Home / Cultura  / Arte  / Giambattista Piranesi, 5 episodi per (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese

Giambattista Piranesi, 5 episodi per (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese

A cura di Michele Rovoletto   Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha

A cura di Michele Rovoletto

 

Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha segnato la storia dell’arte. In cinque episodi andremo a (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese, cercando di conoscere la sua vita e la sua arte.

 

Arte e vita di Giambattista Piranesi
Intervista al Professor Alessandro Martoni

Alessandro Martoni, storico dell’arte, è responsabile scientifico delle collezioni d’arte presso la Fondazione Giorgio Cini onlus di Venezia. Attivo sul fronte della formazione come docente di storia dell’Arte presso l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia e su quello della divulgazione culturale, collabora con amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, enti di formazione, diocesi.

 

 

• Carissimo Professore, converrà con noi che di Piranesi conosciamo molto della sua arte, ma che la sua vita sia ancora oggi, a trecento anni di distanza dalla sua nascita, foriera di molti interrogativi. Ci aiuti a districarci: intanto, Giambattista o Giovanni Battista Piranesi? Già il nome è declinato nei vari testi e nelle sedi museali in duplice modo.

Mi lasci iniziare con una citazione letteraria: “E non sa di nomi la vita”, sentenzia Pirandello nella strepitosa chiusura dell’Uno, nessuno, centomila. Citazioni a parte, si tratta delle tipiche varianti che si riscontrano sempre nei documenti, nella letteratura artistica, nella storiografia: sono corretti entrambi. Se vogliamo essere aderenti ai documenti settecenteschi, diremmo Giovanni Battista, o ancora meglio, alla veneziana, Zuanne Battista, come appare nell’atto di battesimo dell’8 novembre 1720: “Zuanne Battista fio di Anzolo Piranesi tagliapietra”.

 

• Grazie, stabilito il nome ufficiale, passiamo al grande dibattito degli ultimi decenni intorno a Piranesi: dov’ è nato?

Questione dibattuta. Risponderò semplicemente citando le considerazioni e i documenti trovati dal compianto studioso Lino Moretti, che ci ha lasciato purtroppo qualche anno fa, grande amico e frequentatore della Fondazione Cini. Primo: Piranesi viene battezzato l’8 novembre 1720 nella parrocchia di San Moisè a Venezia; l’atto di battesimo reca la data di nascita, il 4 ottobre, e non dice che sia nato altrove. Secondo elemento; nel medesimo atto si fa riferimento alla levatrice Maddalena Facchinetti, abitante a Santa Maria Zobenigo, confinante con la parrocchia di San Moisè; la donna è la stessa levatrice di tutti gli altri figli di Anzolo Piranesi e Laura Lucchese, tranne Mattio Zuanne. La famiglia Piranesi in quel momento aveva casa in calle o corte Ca’ Barozzi. Per farla breve, lo studioso si chiede: o Anzolo si poteva permettere di far soggiornare a Mogliano la levatrice insieme alla consorte, in attesa del parto; oppure entrambe, gestante e levatrice veneziana, si trovano per fortunata sorte a Mogliano. Tutto può essere; ma le confesso che mi paiono questioni di lana caprina. Cosa più interessante da rilevare è che rispetto a tutti gli altri fratelli, Zuanne Battista è l’unico ad avere un padrino d’alto rango: Zuanne di Ludovico Widmann.

 

• Lei quindi propende, come molti storici del resto, per una nascita veneziana, ma come si spiega l’epigrafe sul suo busto conservato ai Musei Capitolini? Che scopo avrebbero avuto il figlio Francesco e Antonio Canova di professarlo “da Mojano nel territorio di Mestre” come scritto sulla base della sua effige marmorea?

