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Teatro Mario Del Monaco, l’8 e il 10 aprile 2022 LA VEDOVA ALLEGRA di Franz Léhar

3 minuti di lettura

La stagione lirica della città di Treviso prosegue con una doppia serata dedicata all’operetta: l’8 e il 10 aprile 2022 sul palcoscenico del Teatro Mario Del Monaco andrà in scena La vedova allegra, capolavoro di Franz Léhar, rappresentato per la prima volta a Vienna, al Theater an der Wien nel 1905. Dopo il successo della trasmissione in streaming dello scorso anno sulla piattaforma Backstage, La vedova allegra, una co-produzione del Comune di Treviso-Teatro Mario Del Monaco e del Comune di Padova, viene ora finalmente riproposta col pubblico in presenza.

Il numeroso cast di interpreti include il soprano Anastasia Bartoli nei panni della protagonista, Hanna Glavary, il baritono Nicolò Ceriani (Barone Mirko Zeta), il soprano Rosalia Cid, (Valencienne), il tenore Alessandro Safina (Conte Danilo) e il tenore Marco Ciaponi (Camille de Rossillon). Gli altri ruoli saranno sostenuti da: Askar Lashkin (Visconte Cascada), Stefano Consolini (Raoul de St. Brioche), Federico Cavarzan (Bogdanowitch), Silvia Celadin (Sylviane), Dario Giorgelé (Kromow), Giovanna Donadini (Olga), Antonio Feltracco (Pritschitsch), Alice Marini (Praškowia), Max René Cosotti (Njegus) e Daniela Mazzuccato (La Diva Italiana).

L’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, e Coro Lirico Veneto saranno diretti dal Maestro Francesco Rosa. In scena anche i danzatori della compagnia Padova Danza Project.

Regia, scene, costumi, coreografia e luci sono firmate da Paolo Giani Cei.

Lo spettacolo

L’azione si svolge in una Parigi ancora capitale della Belle Époque ed i personaggi sono nobili e alti funzionari dell’ambasciata dello Stato immaginario di Pontevedro, nell’Europa centrale, sull’orlo della bancarotta. Gli ingredienti sono quelli tipici dell’operetta danubiana: il soggetto sentimentale, l’ambientazione falso-storica, le danze, il matrimonio, l’infedeltà, il denaro, la politica e l’eccentrica mondanità aristocratica, fatua e donnaiola. L’operetta in tre atti si apre nello sfarzoso salone dell’ambasciata di Pontevedro, dove fervono i preparativi del ballo che l’ambasciatore, il barone Mirko Zeta, dà per celebrare il compleanno del Principe Pontevedrino. Tutti aspettano l’arrivo di Hanna Glawary, affascinante vedova di un ricchissimo banchiere, che il regno, in pesante crisi finanziaria, non può lasciarsi sfuggire vista la sua ingente eredità. Se la donna andasse sposa a uno straniero, tutte le ricchezze sarebbero perdute, occorre dunque cercare un pretendente, e il conte Danilo Danilowitsch sembra il candidato adatto, ma quest’ultimo non gradisce i progetti nuziali e preferisce passare le serate nel noto locale parigino Chéz Maxim’s. Nel secondo atto l’azione si svolge nel giardino del palazzo di Hanna, dove la ricca vedova mette in scena un finto fidanzamento con Camille de Rossillon per fare ingelosire Danilo, che furibondo, abbandona la festa per recarsi da Maxim a consolarsi. Solo nel terzo e ultimo atto nel corso tra intrighi ed equivoci Danilo confesserà il suo amore per la vedova Hanna e le ricchezze del regno saranno salve.

Note di regia di Paolo Giani Cei. Il gioco dell’operetta è non prendersi mai sul serio. In un mondo sempre più virtuale e sempre più privo di ironia, giacché il filtro della distanza sopprime le espressioni umane, riscoprire l’immediatezza e il brio dell’opera leggera è di sicuro un’occasione unica. Ma per approfittare a pieno di questi titoli, bisogna capirne profondamente lo stile: spesso si declassa questa forma ad un genere di serie B, senza collegarla direttamente ad antenati nobili quali l’opera buffa e il Singspiel tedesco. Rispetto al teatro comico, l’operetta ha tuttavia una marcia in più. Essendo la figlia più giovane del melodramma, ha il vantaggio di poter osservare con distacco tutta la produzione precedente: come gli ultimi arrivati in famiglia, può permettersi di prendere in giro nonni e zii senza suscitare risentimenti, senza quasi che le vittime se ne accorgano. Così, il comico dell’operetta non deve nascere da mezzi qualunque, bensì dalla libertà di esagerare tutte le convenzioni teatrali dei secoli precedenti: l’opera seria vive di codici che fuori dal palcoscenico sembrano ridicoli, mentre l’operetta gioca con gli stessi espedienti dimostrandoci che in realtà sono più veri di quanto non si creda. Questa messa in scena de La vedova allegra, che è la principessa delle operette, vuole quindi dimostrare la bellezza e lo charme dell’elegante vacuità della frivolezza, senza rinunciare a mostrare la profondità di un mondo delicato e complesso. Un viaggio un po’ sognato e un po’ rimpianto, al limite fra il malinconico e il grottesco, fra il surreale e il quotidiano.

Tra il ridicolo e il sublime non v’è che un passo, si dice: La vedova allegra ne è l’esempio vivente.

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