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E alla fine è arrivata l’ora di Mario Draghi. Convocato oggi alle ore 12.00 da Mattarella al Quirinale, si troverà davanti a una mission impossible, visto che rimettere in piedi l’Italia in questo preciso momento storico sicuramente lo è. Ma la scelta di Mattarella rappresenta, oltre che una scelta di buon senso, quella che è l’ultima spiaggia, perché Draghi ha una cosa che nessuno ha in Italia, oggi. Si chiama credibilità.

 

Il buon Fico non ha trovato altre alternative, un Conte-ter era soluzione impraticabile e allora, con la coda tra le gambe, è tornato dal Presidente della Repubblica. E quindi bisognava trovare una persona che fosse credibile ma che accetterà SOLO ad una condizione. Avere carta bianca. Quello che Draghi programmerà, SE accetterà, sarà quello che ci chiede Bruxelles. Un programma di lungo termine per far ripartire l’Italia.
Alternativa? Le elezioni, ma Mattarella sa benissimo che rischiano di essere la catastrofe nella catastrofe. E allora gioca il tutto per tutto. Chiama Mario Draghi al colle. Che potrebbe sempre rinunciare, non scordiamoci mai.

 

 

E se Draghi dovesse accettare, ecco subito un piccolo problema. Si chiama debito pubblico. Vale circa 2.600 miliardi di euro. Significa circa 43.000 € su ogni testa. Questo sarà il debito pubblico che ci ritroveremo alla fine della pandemia.
È naturale: il PIL è destinato a crollare (-8,8% per il 2020), la spesa pubblica sta impazzendo nel tentativo di salvare imprese, famiglie, autonomi e indigenti. Secondo voi Draghi non metterà in programma, una volta passata la buriana, un piano di rientro importante? E magari già fin partendo da subito, prendendo i soldi dove ci sono. Nell’ipotesi in cui accettasse l’incarico, riuscirà a mettere in concreto un piano poi condiviso in Parlamento e da un Governo che adesso fatichiamo tutti a immaginare?

 

Mario Draghi e il suo “whatever it takes” in BCE

Non dimentichiamo che c’è poi il Recovery Plan… Insomma, per l’Italia si apre un capitolo fondamentale per la sua storia. E questo capitolo come possiamo chiamarlo se non “Ultima spiaggia”? Sì, perché nel bene o nel male, questa per noi è veramente l’ultima spiaggia e ci vorranno una serie di “whatever it takes” che dovranno convincere tutti in Europa, e forse convinceranno molto meno molti italiani. Tra qualche ora vedremo come si sviluppa questo capitolo degno del miglior thriller di Stephen King.

 

 

Fonte e autore: intermarketandmore.finanza.com | Danilo DT

Sperduto tra le nuvole delle Alpi Apuane, a 660 m sul livello del mare, una sola strada per raggiungerlo, si trova la frazione di Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, le cui origini risalgono al 1500.

 

Un piccolo borgo costituito da case disseminate nella vallata ricamata da castagni e ulivi, abitate prevalentemente da pastori, Sant’Anna di Stazzema è riportato in molti libri di storia per essere stata teatro di un atroce eccidio compiuto il 12 agosto del 1944 per mano dei soldati tedeschi nazifascisti (ma tra gli arruolati vi erano anche molti italiani).

 

In questo paesino isolato dell’Alta Versilia, avevano trovato rifugio oltre duemila sfollati in fuga dalla guerra e dai bombardamenti che incombevano sulle vicine città toscane, speranzosi di trovare riparo dalle rotte degli eserciti.

 

E invece un giorno giunge loro la terribile notizia che i nazifascisti stanno salendo la vallata proprio verso quel paesino. Purtroppo i soldati arrivano davvero, ordinano loro di ammassarsi nella chiesa e, accatastati arredi e paglia, danno fuoco a tutto. E a tutti.

Le vittime accertate sono 560, in prevalenza donne e bambini, ma non si conoscerà mai il numero esatto di tale strage.

