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Sarà lo storico e critico d’arte, Giandomenico Romanelli, a presentare la mostra dal titolo “Passato senza fine – Carceri d’Invenzione” dedicata al grande artista Giambattista Piranesi, a 300 anni dalla sua nascita. “È un omaggio doveroso a un genio dell’architettura – ha commentato il Sindaco di Mogliano Davide Bortolato. – Piranesi è un importante artista che ha avuto i natali nella nostra città e del quale siamo molto orgogliosi. Sono molte, in tutto il mondo, le mostre che lo celebrano e noi dovevamo essere tra queste”. L’evento, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con il centro Artistico e Culturale  G.B. Piranesi, è stata curata dal maestro Angelo Zennaro, artista e presidente del Centro Culturale Piranesi.

 

“Non si tratta solo di ricordare i trecento anni dell’Artista ma di offrire alla Cittadinanza un evento culturale di grande importanza, con ingresso gratuito – ha voluto sottolineare il vicesindaco e assessore alla Cultura Giorgio Copparoni aggiungendo che tutto si svolgerà nel pieno rispetto delle normative Covid.

 

Giovambattista Piranesi nacque a Mogliano Veneto, nell’ottobre del 1720 e giovanissimo si trasferì a Roma, allora fulcro di tutta la cultura occidentale, “fonte dove abbeverarsi”, scelta anche da un altro noto veneto come Antonio Canova che raggiunse Roma solo pochi mesi dopo la morte del Piranesi avvenuta a Venezia il 9 novembre del 1778, a 58 anni.

 

Protagoniste della mostra saranno le 16 incisioni dal titolo “Le Carceri d’invenzione” realizzate fra il 1745 e il 1750 in cui Piranesi sperimenta l’architettura “realizzabile” tra luoghi e scenari impossibili; non si tratta di paesaggi comuni bensì di carceri come luoghi della mente, delle infatuazioni e delle paure dell’artista.

 

La mostra, che si avvale anche della collaborazione della Fondazione Giorgio Cini,  rimarrà aperta dal 31 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021 presso il Brolo Centro d’Arte e Cultura in via Rozone e Vitale 5 a Mogliano, nei giorni di venerdì, sabato e domenica con orario 16.30 – 19.30, e nelle mattine di sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30. Saranno esposte anche le incisioni del maestro Angelo Zennaro dal titolo Ground Zero.

 

 

Silvia Moscati

A cura di Michele Rovoletto

 

Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha segnato la storia dell’arte. In cinque episodi andremo a (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese, cercando di conoscere la sua vita e la sua arte.

 

Arte e vita di Giambattista Piranesi
Intervista al Professor Alessandro Martoni

Alessandro Martoni, storico dell’arte, è responsabile scientifico delle collezioni d’arte presso la Fondazione Giorgio Cini onlus di Venezia. Attivo sul fronte della formazione come docente di storia dell’Arte presso l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia e su quello della divulgazione culturale, collabora con amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, enti di formazione, diocesi.

 

 

• Carissimo Professore, converrà con noi che di Piranesi conosciamo molto della sua arte, ma che la sua vita sia ancora oggi, a trecento anni di distanza dalla sua nascita, foriera di molti interrogativi. Ci aiuti a districarci: intanto, Giambattista o Giovanni Battista Piranesi? Già il nome è declinato nei vari testi e nelle sedi museali in duplice modo.

Mi lasci iniziare con una citazione letteraria: “E non sa di nomi la vita”, sentenzia Pirandello nella strepitosa chiusura dell’Uno, nessuno, centomila. Citazioni a parte, si tratta delle tipiche varianti che si riscontrano sempre nei documenti, nella letteratura artistica, nella storiografia: sono corretti entrambi. Se vogliamo essere aderenti ai documenti settecenteschi, diremmo Giovanni Battista, o ancora meglio, alla veneziana, Zuanne Battista, come appare nell’atto di battesimo dell’8 novembre 1720: “Zuanne Battista fio di Anzolo Piranesi tagliapietra”.

 

• Grazie, stabilito il nome ufficiale, passiamo al grande dibattito degli ultimi decenni intorno a Piranesi: dov’ è nato?