Certo, dice bene. Il busto fatto scolpire nel 1816 da Antonio Canova, “de pecunia sua”, all’allievo, collaboratore e amico, lo scultore veneziano Antonio D’Este, reca sul basamento l’inequivocabile nascita a “Mojano nel territorio di Mestre”. Si è detto che Canova, giunto a Roma nel 1779, a un anno dalla morte di Piranesi, doveva avere informazioni precise e di prima mano sul celebre artista veneziano, avendo frequentato il figlio Francesco, con il quale visitò e misurò numerosi monumenti antichi. Antonio D’Este giunse a Roma nel 1777, dunque doveva avere per forza conosciuto il celebratissimo conterraneo. Ma il busto è del 1816, trent’anni dopo. E il dato si basa in primo luogo sulla vulgata di Legrand, il primo biografo di Piranesi. Moretti a questo punto si chiese: corruzione e cattiva interpretazione di una scrittura che poteva suonare “natus in par. S. Moy. Año 1720”? Pierluigi Panza aggiunge che in nessun scritto di Giovanni Battista si rintraccia una citazione della nascita moglianese; e che Mogliano non è citata in alcun documento legato alla morte. Come la gran parte degli studiosi, propenderei per la nascita veneziana. E l’atto di battesimo è elemento dirimente.

 

• Altra questione poco chiara, la sua famiglia viene descritta come modesta, in alcuni testi addirittura povera. Il padre è talvolta citato quale probabile architetto o comunque direttore di cantiere, altre volte umile tagliapietre. La madre era di buona famiglia, il fratello di lei fu un funzionario della Serenissima. Insomma, abbiamo dati storici che ci diano un’idea più precisa della condizione famigliare di Piranesi?

Ancora una volta ci sostengono i dati d’archivio, che si aggiungono alle notizie ricavate dal Temanza. E non direi che non siano sufficienti ad avere un quadro chiaro. Anzolo Piranesi, figlio del barcaiolo Giovanni, è veneziano e soprannominato “orbo celega”, cieco passerotto; è tagliapietra, come ci dice anche l’atto di battesimo, e come tale segnalato nell’Arte all’anno 1705. Anche la madre Laura Lucchese è figlia di tagliapietra (Valentino), sorella dell’architetto Matteo Lucchese, che introdusse il piccolo Zuanne Battista ai principi del disegno e che svolse il ruolo di architetto e magistrato idraulico presso il Magistrato alle acque; fu lo zio materno ad introdurlo nel mestiere dell’architettura e nella pratica del cantiere, non il padre, che alla morte risultava possedere poche sostanze. Alla famiglia della madre si deve invece forse una maggior agiatezza, se porta in dote, nel 1711, anno delle nozze tra Anzolo e Laura, 500 ducati. Va ricordato che tra i pochi fratelli di Piranesi che scamparono a morte precoce, vi è Valentino Domenico, che divenne monaco certosino e al quale si deve con tutta probabilità qualche rudimento di latino trasmesso al fratello.

 

• Passando dalle vicende umane a quelle artistiche: quali sono le doti che hanno reso celebre Piranesi?

