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Santa Margherita da Cortona

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Vi sono esistenze che scorrono come acque tranquille, e ve ne sono altre che precipitano come torrenti in piena, travolgendo tutto, persino se stesse. Ma quando la grazia di Dio discende come luce improvvisa su quelle acque torbide, il fiume non solo si placa: diventa sorgente

ITALIA. Tale fu la vita di Santa Margherita da Cortona, fiamma ardente di penitenza, specchio vivente della misericordia, canto di speranza per chi crede di essere perduto. Nacque nel 1247, in una povera famiglia contadina. La sua infanzia non ebbe i privilegi delle case nobili né le sicurezze dell’agiatezza. Crebbe tra la fatica dei campi, sotto un cielo vasto che sembrava promettere libertà, ma che spesso si chiudeva nella ristrettezza delle condizioni umane.

Orfana di madre in giovane età, conobbe presto la solitudine dell’anima e la durezza di un affetto mancato. E come accade talvolta ai cuori feriti, cercò amore dove l’amore non era consacrato dalla verità. Giovanissima, si unì a un nobile di Montepulciano. Non fu matrimonio, ma convivenza; non fu sacramento, ma passione. Per nove anni visse in quella condizione ambigua, tra agi materiali e tormento interiore. Diede alla luce un figlio, creatura innocente che sarebbe divenuta per lei motivo di conversione e di lotta. Ma la pace non abitava la sua coscienza.

La sua anima, pur immersa nel lusso, avvertiva il peso di un disordine che nessuna ricchezza poteva colmare. Poi venne il giorno del giudizio terreno. Il suo compagno fu assassinato. La tradizione narra che fu il cane dell’uomo a condurla al luogo del delitto, come se la Provvidenza stessa l’avesse chiamata a contemplare la fragilità delle sue sicurezze. Davanti a quel corpo senza vita, Margherita vide crollare il castello delle illusioni. La morte, improvvisa e crudele, le mostrò l’abisso sul quale aveva costruito la propria esistenza. Respinta dalla famiglia del defunto, privata di ogni sostegno, si ritrovò povera, con un figlio e un passato che la precedeva come un’ombra. Fu allora che la grazia parlò con voce irresistibile.

Non fu un richiamo dolce, ma una scossa profonda. Sentì l’urgenza di cambiare vita, di purificare il cuore, di restituire a Dio ciò che aveva disperso. Si rivolse ai frati minori, figli spirituali del Poverello d’Assisi. Non trovò subito accoglienza: la sua fama la precedeva. Ma la perseveranza della sua penitenza convinse anche i più prudenti. Vestì l’abito del Terz’Ordine francescano e iniziò un cammino aspro, fatto di digiuni, veglie, preghiere incessanti. La sua conversione non fu un sentimento passeggero, ma una rivoluzione interiore. La città di Cortona divenne il luogo della sua espiazione e della sua gloria. Là visse in estrema povertà, nutrendosi di poco pane e molta preghiera. Le sue lacrime erano continue, ma non disperate: erano lacrime che lavavano, che ricostruivano, che trasformavano.

La penitenza non la rese amara; al contrario, la rese ardente di carità. E la carità fu il segno tangibile della sua santità. Non si chiuse in un eremo isolato dal dolore del mondo. Si fece madre dei poveri, consolatrice degli infermi, rifugio per i disperati. Promosse la fondazione del primo ospedale per i poveri di Cortona, intuendo che l’amore per Dio si misura nell’amore per le sue membra sofferenti. Le sue mani toccavano piaghe, i suoi occhi guardavano senza giudicare, il suo cuore accoglieva senza calcolare. Non mancò in lei l’esperienza mistica. Le cronache parlano di visioni del Crocifisso, di dialoghi interiori con Cristo, di estasi che la sollevavano dalla terra. Ma tali grazie non furono premio, bensì responsabilità.

Ogni consolazione era per lei un invito a una maggiore umiltà. Conosceva la propria fragilità, e non cessava di ricordare a se stessa da dove era stata tratta. La sua santità fu combattimento. Tentazioni, aridità spirituali, incomprensioni non le furono risparmiate. Ma ella rimase fedele. In lei si compì il miracolo più grande: non la guarigione di un corpo, ma la resurrezione di un’anima. La donna che un tempo aveva cercato amore nel disordine divenne ardente amante di Cristo; colei che aveva vissuto per sé stessa si consumò per gli altri. Morì nel 1297, nella sua Cortona, povera come aveva scelto di essere, ma ricca di meriti davanti a Dio.

Il popolo la proclamò santa ancor prima dei decreti ufficiali, perché la santità autentica si riconosce come si riconosce il profumo di un fiore: senza bisogno di spiegazioni. Secoli dopo, la Chiesa confermò ciò che il cuore dei fedeli già sapeva. Santa Margherita da Cortona rimane perennemente attuale. Ella è la prova vivente che nessuna colpa è più forte della misericordia, che nessuna notte è tanto buia da impedire all’alba di sorgere.

È la santa delle seconde possibilità, delle lacrime che diventano perle, delle ferite che si trasformano in sorgenti di bene. La sua vita è un grande affresco della redenzione: dall’errore alla grazia, dalla caduta alla gloria, dalla vergogna alla venerazione. E chi legge la sua storia non può restare indifferente, perché in essa vibra una verità universale: Dio non scrive solo con l’inchiostro della purezza originaria, ma anche con quello, più struggente e luminoso, della misericordia che salva.

Così Margherita, la contadina smarrita, è divenuta faro per i penitenti, conforto per i poveri, voce che attraversa i secoli per annunciare con forza irresistibile che l’amore di Dio non si stanca, non si ritira, non si arrende. E quando una creatura si abbandona a quell’amore, anche le rovine del passato si trasformano in cattedrali di santità.

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