 

Quasi ottant’anni dopo, con un velo di tristezza perenne sul cuore, l’attuale sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, ha messo in moto la sua personale battaglia contro il fascismo e le sue ideologie, avviando una raccolta firme atta ad avanzare una proposta di legge di iniziativa popolare, per combattere la propaganda fascista e nazista.

Come riportato in un articolo della Gazzetta di Viareggio, “Ormai ovunque vediamo gadget che richiamano il fascismo. Negli stadi, nei palazzetti dello sport, nelle strade, sui muri, vediamo svastiche e simboli neonazisti. Così come nel linguaggio e nei toni”, argomenta il primo cittadino.

 

E continua: “Per troppi anni abbiamo sottovalutato. L’assuefazione e l’indifferenza a certi comportamenti sono le cose peggiori”.

 

Una raccolta firme: perché?

Come si legge nel modulo di raccolta firme, “nella scorsa legislatura solo un ramo del Parlamento aveva approvato una proposta di legge che sanzionava coloro che propagandavano le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco.

Questa proposta di legge riprende quelle finalità e aggiunge alcune ulteriori aggravanti per l’esposizione di simboli fascisti e nazisti nel corso di eventi pubblici”.

 

La considerazione che emerge è che si rende “necessario, di fronte all’esposizione, la vendita di oggetti e di simboli che si richiamano a quella ideologia, che la normativa non lasci spazi di tolleranza verso chi si cela dietro le libertà democratiche […] per diffondere i simboli di quel passato tragico”.

 

L’invito, allora è il seguente: “Ripartiamo da una iniziativa popolare dal basso per difendere la nostra Costituzione e i suoi valori”.

 

Il suddetto modulo è reperibile in ogni Comune d’Italia, presso l’ufficio Anagrafe del proprio municipio, e affinché la proposta di legge passi, servono 50mila firme entro il 31 marzo 2021.

 

Di fatto, per cosa si andrà a firmare? Nessuna nuova legge, bensì alcune integrazioni (riportate qui sotto) a leggi già esistenti in materia di contrasto al (nazi)fascismo e alle discriminazioni razziali, etniche e religiose:

 

 

Ricordiamoci di non dimenticare

Con l’avvicinarsi della Giornata della Memoria, mi sento di sottolineare maggiormente quanto ciascuno di noi dovrebbe fare appello al proprio senso civico per combattere la discriminazione dell’uomo contro altri uomini.

Il mio appello è di diffondere questa opportunità invitando parenti, amici e conoscenti a sottoscrivere questa raccolta firme.

 

Per ogni info è comunque possibile scrivere a: [email protected].

Proponiamo una profonda riflessione a firma di Edoardo Barbarossa (esperto di Politiche sociali, con particolare riguardo alla Disabilità e alla lotta alla povertà) sulla tratta degli esseri umani in tempi di pandemia, che vi invitiamo a leggere con sentita attenzione

 

Si celebra la 14° Giornata europea contro la tratta di esseri umani, istituita dalla Commissione Europea nel 2007 per sensibilizzare sul fenomeno del traffico e grave sfruttamento di adulti e minori.

 

Il tema di quest’anno, #liberailtuosogno fa riferimento alla liberazione simbolica del sogno di migliaia e migliaia di bambini, donne e uomini del pianeta che ogni giorno vengono portati con l’inganno dal loro Paese di origine in un altro, allo scopo di essere sfruttati negli ambiti della prostituzione, dello sfruttamento lavorativo, delle economie illegali, dell’accattonaggio forzato o del traffico di organi.

 

La tratta di esseri umani ha, infatti, quale caratteristica fondamentale quella di essere un fenomeno transnazionale che coinvolge due o più Stati, tra i quali i Paesi di transito e sta assumendo forme sempre diverse e sempre più subdole e complesse.

Questa è ormai un’emergenza planetaria, che si rende evidente nel mondo occidentale, ma che nasce da fenomeni di ingiustizia sociale ed economica nei paesi più poveri della terra.