Questione dibattuta. Risponderò semplicemente citando le considerazioni e i documenti trovati dal compianto studioso Lino Moretti, che ci ha lasciato purtroppo qualche anno fa, grande amico e frequentatore della Fondazione Cini. Primo: Piranesi viene battezzato l’8 novembre 1720 nella parrocchia di San Moisè a Venezia; l’atto di battesimo reca la data di nascita, il 4 ottobre, e non dice che sia nato altrove. Secondo elemento; nel medesimo atto si fa riferimento alla levatrice Maddalena Facchinetti, abitante a Santa Maria Zobenigo, confinante con la parrocchia di San Moisè; la donna è la stessa levatrice di tutti gli altri figli di Anzolo Piranesi e Laura Lucchese, tranne Mattio Zuanne. La famiglia Piranesi in quel momento aveva casa in calle o corte Ca’ Barozzi. Per farla breve, lo studioso si chiede: o Anzolo si poteva permettere di far soggiornare a Mogliano la levatrice insieme alla consorte, in attesa del parto; oppure entrambe, gestante e levatrice veneziana, si trovano per fortunata sorte a Mogliano. Tutto può essere; ma le confesso che mi paiono questioni di lana caprina. Cosa più interessante da rilevare è che rispetto a tutti gli altri fratelli, Zuanne Battista è l’unico ad avere un padrino d’alto rango: Zuanne di Ludovico Widmann.

 

• Lei quindi propende, come molti storici del resto, per una nascita veneziana, ma come si spiega l’epigrafe sul suo busto conservato ai Musei Capitolini? Che scopo avrebbero avuto il figlio Francesco e Antonio Canova di professarlo “da Mojano nel territorio di Mestre” come scritto sulla base della sua effige marmorea?

Certo, dice bene. Il busto fatto scolpire nel 1816 da Antonio Canova, “de pecunia sua”, all’allievo, collaboratore e amico, lo scultore veneziano Antonio D’Este, reca sul basamento l’inequivocabile nascita a “Mojano nel territorio di Mestre”. Si è detto che Canova, giunto a Roma nel 1779, a un anno dalla morte di Piranesi, doveva avere informazioni precise e di prima mano sul celebre artista veneziano, avendo frequentato il figlio Francesco, con il quale visitò e misurò numerosi monumenti antichi. Antonio D’Este giunse a Roma nel 1777, dunque doveva avere per forza conosciuto il celebratissimo conterraneo. Ma il busto è del 1816, trent’anni dopo. E il dato si basa in primo luogo sulla vulgata di Legrand, il primo biografo di Piranesi. Moretti a questo punto si chiese: corruzione e cattiva interpretazione di una scrittura che poteva suonare “natus in par. S. Moy. Año 1720”? Pierluigi Panza aggiunge che in nessun scritto di Giovanni Battista si rintraccia una citazione della nascita moglianese; e che Mogliano non è citata in alcun documento legato alla morte. Come la gran parte degli studiosi, propenderei per la nascita veneziana. E l’atto di battesimo è elemento dirimente.

 

• Altra questione poco chiara, la sua famiglia viene descritta come modesta, in alcuni testi addirittura povera. Il padre è talvolta citato quale probabile architetto o comunque direttore di cantiere, altre volte umile tagliapietre. La madre era di buona famiglia, il fratello di lei fu un funzionario della Serenissima. Insomma, abbiamo dati storici che ci diano un’idea più precisa della condizione famigliare di Piranesi?

Ancora una volta ci sostengono i dati d’archivio, che si aggiungono alle notizie ricavate dal Temanza. E non direi che non siano sufficienti ad avere un quadro chiaro. Anzolo Piranesi, figlio del barcaiolo Giovanni, è veneziano e soprannominato “orbo celega”, cieco passerotto; è tagliapietra, come ci dice anche l’atto di battesimo, e come tale segnalato nell’Arte all’anno 1705. Anche la madre Laura Lucchese è figlia di tagliapietra (Valentino), sorella dell’architetto Matteo Lucchese, che introdusse il piccolo Zuanne Battista ai principi del disegno e che svolse il ruolo di architetto e magistrato idraulico presso il Magistrato alle acque; fu lo zio materno ad introdurlo nel mestiere dell’architettura e nella pratica del cantiere, non il padre, che alla morte risultava possedere poche sostanze. Alla famiglia della madre si deve invece forse una maggior agiatezza, se porta in dote, nel 1711, anno delle nozze tra Anzolo e Laura, 500 ducati. Va ricordato che tra i pochi fratelli di Piranesi che scamparono a morte precoce, vi è Valentino Domenico, che divenne monaco certosino e al quale si deve con tutta probabilità qualche rudimento di latino trasmesso al fratello.

