Il predicatore francescano di Porto Maurizio, apostolo della Via Crucis e patrono dei missionari cattolici
ITALIA – Nelle brume salmastre della Liguria del XVII secolo, quando il mare sembrava un altare e le colline una processione senza fine, nacque Paolo Girolamo Casanova. Era il 20 dicembre 1676 e Porto Maurizio, l’attuale Imperia, non sapeva di aver ricevuto in culla un profeta destinato a scuotere l’Italia intera.
La vita del giovane sembrava avviata verso studi promettenti: venne a Roma, al Collegio Romano, dove la cultura era affilata come una spada. Ma nel cuore di Paolo Girolamo bruciava qualcosa di più forte dei libri: un desiderio ardente di appartenenza totale, una chiamata che somigliava a un vento interiore. Entrò così nel Ritiro di San Bonaventura sul Palatino, e lì, vestendo il saio francescano, divenne Leonardo.
Leonardo non si limitava a predicare: ardeva. I suoi contemporanei raccontano che dalla sua bocca usciva “parola bruciante”, come se ogni frase fosse accesa al fuoco della Passione. Camminava per l’Italia non come un viandante, ma come un profeta dell’antica alleanza, ammonendo e consolando, convertendo e richiamando, gettando nel cuore degli uomini una scintilla che spesso diventava incendio.
Davanti alle folle, il suo volto sembrava scolpito dall’assoluto, e le sue mani, che si levavano verso il cielo, erano come due ali. San Giovanni Paolo II, secoli dopo, tentando di descriverne l’anima, parlò di “intima unione con Dio”, quella comunione che fa del predicatore un vivente tabernacolo.
Ma al centro di tutto, nel midollo della sua missione, c’era la Croce. Leonardo non la contemplava come un simbolo: la considerava un cammino, un mistero vivo, una ferita aperta nel cuore dell’umanità. Nelle sue prediche il nome di Gesù risuonava come una campana di bronzo, e la Vergine veniva invocata come Madre della Via dolorosa.
Egli amava la Via Crucis con la dedizione di un figlio e la divulgò con l’ardore di un apostolo: ovunque passasse, lasciava edicole, croci, sentieri che ancora oggi custodiscono l’eco del suo passo. Le città accorrevano come fiumi in piena alle sue missioni popolari.
Interi paesi si fermavano quando lui arrivava: botteghe chiuse, locande vuote, strade gremite. Le lacrime scorrevano senza vergogna, perché quando parlava del Cristo flagellato la sua voce tremava come se il sangue scendesse ancora da quelle piaghe.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che conosceva bene il peso della predicazione, lo definì “il più grande missionario del nostro secolo”. Fu mandato in tutta Italia, ma soprattutto in Toscana, dove le sue parole scavarono solchi nei cuori come aratri. Persino la Corsica, terra allora tormentata da divisioni feroci, lo vide arrivare come un araldo di pace.
I più scettici, accaniti e ostinati, raccontano che davanti a lui si sentivano sciogliere: e accadde l’impossibile. Ottenne un abbraccio di riconciliazione che nessuno credeva più possibile, come se un lembo del Vangelo fosse sceso sull’isola.
La sua vita fu una lunga consumazione. Viaggiava incessantemente, predicava senza sosta, portando su di sé le fatiche del popolo.
Il 1750, Anno Santo indetto da Benedetto XIV, lo vide protagonista di un’opera che ancora oggi lacera l’anima per la sua grandezza: nel Colosseo, quell’enorme cicatrice della storia, eresse quattordici edicole per la Via Crucis e una grande croce che sembrava rimettere Cristo al centro delle rovine dell’Impero.
Molti romani piansero, perché in quel gesto videro la Croce vittoriosa sul mondo antico e sul peccato.
Quella fu la sua ultima fatica. Stremato, non vinto, tornò al Ritiro di San Bonaventura sul Palatino. Lì, il 26 novembre 1751, si consegnò a Dio come una lampada che ha bruciato fino all’ultima goccia d’olio.
I romani già lo veneravano come Santo prima ancora che la Chiesa lo dichiarasse tale. Beatificato nel 1796 e canonizzato nel 1867 da Pio IX che nutriva per lui devozione profonda, venne proclamato nel 1923 da Pio XI Patrono dei missionari dei paesi cattolici.
E la città di Imperia, sua culla e sua eredità, lo scelse come Patrono negli anni Novanta, riconoscendo in lui non solo un figlio, ma un faro.
La sua vita rimane come una fiaccola che nessuna pioggia può spegnere: un uomo che prese la Croce non come peso, ma come strada; che parlò agli uomini come si parla alle anime; che credette che la misericordia potesse ancora salvare il mondo.
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