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Eran Trecento

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È l’esordio della celebre lirica di Luigi Mercantini che tutti conosciamo. Fine giugno 1857: una ventina di volontari mazziniani, guidati da Carlo Pisacane, salpano da Genova diretti a Sapri per sollevare la popolazione contro i Borbone. Un’impresa velleitaria, certo. La polizia austriaca sapeva tutto e aveva già avvertito il Regno delle Due Sicilie. Il finale lo scrisse la storia: un massacro consumato in poche ore, dove la popolazione locale, anziché insorgere, aiutò l’esercito borbonico a neutralizzare gli improvvisati invasori.

Quegli uomini sapevano a cosa andavano incontro. Lo testimonia la struggente lettera d’addio che Pisacane lasciò alla moglie prima di imbarcarsi. Un tempo quel testo si leggeva e si commentava nelle aule dei licei. Serviva a spiegare ai giovani il peso specifico di parole come libertà, volontà, sacrificio, dedizione alla famiglia e a una patria che ancora non esisteva. Si insegnava il senso e il valore profetico di un gesto solo simbolico ma nella realtà del fatto, tragico e inutile.

Oggi, le cronache ci consegnano un’altra storia: quella delle “flottiglie” di attivisti. E sebbene si faccia fatica a comprendere fino in fondo le dinamiche e i reali perché di certe azioni, il paragone sorge spontaneo, seppur per contrasto.

L’arresto di una flottiglia in acque internazionali viene spesso dipinto come una violazione del diritto. Ma la geopolitica reale risponde a necessità diverse. Se oggi una flotta partisse da Barcellona con l’intento dichiarato di far cadere il governo italiano, chi griderebbe allo scandalo se venisse bloccata prima di toccare le nostre coste? Nessuno. Se la polizia scioglie una manifestazione politica non autorizzata, l’opinione pubblica riconosce la legittimità dello Stato nel difendere l’ordine pubblico. Un secolo e mezzo fa, nessun governo europeo protestò contro la brutale reazione borbonica; anzi, l’intervento fu facilitato dalle informazioni condivise.

Le flottiglie dei nostri giorni, al contrario, non sono avanguardie di un ideale tragico, ma calcolate provocazioni politiche. Di conseguenza, il blocco e l’arresto da parte del governo israeliano (o di qualunque Stato si difenda) non sono altro che una reazione altrettanto politica. Una reazione che, in tempi recenti, si è consumata persino sul piano simbolico, quasi a voler irridere e umiliare la protesta senza bisogno di ricorrere alla violenza delle armi.

Ora che i “nostri eroi” moderni tornano in patria, troveranno ad accoglierli applausi e compatimenti. Non si possono trattare così dei giovani animati da intenzioni umanitarie, si è sostenuto da più parti, anche in termini ufficiali e diplomatici. Ma, pare che le intenzioni fossero solo apparentemente umanitarie, in realtà, palesemente provocatorie, quasi a cercare l’incidente grave. C’è da scommettere che, visto l’esito incruento e il ritorno d’immagine, ci riproveranno.

Ma forzare un blocco navale è un gioco pericoloso. Lo dimostrano le tensioni geopolitiche globali, come nello Stretto di Hormuz, dove le regole d’ingaggio parlano chiaro: chi tenta di forzare un blocco legittimo rischia l’affondamento.

La storia presente dovrebbe richiamarci a quella del passato, a quando in gioco c’erano uomini diversi e valori reali, disposti a pagare il prezzo supremo per le proprie idee. La legge e il buonsenso dovrebbero valere per tutti. La responsabilità primaria dovrebbe ricadere sugli Stati da cui queste spedizioni provocatorie prendono il largo: spetta a loro impedirle. E, di contro, lo Stato bersaglio di queste azioni ha il pieno diritto di protestare preventivamente contro chi, per negligenza o calcolo, non ha mosso un dito per fermare una non autorizzata “invasione”.

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