 

• Passando dalle vicende umane a quelle artistiche: quali sono le doti che hanno reso celebre Piranesi?

In primo luogo direi la geniale, fervida capacità inventiva, ipernutrita di curiosità e sollecitazioni culturali ed elevata al cubo grazie a caratteristiche umane come la determinazione, l’ambizione, la curiosità, l’intelligenza; e anche grazie agli stimolanti ambienti intellettuali frequentati nel corso di tutta la carriera, già a partire dagli anni giovanili a Venezia –  si pensi al fatto che il giovane Piranesi  si reca per la prima volta a Roma in qualità di ‘disegnatore’ al seguito dell’ambasciatore Francesco Venier, in compagnia dello scultore atestino Francesco Corradini o alle sue frequentazioni con i pensionnaires dell’Académie de France nel periodo di formazione romana. Ambienti che saranno determinanti per la piena affermazione dell’artista Piranesi entro la cerchia antiquaria d’Europa, come protagonista di primo piano del dibattito erudito grazie alle opere sulle antichità e a quelle polemiche; nel 1957 è aggregato, per esempio, alla Society of Antiquaries di Londra. Uno degli aspetti più sorprendenti è che il ‘mancato’ architetto Piranesi – che si firma con orgoglio “Architectus Venetus”, “Architetto Veneziano”, ma che vede realizzato soltanto il progetto di Santa Maria del Priorato sull’Aventino – trasferisce ambizioni, visioni, progetti di una mente che pensa in grande, nella produzione incisoria: architetto ‘con l’acido e con la carta’ è stato detto; e in questo, la magnificenza e la grandezza ingegneristica della Roma antica, di cui egli si sente erede, cantore, latore, gli offrono il bacino privilegiato entro cui saggiare i suoi ‘progetti’ visionari e la sua concezione estetica. Egli ‘ricrea’ sulla carta – con le infinite modulazioni chiaroscurali capaci di catturare ogni palpito della luce sulla pietra, ogni frasca che germina e levita, ogni riverbero del pulviscolo e della polvere del tempo – le antichità di Roma, Tivoli, Pestum in modalità assolutamente inedite e rivoluzionarie; le restituisce certamente attraverso il filtro illuministico della scienza, dello studio dal vero, della topografia, ma allo stesso tempo le ‘rinnova’ profondamente sotto la lente ustoria della ‘riprogettazione totale’, entro una visionarietà immaginifica che resta la sua eredità più grande; così come ‘ricrea e riprogetta’ le tante stratificazioni dell’Urbe, miscelando erudizione e archeologia con la fantasia capricciosa, liquida, mobile, tipica della genia lagunare. L’immagine di Roma non potrà più prescindere dalle restituzioni e dalle visioni del Piranesi. E da questo punto di vista si pensi a come innovi radicalmente il genere della veduta, superando la tradizione seicentesca della veduta didascalica, di formato piccolo, da inserire in guide e compendi per “forestieri”, che gli trasmette il maestro Giuseppe Vasi, giungendo ad una veduta di dimensioni pari a quelle di un quadro; veduta che privilegia topografie e punti di vista inediti dell’Urbe, immerse in una nuova atmosfera luministica, liquida, mobile, viva, che ha già il sapore preromantico della natura naturans. E fa tutto questo con una sistematicità e ampiezza d’interessi e prospettive, sostenuto da una formazione multidisciplinare – scenografia, veduta, cartografia, pratica di cantiere, archeologia – che davvero sorprende; e soprattutto grazie a doti di finissimo disegnatore sollecitate dalle esperienze veneziane a contatto con le opere di Canaletto, Tiepolo, Marco Ricci  (“altro partito non veggo restare a me, e a qualsivoglia Architetto moderno, che spiegare con disegni le proprie idee”, scrive nel 1743). Perché in primo luogo Piranesi è uno straordinario disegnatore e incisore sulla carta e sulla lastra, acquafortista di una raffinatezza e qualità senza pari, che ha saputo restituire senso e misura del tempo su monumenti, rovine, vestigia antiche grazie ai chiari e agli scuri sulla lastra di rame e al controllo perfetto e minuzioso delle morsure in successione. “Rembrandt delle rovine” lo definisce il medico e antiquario bolognese Ludovico Bianconi nell’elogio del 1779.