 

La tratta degli esseri umani non va confusa con il traffico di migranti, ovvero il crimine che consiste nello spostamento illegale di una o più persone da uno Stato ad un altro con il consenso della persona trafficata e senza finalità di sfruttamento. La differenza principale tra le due nozioni risiede nel fatto che mentre il migrante ha un ruolo attivo nel contattare l’organizzazione ed esiste dunque un “accordo” tra le parti, in caso di tratta si riscontra l’uso di mezzi violenti, coercitivi o quanto meno ingannevoli. Inoltre, nel traffico di migranti il rapporto tra il migrante e il trafficante termina una volta raggiunta la destinazione, mentre nella tratta l’arrivo nel Paese di destinazione coincide con l’inizio dello sfruttamento.

In realtà, spesso i due fenomeni si sovrappongono e si confondono: può accadere che una persona diventi vittima di tratta solo in un secondo momento del viaggio che aveva deciso di compiere spontaneamente, a causa del debito che viene contratto o dell’inganno da parte del trafficante.

 

Lo scopo della tratta di esseri umani è lo sfruttamento della vittima in vari ambiti. L’ambito di sfruttamento maggiore è quello nel mercato del sesso a pagamento, ma stanno sempre più prendendo piede fenomeni di sfruttamento in ambito lavorativo e nell’accattonaggio forzatoAltri settori di sfruttamento più recenti e minoritari sono le economie illegali, le adozioni illegali, i matrimoni forzati e il traffico di organi.

 

Nonostante l’attenzione degli organismi internazionali e degli Stati, i fenomeni di sfruttamento non accennano a diminuire ed, anzi, sono stati aggravati nella fase pandemica causata dal Covid-19.

 

La tratta di esseri umani a scopi di prostituzione è stata paragonata a quella degli schiavi africani per il numero di vittime che comporta. È un giro di affari mondiale, fatto sulla pelle di ragazze giovanissime, cresciute in contesti difficili e desiderose di una vita migliore. Un traffico internazionale illegale molto ben organizzato ed estremamente redditizio, con cifre da capogiro: le “industrie del sesso” sono ormai diventate delle vere e proprie multinazionali.

 

Nella Convenzione di Istanbul art. 3 – Trattato contro la violenza di genere del Consiglio d’Europa, 2013 si legge: «Con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata».

 

Il Rappresentante speciale dell’OSCE e Coordinatore per la lotta alla tratta di esseri umani, Valiant Richey ha recentemente affermato che «L’impatto della crisi COVID-19 sulla tratta di esseri umani è profondamente preoccupante. Le nostre raccomandazioni mirano a sostenere gli Stati partecipanti all’OSCE nella lotta alla tratta di esseri umani durante e dopo l’attuale crisi, poiché le vulnerabilità si aggraveranno nelle settimane e nei mesi a venire».

 

Prevenire e combattere la tratta di esseri umani è ancora più importante oggi, soprattutto nei contesti dove la pandemia del COVID-19 aumenta la fragilità economica e sociale, esponendo i più deboli a pericolose occasioni di violenza e violazione dei diritti.

 

Tante sono le Organizzazioni che si battono contro la tratta di esseri umani e certamente un buon esempio di rete efficace si trova all’interno del progetto europeo Right Way – Building integration pathways with victims of human trafficking, un filo che unisce il tema sociale della tratta umana, con particolare attenzione alle donne nigeriane, e tesse legami di competenza ed esperienze in diversi territori italiani ed europei.

 

Il progetto, coordinato da Comunità Papa Giovanni XXIII, include i seguenti partners: Associazione Farsi Prossimo (Faenza), Associazione Diakonia onlus (Vicenza), Comunità Progetto sud onlus (Lamezia Terme), Fondazione Caritas onlus dell’Arcidiocesi di Pescara – Penne, Fondazione Caritas di Senigallia onlus, Fondazione diocesana Caritas di Trieste onlus, ICMC Europe (Belgio) ed in occasione della Giornata europea contro la tratta di esseri umane propone la lettura del manuale ” OPPORTUNITA’ E SFIDE: Linee guida sull’ integrazione delle sopravvissute alla tratta a fini sessuali, di nazionalità̀ nigeriana. Dal recupero all’ autonomia”, che partendo dal punto di vista delle beneficiarie propone buone prassi operative di integrazione e inserimento lavorativo.

