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Mestre commemora Alfredo Albanese

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“Un poliziotto che faceva il suo dovere nel miglior modo possibile, come un soldato. Preciso, meticoloso. Sacrificava tutto per il lavoro”. Con queste parole stamani il prefetto di Venezia Vittorio Zappalorto ha ricordato Alfredo Albanese, vice-questore aggiunto della Polizia di Stato che il 12 maggio del 1980 fu assassinato a Mestre da un commando delle Brigate Rosse.

Come ogni anno città, istituzioni e Forze dell’Ordine hanno voluto ricordarlo, per dire ancora una volta no alla violenza e all’illegalità, con una cerimonia svolta stamani in prossimità del cippo commemorativo tra via Rielta e via Comelico, dove fu ucciso. Diverse le presenze istituzionali che hanno onorato la memoria del giovane commissario capo di origini pugliesi, responsabile della sezione Antiterrorismo della Digos di Mestre, che in quel maggio del 1980 stava indagando sull’omicidio di Sergio Gori, l’allora dirigente del Petrolchimico di Marghera. Tra loro l’assessore comunale alla Sicurezza e quello alla Mobilità. Anche il presidente della Regione Veneto ha inviato un proprio saluto.

Alla cerimonia erano inoltre presenti delegazioni di diverse Forze dell’Ordine, che hanno voluto rendere il proprio omaggio ad Albanese: Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Polizia penitenziaria. Nel corso della mattinata anche un momento di preghiera in ricordo del vice questore, officiato dal cappellano della Polizia padre Piero Rizza.

“In 42 anni non abbiamo mai smesso di ricordare chi era, quello che ha fatto e quali sono state le ragioni che hanno portato a questa tragedia” ha proseguito Zappalorto, che ha sottolineato il senso della cerimonia utile a trasmettere ai posteri i valori per cui l’uomo si è sacrificato. “E’ stato assassinato perché faceva il proprio dovere, che significa in alcuni casi anche esporsi al rischio della vita, come in quegli anni è successo anche a magistrati, giornalisti, professori universitari. Le Brigate Rosse colpivano i più bravi”.

Al momento di ricordo si sono uniti alcuni colleghi di Albanese, che lo avevano conosciuto e hanno voluto rendere la propria testimonianza sulla sua figura: Sergio Pane, Enzo Margagliotti, Augusto Renda e Antonio Palmosi.

Tra loro anche Stefania Chinellato, sovrintendente capo della Polizia, che ai tempi dell’omicidio era un’adolescente, studentessa a Mestre. Trovatasi per mero caso in via Rielta pochi minuti dopo l’episodio e influenzata dal nobile esempio di Albanese, ha scelto poi di dedicare la propria vita per la stessa causa.

“Ancora una volta gli uomini delle istituzioni e la gente hanno sentito l’impegno morale di ricordare mio marito e proporlo come esempio di vita vissuta in difesa delle istituzioni democratiche” le parole della moglie Teresa Albanese, collegata in videoconferenza per motivi di salute, la quale ha definito il defunto coniuge ‘martire laico della Repubblica italiana’. “Come capo dell’Antiterrorismo ha operato per la tutela della democrazia, della libertà, della giustizia, beni preziosi che vanno difesi sempre e con ogni forza. Valori da tutelare a sostegno di una cultura della pace. Serve aiutare le giovani generazioni affinché non si ripetano gli errori del passato”.

Infine le parole di commemorazione del questore Maurizio Masciopinto, in ricordo dell’uomo di Stato che si è sacrificato per la giustizia: “Le testimonianze di oggi raccontano la forza di un sentimento, non una mera rievocazione, ma l’affermazione del rispetto per lo Stato e le istituzioni. La nostra azione non deve finire qui, serve raccontare questa storia perché vogliamo dimostrare che le emozioni di quel tempo sono ancora vive. Oggi il senso del dovere sta diventando una chimera, invece deve essere la normalità per chi ricopre ruoli istituzionali. Non abituiamo le giovani generazioni a un contesto sociale in cui prevale la mediocrità. L’eccellenza deve essere la normalità, Albanese deve rappresentare un faro per i giovani del futuro”.

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