 

• Nelle sue celeberrime “Carceri”, a suo giudizio, Piranesi esprime il suo virtuosismo barocco, oppure una denuncia in chiave illuministica?

Domanda molto intelligente, che richiederebbe uno spazio esplicativo più ampio di quello concesso dai comprensibili limiti della brevità giornalistica, tali e tante sono le interpretazioni e le letture della serie delle Carceri piranesiane. Opera ‘al nero’, capolavoro ‘notturno’, di sperimentalismo sovraeccitato e di inesauribile polisemia, come hanno genialmente definito Marguerite Yourcenar e Mario Praz i “capricci’ piranesiani, la serie delle Carceri è di tale suggestione e forza evocativa da consacrare la fama del geniale artista veneziano presso i posteri dentro quella lettura ‘romantica’ che ancora oggi è la più diffusa insieme alle analisi psicoanalitiche. Forse grazie al Legrand, primo biografo che ci tramanda della malaria che colpì Piranesi nel 1742 e degli effetti sul suo cervello e sulla sua psiche narcisistica; e grazie soprattutto alle Confessions of an English Opium Eater (1818) di Thomas de Quincey, che riportano le impressioni dell’amico Coleridge innanzi ai “sogni” di Piranesi, visioni realizzate sotto il “delirio della febbre”; poi arrivano Nodier, Musset, Balzac, Baudelaire, Gautier, Hugo, che definisce le Carceri «effrayantes Babels», parto allucinato di un «noir cervau», Walpole e Beckford; sino ad arrivare alla fondamentale analisi di Giuliano Briganti, che riserva alle Carceri un ruolo centrale nella fenomenologia visionaria dello Sturm und Drang e nella ‘rivoluzione psicologica’ preromantica, nell’intuizione informe dell’abisso interiore (l’Unbewusstsein della psicanalisi), collocando Piranesi nella schiera dei ‘pittori dell’immaginario’, accanto a Füssli e Blake e in parallelo con il Sublime di Burke. Gran parte della critica però, va detto, colloca il ‘sublime’ piranesiano nella cultura nella quale egli affonda le radici, cioè nella spazialità barocca della perdita del centro, della moltiplicazione ‘copernicana’ dei mondi e degli spazi, nella destrutturazione della prospettiva monoculare, che trovano nel teatro e nella scenografia l’universo e il genere di massima manifestazione; insomma in quel virtuosismo barocco da lei giustamente richiamato, che intende lo spazio inventato come ‘macchina’ ad altissimo potenziale illusivo ed effimero. Come sottolineano Focillon, Hind, Wilton Ely, Mariani e Praz, le Carceri vanno lette in relazione alla cultura coeva all’artista, alla sua formazione scenografico-prospettica presso gli scenografi romani Giuseppe e Domenico Valeriani, alle sue frequentazioni con i bolognesi Bibiena;  e ovviamente nel rapporto stretto con il tema del capriccio a Venezia; e dunque nel rapporto  con Marco Ricci, Canaletto, Tiepolo (si pensi alla serie dei Grotteschi, che vanno letti insieme alle Carceri, e allo stringente rapporto con gli Scherzi di Fantasia). Il legame imprescindibile delle Carceri con la scenografia barocca e tardobarocca è del resto confermato non solo dalle tante imitazioni delle tavole piranesiane nella scenografia del secondo Settecento (un vero e proprio genere è quello della rappresentazione della prigione), ma anche dalla naturale e persistente ‘vocazione’ teatrale delle Carceri, spesso usate come fonti per la messinscena, nei secoli successivi.

