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San Sebastiano

3 minuti di lettura

Vi è un momento, nella storia della Chiesa, in cui il martirio non è soltanto una fine subita, ma una sorta di vocazione interiormente accolta, come il frutto ultimo di una fedeltà vigilante. San Sebastiano appartiene a questa schiera alta e tremenda: uomo che non arretra davanti alla verità, anche quando la verità chiede il sangue.

Il primo sigillo storico della sua testimonianza ci giunge dalla Depositio martyrum del 354, documento sobrio come una lapide e solenne come un atto notarile della Chiesa primitiva: “XIII Kal. Feb. Fabiani in Callisti et Sebastiani in Catacumbas”. In poche parole, l’essenziale: il nome, il martirio, il luogo della sepoltura, il culto. Qui la Chiesa antica parla con voce giuridica e liturgica insieme: Sebastiano è martire, è venerato, è collocato nello spazio sacro della memoria ecclesiale. Non leggenda, ma memoria pubblica e condivisa, iscritta nel calendario della fede.

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano e dottore della Chiesa, nel suo commento al Salmo 118, aggiunge una nota preziosa e austera: Sebastiano, di origine milanese, giunge a Roma e lì subisce il martirio, in un tempo che la tradizione colloca tra il III e il IV secolo. Ambrogio non indulge al colore narrativo: afferma, e basta. Come a dire che la santità non ha bisogno di ornamenti per essere vera.

E tuttavia, la vita di Sebastiano si svolge nel cuore stesso dell’apparato imperiale. Entra nelle guardie pretoriane, scala i ranghi, diventa uomo di fiducia degli imperatori Diocleziano e Massimiano. È un paradosso evangelico incarnato: un cristiano nel cuore del potere, un battezzato nel luogo dove si decide la morte dei battezzati. La sua fedeltà allo Stato è irreprensibile; la sua fedeltà a Cristo è assoluta. In lui non c’è doppiezza, ma una gerarchia limpida: obbedienza civile sì, idolatria no.

Proprio questa posizione gli consente un apostolato silenzioso e audacissimo. Sebastiano visita i cristiani incarcerati, li incoraggia, li sostiene; entra nelle case delle famiglie nobili e testimonia Cristo senza clamore, ma con fermezza. È una fede operosa e sovversiva, non perché trama contro l’Impero, ma perché ne relativizza l’assolutezza. E questo basta a renderla intollerabile.

Quando viene scoperto, il processo è rapido e rivelatore. La Passio mette sulle labbra dell’imperatore un’accusa che è quasi una confessione di paura: «Io ti ho posto tra i grandi, dandoti libero accesso al mio palazzo, e tu ordisci trame contro la mia salute e rechi ingiurie agli dèi dello Stato?». La risposta di Sebastiano è un piccolo trattato di teologia politica cristiana: «Ho sempre pregato Cristo per la tua salute e per la sicurezza dello Stato in tutto l’Impero; ho sempre adorato il Dio che è nei cieli». Qui cade ogni maschera: il cristiano non è nemico dell’ordine, ma testimone di un ordine più alto.

La condanna è esemplare. Sebastiano viene legato nudo a un palo e trafitto dalle frecce fino a sembrare, dice la tradizione, “un riccio”. È l’immagine del giusto colpito da ogni lato, dell’uomo fedele che diventa bersaglio perché non si piega. Creduto morto, viene abbandonato.

Ma Dio non ha ancora chiuso il capitolo. Irene, matrona cristiana, viene per seppellirlo e lo trova vivo. La carità ecclesiale si fa allora ostetricia della resurrezione: Sebastiano viene curato, salvato, restituito alla vita.

Ed è qui che si manifesta il mistero più sconcertante: Sebastiano non fugge. Potrebbe. Gli viene consigliato. Sarebbe umano. Ma egli sceglie di tornare, di esporsi, di affrontare nuovamente gli imperatori, questa volta pubblicamente, presso il tempio di Ercole. Non è temerarietà: è consapevolezza vocazionale. Il martirio non è più un rischio, ma una chiamata.

Il secondo arresto è definitivo. Flagellato a morte, il suo corpo viene gettato nella cloaca, perché i cristiani non possano onorarlo. Ma la santità non si seppellisce. Sebastiano appare in sogno a Lucina, indicando il luogo dove giace e chiedendo di essere sepolto presso gli Apostoli Pietro e Paolo. Così il martire entra nel cuore della Chiesa romana, non solo spiritualmente, ma anche topograficamente: il sangue del soldato si unisce a quello dei principi degli Apostoli.

La Passio sancti Sebastiani, composta nel V secolo da Arnobio il Giovane, romano, è un testo di grande forza narrativa e teologica. Pur con i tratti del romanzo agiografico, essa custodisce un nucleo storico solido e trasmette una verità essenziale: anche chi detiene cariche pubbliche, anche chi è immerso nel mondo, può vivere una fedeltà radicale a Cristo.

La diffusione rapidissima del culto di Sebastiano lo dimostra. San Sebastiano diventa così il terzo patrono di Roma, dopo Pietro e Paolo. La sua tomba sulla via Appia, nel cimitero in catacumbas, diventa luogo di pellegrinaggio, tanto che accanto alla basilica degli Apostoli sorgerà una seconda basilica per accogliere la venerazione dei fedeli. Qui la Chiesa celebra non solo un martire, ma un modello di coscienza cristiana integra, capace di stare nel mondo senza appartenere al mondo.

Il desiderio del martirio, in Sebastiano, non è culto della morte, ma amore senza condizioni. È la libertà di chi ha già consegnato la vita a Dio e non teme più di perderla. Ed è per questo che, ancora oggi, il suo corpo trafitto continua a parlare: non della violenza che uccide, ma della fede che resiste; non dell’Impero che passa, ma del Regno che resta.

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