L’allontanamento della madre, Catherine Birmingham Trevallion, dalla casa famiglia dove sono “ospitati” i suoi 3 figli, non fa che peggiorare le già difficili condizioni di vita di questi bambini. L’accanimento nei loro confronti rischia di segnarli per tutta la vita
Hanno 8 e 6 anni, i bambini del bosco. A quell’età sei in grado di elaborare valutazioni riguardo ai fatti che ti accadono e ricordarli tutta la vita. Avevo 7 anni e frequentavo la seconda elementare, a Trieste. Le classi all’epoca erano distinte per sesso, dunque eravamo tutte femmine. La maestra era fissata con l’ordine e l’eleganza! Le brave bambine, tuonava, hanno i capelli tenuti a posto con le forcine, il grembiule sempre pulito e stirato, le unghie ben tagliate, i calzettoni bianchi e le scarpette di vernice nere. Sì, quelle con la cinghietta e il bottone.

I brutti anatroccoli
Ogni mattina dovevamo metterci in fila per essere controllate ad una ad una. Quelle che non rispondevano a questi canoni venivano messe in fondo alla classe e dovevano stare in piedi per un certo periodo di tempo. La maestra le chiamava “i brutti anatroccoli”.
Sorvolando sul fatto che eravamo a Trieste e in inverno, magari con la bora, non potevi di certo andare in giro in scarpette di vernice. E inoltre,non tutte le famiglie avevano i soldi per comprare tali scarpe, a bambine che potevano aumentare anche di due numeri in un anno.
Nella mia classe, c’era una bambina che veniva a scuola con uno giacchino troppo piccolo sopra il grembiule e degli scarponcini troppo grandi ai piedi. La maestra la mandava sempre in fondo, additandola come brutto anatroccolo. E nessuna osava parlarle.
Era la nonna ad accompagnarmi a scuola la mattina. Mi infilava le scarpe di vernice, al posto degli scarponcini, prima di farmi entrare in classe e mi riportava gli scarponcini all’uscita.
Un giorno le chiesi:”Nonna, perchè quella bambina non ha il cappotto?” mia nonna mi disse che era una profuga, ma io non sapevo cosa volesse dire. Sapevo che in una spece di capannone, verso il molo, viveva tanta gente povera e mal vestita. La associai a quella gente, ma poco tempo non venne più a scuola.
La cosa che provai fu un senso di profonda ingiustizia verso quella bambina che non aveva certo il necessario per stare alle “regole” della maestra.
Mio padre invece si era limitato a dire: “La maestra è una pazza, d’inverno non si va in giro con le scarpe di vernice”. Ecco perchè mia nonna le portava in borsa di nascosto e me le faceva indossare solo prima d’entrare.
109 giorni senza libertà
Nella vicenda della famiglia del bosco, le assistenti sociali assomigliano molto alla maestra, mio padre alla mamma Catherine e la nonna al padre Trevallion.
Io provo lo stesso senso di frustrazione per non poter fare niente difronte ad un’ingiustizia, ad una sopraffazione verso dei bambini che non possono difendersi, e una forte rabbia verso chi doveva subito impedire loro questa tortura.
Tante parole, promesse, indignazione, ma fatti? Dal 20 novembre 2025 ad oggi sono 109 giorni strappati dalla loro casa, lontani dal padre e ora anche dalla madre, dai loro animali, dalla libertà. Di certo non dimenticheranno mai.
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