La barba di Rosalie, ispirata a fatti realmente accaduti è la protagonista assoluta del lungometraggio di Stéphanie Di Giusto, dove la diversità, la non omologazione, spaventa e allontana, per non porsi interrogativi scomodi
1870, Nadia Tereszkiewicz che interpreta Rosalie si sposa con Abel (Benoit Magimel), gestore di un locale in Bretagna in fondo alla provincia, ma già dalla prima notte di nozze rivela al proprio sposo il suo grande segreto malcelato, fin da bambina il suo corpo è stato ricoperto di peli, che suo padre ha sempre rasato per evitare l’onta del giudizio ed il pubblico ludibrio.
La sintesi narrativa del film non può fare a meno di questo incipit brevilineo, compatibile con uno stigma che elegge la diversità a suo pigmalione, aspirando in fondo alla libertà, quella vera, presa senza mezzi termini e conquistata caparbiamente.
Mettendoci la faccia è proprio il caso di dirlo, perchè in questo villaggio perbenista e bigotto la sera deve sempre calare senza sussulti e Rosalie ne scompagina ruoli e clichè. Moderna e anticonformista con il desiderio di mostrarsi per quello che si è, senza rasoi.
Il manifesto della diversità diventa alla fine un vero e proprio simulacro per affermare una condizione con orgoglio e bellezza, con quella nonchalance che prelude a orgoglio e personalità.
Con la scena scoscesa che irrompe sfidando gli stereotipi e divampa nel rivendicare la propria storia, senza timori di sorta e umilianti riverenze.
Intravisti per voi di Mauro Lama .
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