 

Quanto alla seconda letture da lei evocata, ‘denuncia in chiave illuminista’, è evidente che sta facendo riferimento all’acuta analisi di Maurizio Calvesi, che per quanto contestata ha ancora tutta la sua forza e il suo pregio.  Nella seconda edizione delle Carceri, quella con le lastre radicalmente rilavorate pubblicata nel 1761 e quella che potete vedere in mostra a Bassano, Piranesi moltiplica le fughe prospettiche e i piani spaziali, potenzia l’effetto labirintico e ossessivo delle camere, arricchisce gli ambienti di ingranaggi, ruote, catene, funi, patiboli, animando l’inferno carcerario con un accresciuto numero di figure, come se volesse rendere maggiormente esplicita la dimensione di una topografia sotterranea connessa al tema della pena e dell’espiazione. Questo aspetto potrebbe proprio dare ragione a Calvesi, che interpreta i luoghi piranesiani come libera ricostruzione, zeppa di riferimenti alla simbologia della Libera Muratoria, del Carcere Mamertino e degli edifici capitolini, intendendo la serie da un lato come poetica trasfigurazione della grandezza e superiorità della civiltà e dell’architettura romana, dall’altro riconnettendola alle teorie settecentesche sulla lex romana e al pensiero di Gravina, Guarnacci, Montesquieu, Vico, Filangieri. Più che denuncia diremmo così una ‘rappresentazione in figura’ del dibattito illuminista sull’auctoritas civile del diritto e dell’architettura romana pensata pro publica utilitate, con le sue opere ingegneristiche grandiose, con i suoi acquedotti, le sua fogne, le sue mura, le sue carceri; ed ecco che Calvesi ci ricorda nelle incisioni piranesiane le iscrizioni tratte da Tito Livio e i riferimenti alla figura di Anco Marzio, il re che fece edificare il Carcere Mamertino.

 

• Pensando a Maurits Cornelis Escher, qual è il rapporto dell’arte di Piranesi con l’arte moderna e contemporanea?

Possiamo dire un rapporto fecondo e ininterrotto, senza soluzioni di continuità. Con le Carceri a fare da opera trainante, come abbiamo appena detto, nel suo ruolo di fonte di ispirazione inesauribile nell’arte e soprattutto nell’architettura contemporanea; in primo luogo per quella forza generatrice e moltiplicatoria di spazi senza fine che le costruzioni piranesiane propongono, per quelle strutture potenti, ipertrofiche, oniriche –spazi della mente visionaria – che trovano nel verticalismo e nel rapporto di spinte e controspinte modulabili all’infinito del gotico il quid sostanziale della loro stabilità. Non c’è solo Escher, ovviamente il referente contemporaneo più citato e manifesto nel rapporto con la serie piranesiana: i labirinti percettivi surrealisti, gli spazi ipnotici e paradossali dell’incisore olandese, con la loro ossessione per i poliedri, le distorsioni prospettiche e la mistica dell’infinito possibile e rappresentabile, devono molto agli ambienti ‘impossibili’ di Piranesi. Ma in realtà l’influenza delle Carceri sulla destrutturazione e ipertrofia come della surrealtà e della visionarietà nel tema dell’antico, della rovina e del tempo distruttore e modellatore è davvero enorme. Il tempo è tiranno, ma invito a leggere il delizioso libretto di Franco Purini, che a lungo a riflettuto su Piranesi e sulla sua eredità nei secoli a venire, soprattutto nel ’900. Limitandosi a qualche citazione in architettura non si possono non citare “la città nuova” ipermeccanizzata ed esponenziale del futurista comasco Sant’Elia; le esperienze sovietiche degli anni Venti di    Mel’nikov, Trockij, Cˇernichov, indagate dall’amica Federica Rossi; e ancora, per citare solo alcuni nomi, gli edifici e i progetti più ‘piranesiani’, o dove sembra  ravvisarsi più di una suggestione, di Paolo Soleri, John Portman, Franck O. Gehry, Norman Foster, Rafael Viñoly Beceiro, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Francesco Cellini, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Renzo Piano, dello stesso Purini. E poi c’è il cinema, campo molto prolifico e straordinariamente ricettivo, come quello dei videogames, degli spazi piranesiani: basti pensare alla città stratificata e gerarchica, con quella alta attraversata dalla babele delle passerelle aeree e quella bassa, infernale, del Moloch che divora gli operai, di Metropolis di Fritz Lang; alla Gotham City di Batman; alla Los Angeles visionaria e notturna di Blade Runner di Scott; e persino, omaggio dichiarato, alla grande hall dalle scale semoventi della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter.

