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Tfr dei dipendenti pubblici, scatta l'offensiva in tribunale

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Liquidazione del trattamento di fine rapporto in ritardo di due anni per i dipendenti pubblici, scatta l’offensiva della Cisl Fp con una petizione on line e una serie di cause. L’obiettivo è quello di portare all’attenzione della Corte costituzionale il caso delle liquidazioni dei lavoratori pubblici, che vengono versate ai dipendenti anche dopo due anni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Una raccolta firme in grado di superare, a livello nazionale, la barriera delle 5 mila sottoscrizioni nel giro di appena 24 ore. In provincia di Belluno i dipendenti pubblici dei comparti sanità, enti locali e funzioni centrali sono 5.200, nella Marca trevigiana poco meno di 16 mila.
 
“Non è accettabile – afferma Fabio Zuglian, segretario generale della Funzione Pubblica Cisl Belluno Treviso – che i Tfr dei dipendenti pubblici vengano erogati dopo due anni dalla cessazione del rapporto di lavoro: azioni in netto ritardo rispetto al settore privato”.
È scattata così in tutta Italia l’offensiva per presentare ai tribunali del lavoro una serie di cause al fine di ristabilire una vera equiparazione dei tempi di erogazione del Tfr tra lavoratori del pubblico e del privato.
 
“Scopo dell’iniziativa – prosegue il segretario – è quello di sollevare il giudizio di legittimità costituzionale sulle norme vigenti. In Italia, a differenza del settore privato nel quale si parla solo di Tfr, i dipendenti pubblici accedono al Tfs, cioè il trattamento di fine servizio, che interessa tutti i lavoratori assunti a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2000, mentre il Tfr si applica al personale assunto a tempo indeterminato o determinato solo successivamente a quella data. A seconda dei motivi di cessazione del rapporto, la legge stabilisce i tempi di attesa per l’erogazione del trattamento”.
 
Si va così da un minimo di 105 giorni in caso di decesso o inabilità del lavoratore a 2 anni per una serie di casi come la pensione anticipata. “Per questo – dice il segretario – abbiamo portato all’attenzione dei decisori pubblici la necessità di rimettere mano a questa normativa che crea un’ingiustificata disparità. Questi sono soldi che i dipendenti accantonano durante la propria vita lavorativa: una parte della retribuzione e non è comprensibile in questo contesto di emergenza economica portare avanti questa anomalia”. Per il sindacato questa norma violerebbe, infatti, il principio di eguaglianza degli articoli 2 e 36 della Costituzione. “Se si allontana nel tempo – conclude Zuglian – la liquidazione di queste somme, le stesse perdono progressivamente la proporzione di quantità e qualità del lavoro a causa dell’erosione del potere di acquisto della moneta”.

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