo figlio è mio) liberum
ITALIA. Non si legittima il nulla, ma si legittima sempre qualcosa o qualcuno. Quindi, tolleranza può significare anche esercizio di libertà. Se aggiungiamo zero, ecco che l’ossimoro vuol significare negazione della libertà. Siccome la frase tolleranza zero si riporta comunemente ad un ristabilimento della sicurezza individuale e collettiva, ecco che sicurezza e libertà entrano in un conflitto insanabile. La nostra sicurezza è strettamente condizionata da una autoritaria negazione della libertà, a questo concetto si riferisce la tanto nominata ed esaltata tolleranza zero.
Più sicurezza, meno libertà. Decidete voi cosa è meglio avere tra la libertà e la sicurezza, visto che le due cose sembrano incompatibili. I regimi autoritari tendono ad avere un iniziale successo e approvazione, quando promettono e realizzano, per la sicurezza individuale e collettiva, il criterio della “tolleranza zero”. Ma, dopo un po’, quando la gente si accorge che in cambio della sicurezza viene limitata la libertà, allora incomincia a svilupparsi una resistenza al regime che diventa opposizione, e, in nome della libertà, si rivolta contro il regime stesso.
Quindi libertà, ma al prezzo che nessuno diventa sicuro. M.me Roland, durante i primi anni della Rivoluzione francese, nobile esponente del partito girondino, fu arrestata e condannata a morte per le sue idee antigiacobine. Salendo sul patibolo pronunciò le parole diventate famose: “oh libertà! Quanti delitti si commettono in tuo nome!”. Chi si era ribellato al despotismo della monarchia, finiva in nome della stessa libertà per cui si era battuta, a subirne la vendetta. Invocare la tolleranza zero come soluzione ai problemi della sicurezza, può essere molto pericoloso. La vita degli individui e degli stati, per procedere secondo giustizia, deve essere caratterizzata da un avverbio: “abbastanza”. E’ un avverbio che qualifica la necessità di non esagerare nei paradossi e nelle iperboli. La salute deve essere abbastanza buona, il funzionamento della macchina statale deve essere abbastanza efficiente, il benessere e la ricchezza devono essere abbastanza, possibilmente per tutti o quasi. Mi viene da fare una metafora, in merito alla libertà e alla sicurezza.
Le rotatorie sulla strada vengono a sostituire i semafori, perché sono più sicure e evitano la possibilità che qualcuno possa passare col semaforo rosso o fermarsi improvvisamente quando il semaforo è verde. Il traffico, con le rotatorie, rallenta automaticamente, le precedenze vengono rispettate, non ci sono ingorghi né gravi incidenti. Un muro non si supera scalcandolo o addirittura sfondandolo, ma cercando laterali che ci permettano di evitarlo. Anche noi ci imponiamo una tolleranza zero, quando vogliamo essere perfetti ed efficienti, in ordine con noi stessi e con il mondo. Dobbiamo, per vivere nell’”abbastanza” difenderci ma non scontrarci con le difficoltà. Con noi stessi dobbiamo abbastanza sentirci liberi, e abbastanza sentirci sicuri. Abbandonare la lotta non vuol dire arrendersi senza condizioni.
Tra resistenza a oltranza e resa, preferisco la scelta del difendersi. Ciò infatti vuol dire essere preparati e mai disperati. A volte è necessario allontanarsi dalle difficoltà. Anche questa è una forma di difesa. In molte famiglie è presente la malattia mentale. Questa è contagiosa, nel senso che condiziona in maniera determinante la vita delle famiglie, l’ambiente di lavoro, le relazioni sociali in genere. Il malato si accorge parzialmente dei problemi che la sua malattia è in grado di provocare.
Si attende il rifiuto e l’esclusione, che sono il risultato della stanchezza che produce negli altri, anche in chi le/gli vuole molto bene. Per aiutarla/lo a evitare l’intolleranza e la stanchezza che inevitabilmente provoca, dobbiamo imparare ad allontanarci, a costruire quella distanza che lo renda più responsabile e quindi anche più libero.
Per proteggere gli altri che hanno bisogno di noi dobbiamo proteggere noi stessi, perché le nostre riserve di tolleranza ed energia non vadano rapidamente esaurite. Ecco che allontanarsi può spingere l’altro verso una autonomia che le/gli permette di recuperare strategie emotive ed esistenziali, necessarie al suo benessere, nonostante la malattia. La distanza crea spazi di libertà, e aumenta la sicurezza. E’ un principio questo applicabile ad ogni attività umana, dall’individuo ai gruppi organizzati perfino allo stato che si deve occupare della “cosa pubblica”: porsi alla giusta distanza.
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