In primo luogo direi la geniale, fervida capacità inventiva, ipernutrita di curiosità e sollecitazioni culturali ed elevata al cubo grazie a caratteristiche umane come la determinazione, l’ambizione, la curiosità, l’intelligenza; e anche grazie agli stimolanti ambienti intellettuali frequentati nel corso di tutta la carriera, già a partire dagli anni giovanili a Venezia –  si pensi al fatto che il giovane Piranesi  si reca per la prima volta a Roma in qualità di ‘disegnatore’ al seguito dell’ambasciatore Francesco Venier, in compagnia dello scultore atestino Francesco Corradini o alle sue frequentazioni con i pensionnaires dell’Académie de France nel periodo di formazione romana. Ambienti che saranno determinanti per la piena affermazione dell’artista Piranesi entro la cerchia antiquaria d’Europa, come protagonista di primo piano del dibattito erudito grazie alle opere sulle antichità e a quelle polemiche; nel 1957 è aggregato, per esempio, alla Society of Antiquaries di Londra. Uno degli aspetti più sorprendenti è che il ‘mancato’ architetto Piranesi – che si firma con orgoglio “Architectus Venetus”, “Architetto Veneziano”, ma che vede realizzato soltanto il progetto di Santa Maria del Priorato sull’Aventino – trasferisce ambizioni, visioni, progetti di una mente che pensa in grande, nella produzione incisoria: architetto ‘con l’acido e con la carta’ è stato detto; e in questo, la magnificenza e la grandezza ingegneristica della Roma antica, di cui egli si sente erede, cantore, latore, gli offrono il bacino privilegiato entro cui saggiare i suoi ‘progetti’ visionari e la sua concezione estetica. Egli ‘ricrea’ sulla carta – con le infinite modulazioni chiaroscurali capaci di catturare ogni palpito della luce sulla pietra, ogni frasca che germina e levita, ogni riverbero del pulviscolo e della polvere del tempo – le antichità di Roma, Tivoli, Pestum in modalità assolutamente inedite e rivoluzionarie; le restituisce certamente attraverso il filtro illuministico della scienza, dello studio dal vero, della topografia, ma allo stesso tempo le ‘rinnova’ profondamente sotto la lente ustoria della ‘riprogettazione totale’, entro una visionarietà immaginifica che resta la sua eredità più grande; così come ‘ricrea e riprogetta’ le tante stratificazioni dell’Urbe, miscelando erudizione e archeologia con la fantasia capricciosa, liquida, mobile, tipica della genia lagunare. L’immagine di Roma non potrà più prescindere dalle restituzioni e dalle visioni del Piranesi. E da questo punto di vista si pensi a come innovi radicalmente il genere della veduta, superando la tradizione seicentesca della veduta didascalica, di formato piccolo, da inserire in guide e compendi per “forestieri”, che gli trasmette il maestro Giuseppe Vasi, giungendo ad una veduta di dimensioni pari a quelle di un quadro; veduta che privilegia topografie e punti di vista inediti dell’Urbe, immerse in una nuova atmosfera luministica, liquida, mobile, viva, che ha già il sapore preromantico della natura naturans. E fa tutto questo con una sistematicità e ampiezza d’interessi e prospettive, sostenuto da una formazione multidisciplinare – scenografia, veduta, cartografia, pratica di cantiere, archeologia – che davvero sorprende; e soprattutto grazie a doti di finissimo disegnatore sollecitate dalle esperienze veneziane a contatto con le opere di Canaletto, Tiepolo, Marco Ricci  (“altro partito non veggo restare a me, e a qualsivoglia Architetto moderno, che spiegare con disegni le proprie idee”, scrive nel 1743). Perché in primo luogo Piranesi è uno straordinario disegnatore e incisore sulla carta e sulla lastra, acquafortista di una raffinatezza e qualità senza pari, che ha saputo restituire senso e misura del tempo su monumenti, rovine, vestigia antiche grazie ai chiari e agli scuri sulla lastra di rame e al controllo perfetto e minuzioso delle morsure in successione. “Rembrandt delle rovine” lo definisce il medico e antiquario bolognese Ludovico Bianconi nell’elogio del 1779.

 

• Nelle sue celeberrime “Carceri”, a suo giudizio, Piranesi esprime il suo virtuosismo barocco, oppure una denuncia in chiave illuministica?

Domanda molto intelligente, che richiederebbe uno spazio esplicativo più ampio di quello concesso dai comprensibili limiti della brevità giornalistica, tali e tante sono le interpretazioni e le letture della serie delle Carceri piranesiane. Opera ‘al nero’, capolavoro ‘notturno’, di sperimentalismo sovraeccitato e di inesauribile polisemia, come hanno genialmente definito Marguerite Yourcenar e Mario Praz i “capricci’ piranesiani, la serie delle Carceri è di tale suggestione e forza evocativa da consacrare la fama del geniale artista veneziano presso i posteri dentro quella lettura ‘romantica’ che ancora oggi è la più diffusa insieme alle analisi psicoanalitiche. Forse grazie al Legrand, primo biografo che ci tramanda della malaria che colpì Piranesi nel 1742 e degli effetti sul suo cervello e sulla sua psiche narcisistica; e grazie soprattutto alle Confessions of an English Opium Eater (1818) di Thomas de Quincey, che riportano le impressioni dell’amico Coleridge innanzi ai “sogni” di Piranesi, visioni realizzate sotto il “delirio della febbre”; poi arrivano Nodier, Musset, Balzac, Baudelaire, Gautier, Hugo, che definisce le Carceri «effrayantes Babels», parto allucinato di un «noir cervau», Walpole e Beckford; sino ad arrivare alla fondamentale analisi di Giuliano Briganti, che riserva alle Carceri un ruolo centrale nella fenomenologia visionaria dello Sturm und Drang e nella ‘rivoluzione psicologica’ preromantica, nell’intuizione informe dell’abisso interiore (l’Unbewusstsein della psicanalisi), collocando Piranesi nella schiera dei ‘pittori dell’immaginario’, accanto a Füssli e Blake e in parallelo con il Sublime di Burke. Gran parte della critica però, va detto, colloca il ‘sublime’ piranesiano nella cultura nella quale egli affonda le radici, cioè nella spazialità barocca della perdita del centro, della moltiplicazione ‘copernicana’ dei mondi e degli spazi, nella destrutturazione della prospettiva monoculare, che trovano nel teatro e nella scenografia l’universo e il genere di massima manifestazione; insomma in quel virtuosismo barocco da lei giustamente richiamato, che intende lo spazio inventato come ‘macchina’ ad altissimo potenziale illusivo ed effimero. Come sottolineano Focillon, Hind, Wilton Ely, Mariani e Praz, le Carceri vanno lette in relazione alla cultura coeva all’artista, alla sua formazione scenografico-prospettica presso gli scenografi romani Giuseppe e Domenico Valeriani, alle sue frequentazioni con i bolognesi Bibiena;  e ovviamente nel rapporto stretto con il tema del capriccio a Venezia; e dunque nel rapporto  con Marco Ricci, Canaletto, Tiepolo (si pensi alla serie dei Grotteschi, che vanno letti insieme alle Carceri, e allo stringente rapporto con gli Scherzi di Fantasia). Il legame imprescindibile delle Carceri con la scenografia barocca e tardobarocca è del resto confermato non solo dalle tante imitazioni delle tavole piranesiane nella scenografia del secondo Settecento (un vero e proprio genere è quello della rappresentazione della prigione), ma anche dalla naturale e persistente ‘vocazione’ teatrale delle Carceri, spesso usate come fonti per la messinscena, nei secoli successivi.