 

• A Bassano del Grappa e Venezia sono in corso due mostre commemorative in onore di Piranesi, entrambe vedono coinvolta la Fondazione Giorgio Cini: quali propositi si pongono queste due distinte manifestazioni? Malgrado la pandemia covid-19, come risponde il pubblico?

Entrambe, pur nate con presupposti e sollecitazioni differenti, hanno in comune un obbiettivo di fondo importante: quello della valorizzazione delle collezioni e del patrimonio grafico che entrambe le istituzioni hanno l’onore di conservare. Nel caso specifico della Fondazione Giorgio Cini stiamo parlando dell’opera incisoria completa di Piranesi, grazie all’acquisto, effettuato tra il 1961 e il 1962 dall’Istituto di Storia dell’Arte e sostenuto da Vittorio Cini, di 24 volumi in folio della prima edizione francese dell’opera piranesiana, edita dalla Piranesi Fréres, fondata dai figli Francesco e Pietro a Parigi. Tiratura di grande pregio e acquisizione di prim’ordine che ha di fatto consegnato alla Fondazione Cini lo scettro di luogo ‘piranesiano’ per eccellenza a Venezia. Fama ribadita dalle importanti mostre che sono state organizzate nei decenni scorsi dall’Istituto di Storia dell’Arte, a partire da quella del 1978 di Alessandro Bettagno per arrivare a quella di Giuseppe Pavanello nel 2010. Ora si aggiunge questa raffinata mostra curata dal direttore Luca Massimo Barbero presso la Galleria di Palazzo Cini, in collaborazione con Giovanna Calvenzi e l’Archivio Gabriele Basilico. La mostra è integralmente dedicata a Piranesi vedutista e alla restituzione fotografica dei luoghi e delle vedute di Piranesi compiuta nel 2010, su commissione della Fondazione Cini stessa, da parte di Gabriele Basilico, maestro indiscusso del paesaggio fotografico contemporaneo, qui lucido, malinconico, disincantato interprete, attraverso la macchina fotografica, della visione e dello sguardo del grande artista veneziano su Roma. Sfogliatevi lo splendido volume edito per l’occasione dalla casa editrice romana Contrasto e capirete immediatamente come non si poteva fare scelta più lungimirante e convincente del coinvolgimento di Gabriele Basilico per questo ‘progetto di restituzione e confronto’; sul filo di affinità elettive che valicano le generazioni e i secoli.

(TERZA PARTE) LE DUE MOSTRE DEDICATE A PIRANESI

Due mostre, due città, due splendide occasioni per una gita tra arte e luoghi unici.

A cura di Michele Rovoletto

 

Nel tricentenario della nascita di Piranesi, Bassano del Grappa e Venezia ospitano due mostre dedicate al rinomato incisore. Visto il periodo e questi due eventi, l’occasione è propizia per passeggiare nei luoghi unici di queste due perle del Veneto nonché di avvicinarci e approfondire la conoscenza del grande artista di origine veneta. Soprattutto il visitatore è coinvolto con installazioni moderne alla scoperta di autori contemporanei che “dialogano” col sommo incisore.

 

Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo

Palazzo Sturm a Bassano del Grappa apre le sue sale a Giambattista Piranesi con un’eccellente mostra — a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza — che espone i capolavori grafici di Giambattista Piranesi provenienti dalle locali collezioni museali. L’occasione è storica ed imperdibile per curiosi e amanti dell’arte, in quanto per la prima volta i Musei Civici di Bassano del Grappa espongono la loro intera collezione formata da oltre cinquecento incisioni. Inoltre, grazie al prestito delle sedici incisioni Carceri d’Invenzione, provenienti dalle collezioni della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, la mostra permette al visitatore di conoscere l’intera produzione piranesiana.

 

Proveniente da una precedente mostra, inoltre, c’è la spettacolare la possibilità di camminare nei visionari e angusti luoghi delle carceri, grazie al video d’animazione tridimensionale realizzato da Grégorie Dupont (https://www.youtube.com/watch?v=FlcbxAr11Pc), anche in questo caso ottenuto grazie alla Fondazione Cini.

