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Il caso e la necessità

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Prendere in prestito il titolo del celebre saggio del biologo Jacques Monod non è esercizio di vanità accademica. Serve a decifrare l’anatomia del cortocircuito mediatico che da settimane circonda il caso Garlasco. Da un lato c’è il “caso”, l’evento drammatico e fortuito; dall’altro c’è la “necessità”, l’imperativo sociale e psicologico di trovare a tutti i costi un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica. Accade così che una vicenda di cronaca nera ormai datata – teoricamente conclusa secondo i passi della lenta, ma fortunatamente garantista, giustizia italiana – si trasformi in un’ossessione collettiva che travalica l’interesse dei soli cultori del diritto.

Il palcoscenico di questa rappresentazione è affollato. Ci sono i protagonisti principali: i due accusati (un ex colpevole e un nuovo “forse” colpevole), e la vittima, una giovane donna letteralmente massacrata in casa sua, una vita innocente spezzata nel fiore dei suoi anni. Subito dopo, nell’ombra del dolore, si muovono le rispettive famiglie con il peso insostenibile del loro lutto.

Eppure, prima ancora della vittima e dei suoi cari, sul palcoscenico mediatico irrompono altri attori: la magistratura inquirente e giudicante, le forze dell’ordine a caccia di indizi, i media di ogni indirizzo culturale e politico e, persino, esponenti di partito. Intorno a loro si accalca la platea dei telespettatori, partecipe di un gioco macabro fatto di morti reali e di assassinii psicologici.

In questo teatro dell’assurdo il delitto diventa altro: l’identità del vero colpevole passa in secondo piano, purché ci sia qualcuno da processare sui teleschermi. Le vittime, tragicamente, contano sempre meno.

Questo spettacolo viene accuratamente condito con l’argomento più morboso, il vero e proprio convitato di pietra della vicenda – per citare il Don Giovanni di Molière: il sesso. Attraverso una scenografia confusa ma magnetica, la sessualità diventa l’interruttore che scoperchia i vissuti nascosti e i desideri inconfessabili, rendendo la tragedia irresistibilmente attraente per il pubblico.

La platea si schiera e si divide in fazioni contrapposte come la tifoseria di uno stadio o il pubblico di un anfiteatro antico, dove i giochi gladiatori trasformavano la morte reale in intrattenimento quotidiano. Ci si interroga morbosamente su ciò che appartiene alla sfera dell’intimità e della rappresentazione erotica, dimenticando l’unica domanda sensata: cosa c’è davvero da comprendere in un delitto brutale e immotivato che ha stroncato una giovane esistenza?

La verità oggettiva – che forse non si saprà mai, come accade per molti enigmi irrisolti – non è ciò che attira l’interesse della massa. La reale necessità della giustizia non appassiona la platea, anche se resta la cosa più importante per i morti che chiedono rispetto, per i colpevoli che dovrebbero espiare il proprio orrore e per una coscienza collettiva che ha il diritto di esigere sicurezza e intimità privata.

È giunto il momento di chiedere la fine di questo spettacolo. Bisogna spegnere i riflettori, interrompere le speculazioni e lasciare che la platea si dissolva, rimandando a casa un pubblico che da troppo tempo assiste, più o meno consapevolmente, alla macabra messinscena del dolore altrui.

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