 

Quanto alla seconda letture da lei evocata, ‘denuncia in chiave illuminista’, è evidente che sta facendo riferimento all’acuta analisi di Maurizio Calvesi, che per quanto contestata ha ancora tutta la sua forza e il suo pregio.  Nella seconda edizione delle Carceri, quella con le lastre radicalmente rilavorate pubblicata nel 1761 e quella che potete vedere in mostra a Bassano, Piranesi moltiplica le fughe prospettiche e i piani spaziali, potenzia l’effetto labirintico e ossessivo delle camere, arricchisce gli ambienti di ingranaggi, ruote, catene, funi, patiboli, animando l’inferno carcerario con un accresciuto numero di figure, come se volesse rendere maggiormente esplicita la dimensione di una topografia sotterranea connessa al tema della pena e dell’espiazione. Questo aspetto potrebbe proprio dare ragione a Calvesi, che interpreta i luoghi piranesiani come libera ricostruzione, zeppa di riferimenti alla simbologia della Libera Muratoria, del Carcere Mamertino e degli edifici capitolini, intendendo la serie da un lato come poetica trasfigurazione della grandezza e superiorità della civiltà e dell’architettura romana, dall’altro riconnettendola alle teorie settecentesche sulla lex romana e al pensiero di Gravina, Guarnacci, Montesquieu, Vico, Filangieri. Più che denuncia diremmo così una ‘rappresentazione in figura’ del dibattito illuminista sull’auctoritas civile del diritto e dell’architettura romana pensata pro publica utilitate, con le sue opere ingegneristiche grandiose, con i suoi acquedotti, le sua fogne, le sue mura, le sue carceri; ed ecco che Calvesi ci ricorda nelle incisioni piranesiane le iscrizioni tratte da Tito Livio e i riferimenti alla figura di Anco Marzio, il re che fece edificare il Carcere Mamertino.

 

• Pensando a Maurits Cornelis Escher, qual è il rapporto dell’arte di Piranesi con l’arte moderna e contemporanea?