 

Si può dire che Don Oreste Benzi sia stato un pioniere nel contrasto allo sfruttamento delle donne per fini sessuali, dando inizio fin dai primi anni ‘90 all’esperienza della “condivisione di strada”: gruppi di contatto che incontrano le donne costrette a prostituirsi in strada per proporre loro, una volta instaurato un rapporto di fiducia, una via d’uscita, ovvero l’accoglienza in una struttura comunitaria.

 

Molto forte anche il richiamo attuale di Papa Francesco, che definisce la tratta “Un flagello che ferisce la dignità dei fratelli e delle sorelle più deboli” in occasione della Giornata mondiale contro il traffico di esseri umani, celebrata lo scorso 30 luglio. “L’epoca contemporanea – si legge nel messaggio pontificio – è tristemente marcata da una prospettiva utilitaristica che guarda al prossimo secondo i criteri di convenienza e di tornaconto personale, troncando così il cammino verso la realizzazione dell’umanità di ciascuno, in conformità con la sua unicità e il suo essere irripetibile”.

 

Dobbiamo essere consapevoli della drammatica verità di queste parole ed iniziare a guardare a queste realtà con spirito critico e attento, scegliendo di stare al fianco delle donne e degli uomini che subiscono soprusi e torture e sono privati della libertà.

 

È necessario superare la patina di indifferenza che ci rende quasi normale assistere al traffico di persone, spesso bambine e bambini, per soddisfare un sistema economico e sociale che genera scarti, povertà, violenza, fame, morte.

 

A cura di Edoardo Barbarossa

 

Pubblicato su Interris (leggi qui)

Dopo un iter burocratico lungo (iniziato nel 2016) e complesso, il campus di Ca’ Tron ha avuto il suo tanto atteso taglio del nastro

 

È stato inaugurato stamattina – alla presenza di sindaci, rappresentanti delle istituzioni, stakeholder e del Governatore del Veneto Luca Zaia – la nuova area dell’H-FARM CAMPUS con sede a Ca’ Tron di Roncade, uno degli incubatori tecnologici più avanzati a livello europeo in cui studenti, imprese e professionisti trovano le migliori condizioni per esprimere i propri talenti e sviluppare una nuova economia dell’innovazione, basata sulle nuove tendenze del mondo del lavoro, sullo sviluppo tecnologico e sulla trasformazione digitale.

 

Ispirato al modello del campus universitario anglosassone – con aule, auditorium, ristoranti, sale riunioni, spazi destinati allo sport, residenze studentesche e una splendida biblioteca – l’headquarter di Roncade rappresenta un luogo di condivisione nel quale si incontrano studenti, startupper, docenti, imprenditori e manager, generando un costante scambio di idee, opportunità ed esperienze.

Con questo grande progetto di ampliamento della sede, il campus è ora pronto ad accogliere imprenditori, professionisti e oltre un migliaio di studenti dall’età dell’infanzia ai corsi post-universitari.

 

“Questa è un’innovazione assoluta, soprattutto in un progetto di riqualificazione in un ambiente agricolo così unico al mondo e oltretutto connesso in maniera digitale in maniera straordinaria − commenta il Governatore. − Qui il merito va a Riccardo Donadon, che ha sempre saputo investire in questo comparto e a creare questo incubatore di imprese e di idee che guardano alle nuove tecnologie e sono connesse con il mondo”.

 

“In un mondo sempre più digitale che corre e si evolve di continuo, dove i valori sono profondamente diversi, è anacronistico far nascere un luogo che pensi solo a formare o solo a fare business, o solo a fare ricerca. Queste tre cose devono stare assieme e ispirarsi  l’una con l’altra. Noi ne siamo convinti e il nostro Campus è la risposta a questa nuova traiettoria”. Queste le parole di Riccardo Donadon, fondatore di H-FARM.