 

Luca Pignatelli “Icons Unplugged. Castello dell’Acqua Felice”

 

Infine, raffinato e coinvolgente è l’accostamento tra le opere di Piranesi e l’artista contemporaneo Luca Pignatelli (Milano 1962), il quale, trova nella storia e nelle immagini antiche la linfa generatrice della sua arte, una sorta di flusso di coscienza che lo mette di fronte all’enigma del tempo “senza tempo”.  Icons Unplugged. Veduta del Castello dell’Acqua Felice è il lavoro realizzato da Pignatelli appositamente per la mostra. In quest’opera l’artista milanese rappresenta il tempo che si incontra tra passato e presente nel punto nevralgico che l’opera rappresenta: un’antica immagine che propone un antico luogo (il passato) e il presente che si determina nel nostro tempo di fruizione dell’opera. Passato e presente sono correlati agli orologi che scandiscono il tempo (fluire del tempo), ognuno inevitabilmente il suo tempo (impossibilità di determinare un tempo univoco), esplicitando l’assurdo tentativo dell’uomo di misurarlo e  definirlo, in qualche modo, in un perimetro razionale.

 

 

 

Giambattista Piranesi e Gabriele Basilico, tra Venezia e Roma

Curata da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte, presso Palazzo Cini, a Venezia, è in svolgimento un’esposizione dedicata a Piranesi e realizzata in collaborazione dell’Archivio Gabriele Basilico. Sono presentate 25 vedute romane dell’incisore veneto poste in dialogo con altrettante fotografie di Gabriele Basilico che ha fotoriprodotto la Città Eterna partendo dalla stessa posizione delle incisioni.  La mostra è stata, genialmente, proposta in anteprima, in piena pandemia Covid, con un progetto di affissioni pubbliche. L’iniziativa ha coinvolto i muri di calli e campi di Venezia per poi prender forma, da giugno a novembre, in Galleria Cini. Il confronto mette in luce, le variazioni più o meno evidenti nonché scontate, che l’urbanistica dell’Urbe ha subito, altresì esemplifica la capacità di Piranesi di espandere la realtà e renderla monumentale ed eroica cioè la sua innata capacità di esaltare il vero superandolo senza stravolgerlo.

 

 

Incisione (parte) “Veduta di Piazza del Popolo” di G.Piranesi
Foto di Piazza del Popolo di Gabriele Basilico

 

L’accostamento di queste due opere mette in confronto due immagini di Piazza del popolo colte circa a trecento anni di distanza. A parte qualche variazione architettonica si nota come Piranesi “allunghi” la mole della chiesa di Santa Maria dei Miracoli e della sua cupola e contemporaneamente tendi a ridimensionare l’impianto urbanistico che la circonda. Ne risulta un’immagine imponente e “sacrale” nel senso che egli erge gli edifici principali della sua veduta a forme esaltate col fine di innalzare la bellezza monumentale, storica, architettonica della Città Santa, resa nella gloria del suo splendore.

 

Mogliano Veneto, ritratto di G. Piranesi presente nella facciata del Biblioteca Comunale

 

A cura di Michele Rovoletto

 

Piranesi si esprimeva con l’acquaforte, una tecnica incisoria, una forma di stampa che ha un procedimento piuttosto complesso che, se conosciuto, permette l’esatta comprensione del virtuosissimo dell’artista. L’acquaforte è così chiamata perché l’incisione non è compiuta dal gesto meccanico dell’uomo ma dall’azione corrosiva di un acido. Si inizia prendendo una lastra di rame piuttosto spessa da poter sopportare la successiva azione di compressione del torchio, e la si cosparge di vernice. Essiccato questo manto di vernice, l’artista incide la stessa con degli stiletti più o meno appuntititi e grossi, definendo i contorni di ciò che vuol rappresentare nonché una più o meno fitta serie di segni che andranno a costituire i chiaro scuri. A questo punto la lastra cosparsa di vernice incisa viene messa a bagno in una soluzione acida. L’acido entra nei segni incisi dall’artista nella vernice e va a corrodere il rame della lastra, trasformando il disegno che l’artista aveva segnato sulla vernice in una serie di segni incavi sulla lastra. La fase finale comporta l’inchiostratura e la stampa, ovvero si riempiono i segni scavati sul rame di inchiostro e finalmente si pone la lastra sul torchio imprimendola su un foglio di carta e ottenendo la stampa. Le incisioni sono opere multiple, generalmente una acquaforte antica contava qualche centinaio di copie.

