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Perchè scrivere

2 minuti di lettura

Quando si può comunicare a voce ciò che si pensa? Mi domando come mai i personaggi che hanno cambiato la storia del mondo non abbiano scritto nulla, semmai altri hanno scritto su ciò che hanno detto. Solo alcuni esempi. Socrate non scrisse nulla, e, non c’è dubbio che avesse maggiore capacità di scrittura di Platone

ITALIA. Anche Gesù sapeva sicuramente scrivere meglio dei suoi discepoli, di cui alcuni sono diventati evangelisti. Alessandro il grande non scrisse nulla, a differenza dei suoi storici. E potremmo andare avanti con altri esempi. E non c’è dubbio che questi esempi abbiano lasciato una grande traccia di sé. Se poi esaminiamo la quantità di scrittura, potremmo classificare grandi scrittori che hanno scritto tanto, e altrettanto grandi scrittori che hanno scritto poco o pochissimo.

Questa premessa mi porta a ritenere che la scrittura rientra nelle tante cose inutili che noi facciamo. E’ un arte e come tutte le arti non sono utili alla vita concreta, ma svolgono una funzione di svago, permettono ai fruitori di vagare altrove, deviare cioè dalla direzione tracciata e inevitabile per disperdersi nei sentieri aperti e solitari della intimità.

Ciò vale per chi produce arte e per chi la fruisce. Scrivere è inutile alla vita concreta ma serve a chi scrive per cercare con la lampada di Diogene nel buio qualcosa che forse non c’è, ma comunque va cercato. Chi vive la verità non ha bisogno di scrivere. La vita vale per testimoniare il suo pensiero, e ciò che ha detto e fatto è molto più di ciò che avrebbe potuto scrivere. C’è dunque nello scrivere anche un umile ridursi a poco. Accettare la critica che è sempre feroce e non rassegnarsi all’indifferenza che non fanno male, semplicemente portano a riprovare ancora.

Diversi anni fa ebbi modo di visitare la casa di Dostoevskij a san Pietroburgo. Rimasi colpito da un suo breve scritto a sua moglie, in occasione del discorso funebre che fu invitato a pronunciare per la morte del grande scrittore russo Puskin. Nella breve missiva Dostoevskij diceva più o meno così, “ho fatto un discorso bellissimo, la folla presente era visibilmente ammirata e commossa, finalmente con i soldi guadagnati possiamo in parte rientrare dai nostri debiti”.

Dunque un discorso, non un romanzo. Il valore della parola era immensamente più importante di ogni cosa, perché lo scrittore commosso aveva fatto commuovere, e soprattutto riparava ai debiti contratti nel gioco che era la sua grande malattia. Parlare e scrivere per riparare, per curare e curarsi. Ecco che la parola e la scrittura acquistano un senso. Anche se inutili, danno sollievo all’arido giardino dell’anima quando l’inverno è diventato troppo lungo.

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