 

 

Il progetto

A meno di un anno dalla posa della prima pietra, H-FARM CAMPUS apre al pubblico svelando la sua struttura. Il progetto di ampliamento ha portato a occupare una superficie complessiva di oltre 51 ettari, con 10 nuove strutture dedicate alla formazione, al mondo delle start-up e delle imprese, per un totale di 30.000 metri quadri di nuova superficie coperta e interamente a cubatura zero, grazie  all’abbattimento di un’ex base militare e al recupero dei volumi di edifici preesistenti in stato di abbandono siti nella zona interessata.

 

In particolare sono cinque gli edifici dedicati alla formazione, dall’infanzia fino all’offerta universitaria e post-universitaria, in grado di ospitare fino a duemila studenti (il Campus sarà in grado di accogliere fino a tremila persone).

 

Tra le novità anche uno studentato, che prevede fino a 244 posti letto per vivere a 360° l’esperienza del Campus, all’interno del quale è presente anche un centro sportivo composto di un palazzetto e oltre 5 mila metri quadri scoperti a ospitare campi polivalenti (tennis, paddel, rugby, skate park e bmx pump track).

 

Altra novità riguarda la sostenibilità e l’autosufficienza dal punto di vista energetico: l’ampliamento è stato realizzato in perfetta sinergia con lo storico headquarter di H-FARM, in osmosi con il territorio e la campagna circostante grazie ad edifici di altezza moderata nel rispetto di un’architettura diffusa. Solo il 10% dell’intera area è edificata: lo spazio restante, ben 27 ettari, è adibito a parco attrezzato e area boschiva (entrambi aperti al pubblico), dove sono stati piantumati 3.500 alberi.

 

H-FARM CAMPUS è autosufficiente per l’85% del suo fabbisogno energetico grazie a sistemi fotovoltaici, di accumulo e di scambio in rete.

 

 

Photo Credits: Facebook @hfarmspa

Nel tentativo di contenere la diffusione della pandemia di COVID-19, la maggior parte dei governi ha temporaneamente chiuso le strutture educative.

Il sito dell’Unesco monitora e aggiorna quotidianamente i dati relativi alle chiusure di scuole e università, dall’inizio dell’emergenza.
Il colpo d’occhio che si scorge alla vista di questa mappa è impressionante: ad oggi, 16 aprile 2020, di tutto il planisfero solo 5 Stati sono colorati in azzurro, ovvero Bielorussia, Tagikistan, Turkmenistan, Burundi e Nicaragua. Azzurro vuol dire che le scuole sono aperte. Poi si notano tre macroaree rosa, che simboleggiano le chiusure localizzate, e queste riguardano: Nordamerica, Groenlandia, Russia e Australia. Tutto il resto del pianeta è colorato di lilla: strutture scolastiche e universitarie chiuse fino a data da destinarsi.

 

Dalla scuola per l’infanzia all’università, le chiusure globali determinano il 91% – vale a dire un miliardo e mezzo – della popolazione studentesca a casa.

Basta puntare il mouse su ciascuno Stato per leggerne i numeri: oltre i 10,8 milioni di studenti a casa in Italia, 15,4 in Francia, 15,3 in Germania, 9,7 in Spagna e così via.

 

Con qualche difficoltà iniziale, il nostro Paese ha attivato la cosiddetta teledidattica o didattica a distanza, che naturalmente non si sostituisce alle lezioni scolastiche, ma almeno permette agli insegnanti di proseguire con il programma scolastico attraverso delle piattaforme apposite in cui possono incontrare – virtualmente – i propri alunni.
Ma c’è un ma. Queste lezioni a distanza non raggiungono tutti allo stesso modo. In Italia, per esempio, un milione e mezzo di studenti ne è tagliato fuori.

 

Mentre quindi da una parte la tecnologia ci viene in aiuto, dall’altro vediamo amplificate le diseguaglianze di partenza.
A dirlo sono  i fatti e le intenzioni. In Francia, Macron ha annunciato la riapertura delle scuole a maggio e il ministro dell’Istruzione Blanquer ha precisato che verrà data precedenza agli alunni che vivono nelle zone più in difficoltà.
In Germania, gli esperti dell’Accademia leopoldina delle Scienze auspicano la riapertura delle scuole il prima possibile, a cominciare da elementari e medie (si ipotizza a gruppi di 15, per rispettare le distanze di sicurezza), concentrandosi solo sulle materie fondamentali quali tedesco, matematica e lingua straniera.

