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Giambattista Piranesi. Cinque episodi per (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese

A cura di Michele Rovoletto   Piranesi si esprimeva con l’acquaforte, una tecnica incisoria, una forma di stampa che ha un procedimento piuttosto complesso che, se conosciuto, permette l’esatta comprensione del virtuosissimo dell’artista. L’acquaforte è così chiamata

A cura di Michele Rovoletto

 

Piranesi si esprimeva con l’acquaforte, una tecnica incisoria, una forma di stampa che ha un procedimento piuttosto complesso che, se conosciuto, permette l’esatta comprensione del virtuosissimo dell’artista. L’acquaforte è così chiamata perché l’incisione non è compiuta dal gesto meccanico dell’uomo ma dall’azione corrosiva di un acido. Si inizia prendendo una lastra di rame piuttosto spessa da poter sopportare la successiva azione di compressione del torchio, e la si cosparge di vernice. Essiccato questo manto di vernice, l’artista incide la stessa con degli stiletti più o meno appuntititi e grossi, definendo i contorni di ciò che vuol rappresentare nonché una più o meno fitta serie di segni che andranno a costituire i chiaro scuri. A questo punto la lastra cosparsa di vernice incisa viene messa a bagno in una soluzione acida. L’acido entra nei segni incisi dall’artista nella vernice e va a corrodere il rame della lastra, trasformando il disegno che l’artista aveva segnato sulla vernice in una serie di segni incavi sulla lastra. La fase finale comporta l’inchiostratura e la stampa, ovvero si riempiono i segni scavati sul rame di inchiostro e finalmente si pone la lastra sul torchio imprimendola su un foglio di carta e ottenendo la stampa. Le incisioni sono opere multiple, generalmente una acquaforte antica contava qualche centinaio di copie.

 

 

Volendo inoltrarsi nell’arte di Piranesi, analizziamo tre opere simbolo della sua produzione, tre incisioni che lo hanno reso celebre e tutt’oggi amato e ricercato dai collezionisti di tutto il mondo. Tra le innumerevoli vedute di Roma che si sono succedute per oltre trent’anni, “Veduta dell’Arco di Costantino e dell’Anfiteatro Flavio detto Colosseo” ci permette di approfondire la conoscenza del nostro artista. Egli si smarca dagli altri incisori vedutisti romani, per una impaginazione diversa e una resa realistica della città altrimenti vista dai sui colleghi in modo freddamente descrittivo ed anonimo. La sua abilità di vedutista sa strabiliare i collezionisti del tempo con rappresentazioni dei monumenti presi con visuali sorprendenti e nella maniera che sembrino ancor più imponenti.

 

 

Il Colosseo è visto dentro il suo contesto urbano presieduto da resti antichi e umili costruzioni ad essi addossate. Piranesi sceglie un punto di vista alto per poter vagare prospetticamente nel circondario, grazie a questo espediente, riesce a conformare la forma ellittica dell’Anfiteatro Flavio. L’imponenza del Colosseo fa da quinta all’arco di Costantino animato da figure che si muovono tra rovine e sterpaglie. Alla geniale impaginazione e al tocco di realismo rappresentato dalle umili figurette, si nota la maestria dell’autore di rendere, grazie alla meticolosa gradazione dei grigi (quindi alla minore o maggiore sequenza dei tratti incisori) la percezione atmosferica della foschia nel paesaggio in lontananza e del gioco della luce solare tra le arcate del Colosseo.

 

 

Tra le incisioni dedicate al contado romano l’opera “Veduta del Tempio della Sibilla di Tivoli” è esemplificativo per conosce qualche altro aspetto, tecnico e tematico, della produzione artistica del Piranesi. Il monumento questa volta è inquadrato dal basso per amplificare la grandiosità della costruzione, il cielo che col suo chiarore espande l’effetto monumentale. Colpiscono le figurette che si aggirano qua e là con plastica gestualità. A differenza di alcune vedute romane in cui le umili figure esprimevano un tocco di realismo, qui esse assumono una valenza simbolica, ci appaiono a metà strada tra esploratori che si muovono qua e là tra i resti e banditi o contadini nascosti tra la sterpaglia ai piedi dell’antico tempio. Esse sono le enigmatiche genti che popolano questi luoghi magici e misteriosi, persone che, come le architetture, sembrano sospese in un tempo indefinito carico di riflessioni sul dualismo tra l’antica bellezza e grandiosità classica e la forza del tempo e della natura che le ha rese meste rovine.

 

 

Con le “Carceri” affrontiamo l’apice dell’arte di Piranesi.
Unanimemente questa serie di raffigurazioni sono ritenute i suoi capolavori assoluti. Esse sono frutto esclusivo del suo genio inventivo e tecnico e ancora motivo di ispirazione per l’arte contemporanea, come le celeberrime opere di Maurits Vornelis Escher dimostrano. In un ambiente sotterraneo senza aperture con l’esterno, possenti arcate sostengono una fitta sequenza di piani intersecanti tra loro, linee spezzate, che si susseguono senza respiro né logica, disorientando l’osservatore, portandolo ad un senso di smarrimento e angoscia.

 

Piranesi riempie quest’ambiente già di per sé inospitale con passerelle sospese nel vuoto, scale e corridoi dei quali non si comprende il fine, funi penzolanti e strumenti di tortura portando lo spettatore da una prima reazione di curiosità e incomprensione verso la percezione di un luogo oscuro, privo di ragione in cui alleggia la presenza del terrore; un’edificazione visionaria del teatro della tortura e della morte. In questa serie di incisioni, non sappiamo se Piranesi ponga una questione morale sulla brutalità della giustizia o se il suo sia, semplicemente, un “capriccio” barocco, tutto ciò non è dato sapersi.
Probabilmente, come ogni grande artista, egli, pone motivi di interrogazione allo spettatore, piuttosto che proferire scontate sentenze.

 

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