 

 

Volendo inoltrarsi nell’arte di Piranesi, analizziamo tre opere simbolo della sua produzione, tre incisioni che lo hanno reso celebre e tutt’oggi amato e ricercato dai collezionisti di tutto il mondo. Tra le innumerevoli vedute di Roma che si sono succedute per oltre trent’anni, “Veduta dell’Arco di Costantino e dell’Anfiteatro Flavio detto Colosseo” ci permette di approfondire la conoscenza del nostro artista. Egli si smarca dagli altri incisori vedutisti romani, per una impaginazione diversa e una resa realistica della città altrimenti vista dai sui colleghi in modo freddamente descrittivo ed anonimo. La sua abilità di vedutista sa strabiliare i collezionisti del tempo con rappresentazioni dei monumenti presi con visuali sorprendenti e nella maniera che sembrino ancor più imponenti.

 

 

Il Colosseo è visto dentro il suo contesto urbano presieduto da resti antichi e umili costruzioni ad essi addossate. Piranesi sceglie un punto di vista alto per poter vagare prospetticamente nel circondario, grazie a questo espediente, riesce a conformare la forma ellittica dell’Anfiteatro Flavio. L’imponenza del Colosseo fa da quinta all’arco di Costantino animato da figure che si muovono tra rovine e sterpaglie. Alla geniale impaginazione e al tocco di realismo rappresentato dalle umili figurette, si nota la maestria dell’autore di rendere, grazie alla meticolosa gradazione dei grigi (quindi alla minore o maggiore sequenza dei tratti incisori) la percezione atmosferica della foschia nel paesaggio in lontananza e del gioco della luce solare tra le arcate del Colosseo.

 

 

Tra le incisioni dedicate al contado romano l’opera “Veduta del Tempio della Sibilla di Tivoli” è esemplificativo per conosce qualche altro aspetto, tecnico e tematico, della produzione artistica del Piranesi. Il monumento questa volta è inquadrato dal basso per amplificare la grandiosità della costruzione, il cielo che col suo chiarore espande l’effetto monumentale. Colpiscono le figurette che si aggirano qua e là con plastica gestualità. A differenza di alcune vedute romane in cui le umili figure esprimevano un tocco di realismo, qui esse assumono una valenza simbolica, ci appaiono a metà strada tra esploratori che si muovono qua e là tra i resti e banditi o contadini nascosti tra la sterpaglia ai piedi dell’antico tempio. Esse sono le enigmatiche genti che popolano questi luoghi magici e misteriosi, persone che, come le architetture, sembrano sospese in un tempo indefinito carico di riflessioni sul dualismo tra l’antica bellezza e grandiosità classica e la forza del tempo e della natura che le ha rese meste rovine.

 

 

Con le “Carceri” affrontiamo l’apice dell’arte di Piranesi.
Unanimemente questa serie di raffigurazioni sono ritenute i suoi capolavori assoluti. Esse sono frutto esclusivo del suo genio inventivo e tecnico e ancora motivo di ispirazione per l’arte contemporanea, come le celeberrime opere di Maurits Vornelis Escher dimostrano. In un ambiente sotterraneo senza aperture con l’esterno, possenti arcate sostengono una fitta sequenza di piani intersecanti tra loro, linee spezzate, che si susseguono senza respiro né logica, disorientando l’osservatore, portandolo ad un senso di smarrimento e angoscia.

 

Piranesi riempie quest’ambiente già di per sé inospitale con passerelle sospese nel vuoto, scale e corridoi dei quali non si comprende il fine, funi penzolanti e strumenti di tortura portando lo spettatore da una prima reazione di curiosità e incomprensione verso la percezione di un luogo oscuro, privo di ragione in cui alleggia la presenza del terrore; un’edificazione visionaria del teatro della tortura e della morte. In questa serie di incisioni, non sappiamo se Piranesi ponga una questione morale sulla brutalità della giustizia o se il suo sia, semplicemente, un “capriccio” barocco, tutto ciò non è dato sapersi.
Probabilmente, come ogni grande artista, egli, pone motivi di interrogazione allo spettatore, piuttosto che proferire scontate sentenze.

 

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