Possiamo dire un rapporto fecondo e ininterrotto, senza soluzioni di continuità. Con le Carceri a fare da opera trainante, come abbiamo appena detto, nel suo ruolo di fonte di ispirazione inesauribile nell’arte e soprattutto nell’architettura contemporanea; in primo luogo per quella forza generatrice e moltiplicatoria di spazi senza fine che le costruzioni piranesiane propongono, per quelle strutture potenti, ipertrofiche, oniriche –spazi della mente visionaria – che trovano nel verticalismo e nel rapporto di spinte e controspinte modulabili all’infinito del gotico il quid sostanziale della loro stabilità. Non c’è solo Escher, ovviamente il referente contemporaneo più citato e manifesto nel rapporto con la serie piranesiana: i labirinti percettivi surrealisti, gli spazi ipnotici e paradossali dell’incisore olandese, con la loro ossessione per i poliedri, le distorsioni prospettiche e la mistica dell’infinito possibile e rappresentabile, devono molto agli ambienti ‘impossibili’ di Piranesi. Ma in realtà l’influenza delle Carceri sulla destrutturazione e ipertrofia come della surrealtà e della visionarietà nel tema dell’antico, della rovina e del tempo distruttore e modellatore è davvero enorme. Il tempo è tiranno, ma invito a leggere il delizioso libretto di Franco Purini, che a lungo a riflettuto su Piranesi e sulla sua eredità nei secoli a venire, soprattutto nel ’900. Limitandosi a qualche citazione in architettura non si possono non citare “la città nuova” ipermeccanizzata ed esponenziale del futurista comasco Sant’Elia; le esperienze sovietiche degli anni Venti di    Mel’nikov, Trockij, Cˇernichov, indagate dall’amica Federica Rossi; e ancora, per citare solo alcuni nomi, gli edifici e i progetti più ‘piranesiani’, o dove sembra  ravvisarsi più di una suggestione, di Paolo Soleri, John Portman, Franck O. Gehry, Norman Foster, Rafael Viñoly Beceiro, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Francesco Cellini, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Renzo Piano, dello stesso Purini. E poi c’è il cinema, campo molto prolifico e straordinariamente ricettivo, come quello dei videogames, degli spazi piranesiani: basti pensare alla città stratificata e gerarchica, con quella alta attraversata dalla babele delle passerelle aeree e quella bassa, infernale, del Moloch che divora gli operai, di Metropolis di Fritz Lang; alla Gotham City di Batman; alla Los Angeles visionaria e notturna di Blade Runner di Scott; e persino, omaggio dichiarato, alla grande hall dalle scale semoventi della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter.

 

• A Bassano del Grappa e Venezia sono in corso due mostre commemorative in onore di Piranesi, entrambe vedono coinvolta la Fondazione Giorgio Cini: quali propositi si pongono queste due distinte manifestazioni? Malgrado la pandemia covid-19, come risponde il pubblico?

Entrambe, pur nate con presupposti e sollecitazioni differenti, hanno in comune un obbiettivo di fondo importante: quello della valorizzazione delle collezioni e del patrimonio grafico che entrambe le istituzioni hanno l’onore di conservare. Nel caso specifico della Fondazione Giorgio Cini stiamo parlando dell’opera incisoria completa di Piranesi, grazie all’acquisto, effettuato tra il 1961 e il 1962 dall’Istituto di Storia dell’Arte e sostenuto da Vittorio Cini, di 24 volumi in folio della prima edizione francese dell’opera piranesiana, edita dalla Piranesi Fréres, fondata dai figli Francesco e Pietro a Parigi. Tiratura di grande pregio e acquisizione di prim’ordine che ha di fatto consegnato alla Fondazione Cini lo scettro di luogo ‘piranesiano’ per eccellenza a Venezia. Fama ribadita dalle importanti mostre che sono state organizzate nei decenni scorsi dall’Istituto di Storia dell’Arte, a partire da quella del 1978 di Alessandro Bettagno per arrivare a quella di Giuseppe Pavanello nel 2010. Ora si aggiunge questa raffinata mostra curata dal direttore Luca Massimo Barbero presso la Galleria di Palazzo Cini, in collaborazione con Giovanna Calvenzi e l’Archivio Gabriele Basilico. La mostra è integralmente dedicata a Piranesi vedutista e alla restituzione fotografica dei luoghi e delle vedute di Piranesi compiuta nel 2010, su commissione della Fondazione Cini stessa, da parte di Gabriele Basilico, maestro indiscusso del paesaggio fotografico contemporaneo, qui lucido, malinconico, disincantato interprete, attraverso la macchina fotografica, della visione e dello sguardo del grande artista veneziano su Roma. Sfogliatevi lo splendido volume edito per l’occasione dalla casa editrice romana Contrasto e capirete immediatamente come non si poteva fare scelta più lungimirante e convincente del coinvolgimento di Gabriele Basilico per questo ‘progetto di restituzione e confronto’; sul filo di affinità elettive che valicano le generazioni e i secoli.

Commenta la news

commenti

RIMANI SEMPRE AGGIORNATO SULLE ULTIME NEWS
ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Notizie da Venezia, Treviso, Mogliano e dintorni