E in Italia, quali sono gli studenti più in difficoltà? Sono quelli che già alla fine della terza media hanno accumulato un ritardo difficilmente recuperabile, oppure quelli che finiscono sulle prime pagine dei giornali quando l’Invalsi pubblica il suo rapporto annuale a luglio, o ancora quelli che non raggiungono la sufficienza nei test standardizzati. Di base, parliamo di uno studente italiano su tre, ma in alcune regioni del Sud Italia sono addirittura la metà: la metà dei quattordicenni calabresi e campani non sa né leggere né scrivere, né far calcoli.

 

Mi sento di chiudere l’articolo con la stessa riflessione lasciata da Orsola Riva: “sarebbe bello che con la stessa prontezza con cui il Governo italiano ha creato una task force d’emergenza per far ripartire l’economia, si approfittasse di quest’emergenza sanitaria per attuare un ambizioso piano di rilancio della scuola pubblica”. Date le lacune soprariportate, sarebbe auspicabile mettendo in piedi un’analoga commissione di esperti dell’educazione, quali pedagogisti, logopedisti, psicologi, esperti di didattica, che ripongano grande attenzione a chi ha più bisogno.

 

Fonte: Corriere Della Sera

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani invita ogni comunità educativa a promuovere azioni di pace in linea con il manifesto Eistein – Russel, promosso nel 1955. L’attuale crisi internazionale tra Iran e USA, accentuatasi con l’uccisione del generale Soleimani, le dichiarazioni del contrammiraglio iraniano Ali Shamkhani e la posizione di Donald Trump, i sempre più problematici scenari libici implicano una riflessione e un segnale da parte del mondo della scuola atto a sollecitare la classe politica e il mondo della cultura a intervenire al più presto con azioni incisive e moderatrici per arginare l’odio e scongiurare possibili scenari di guerra. 

 

Solo attraverso la ricerca assidua di possibili risoluzioni pacifiche si può determinare una concreta sopravvivenza del pianeta. Invitiamo i docenti, gli studenti e ogni componente della scuola a promuovere una catena della pace. 

 

Solidarietà, partecipazione, responsabilità, democrazia, diritti umani sono termini che hanno contraddistinto nel corso della storia le battaglie dell’uomo per il raggiungimento di una società più vivibile e civile.  

 

Risulta oggi attualissimo chiederci così come Einstein e Russel hanno fatto, attraverso il loro manifesto, se sia il caso di cominciare a “imparare a pensare in modo nuovo” e cioè domandarci: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”
La democrazia è una parola vuota se non intervengono azioni concrete da parte di tutte le componenti della società idonee a valorizzarla e renderla tangibile. Tanti filosofi, politologi hanno cercato nel corso degli anni di dare una definizione sempre più opportuna e corretta del termine, oggi abbiamo di fronte a noi la possibilità di superare la diversità in nome della comune appartenenza al genere umano. Prima che sia troppo tardi.    

Luke, un certo tipo di icona anni 90, decennio ondivago e multiforme, in attesa della “trasformazione” digitale.

Ci lasci così, improvvisamente, dopo che di te avevamo perso le tracce, la tua t-shirt bianca e i jeans stinti, la tua moto nera e la nostra adolescenza, quella vera.

 

Perché lasciarci così, senza aver avuto il piacere di ritrovarti, fatta eccezione per poco cinema e teatro, ci disorienta eccome.

 

Principe di Beverly Hills, non provare a disarcionare del tutto le nostre emozioni, i nostri cuori, ti terremo sempre con noi, perché la strada percorsa insieme, capiamo perfettamente ora, è stata formativa.

 

Proveremo a rivederti, cosa che non abbiamo più fatto, ma sicuramente non sarà lo stesso.

Oppure lasceremo tutto così, intonso e puro da decenni.

 

Bye Luke.

 

 

Mauro Lama

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