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L’Iran: un’altra ferita aperta

3 minuti di lettura

In un quadro geopolitico mondiale sconvolto da guerre e criticità territoriali. Come quello che è successo e sta succedendo a Gaza ha saputo risvegliare le coscienze, ora ciò che sta avvenendo in Iran sta facendo riunire le persone nelle piazze per palesare il proprio dissenso e auspicare una risoluzione democratica della situazione drammatica che la popolazione iraniana sta vivendo in questo momento storico

TREVISO. Venerdì 16 gennaio alle 18,30 in piazzetta Aldo Moro a Treviso si è svolta una manifestazione pacifica  di cittadini trevigiani, appartenenti a varie associazioni, ma anche a titolo individuale, intitolata Al fianco di chi lotta per la libertà in Iran, a sostegno del popolo iraniano e della sua lotta per la libertà, la giustizia e la democrazia.

Ricordiamo che cosa ha scatenato l’attuale crisi in Iran. 

E’ stato il malcontento dei commercianti, le cui attività e profitti sono stati ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili; il che diventa rapidamente catastrofico in un’economia dollarizzata, dove persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro.

È il dollaro a dettare il ritmo, molto più dell’oro, del petrolio o del mercato immobiliare. 

Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi di cambio – un tema ricorrente nell’aggiustamento strutturale dell’economia iraniana dall’inizio degli anni Novanta – la cui attuazione vieta (o vieterebbe) le transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale legati a queste istituzioni e ai tassi di libero mercato applicati all’intera popolazione.

Quest’anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il bazar di telefoni cellulari e accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, che viene importato al tasso di cambio preferenziale, teoricamente riservato ai beni essenziali, e  che poi rivenduto al tasso di libero mercato. 

Tutto ciò avviene sullo sfondo di numerose cause legali intentate contro alcuni dei suoi commercianti, in rappresentanza di importanti aziende internazionali come Nokia, Samsung e LG, accusati di non aver fornito i servizi contrattuali, a danno dei loro clienti e a vantaggio dei loro portafogli. 

Il bazar ha avuto un ruolo fondamentale in tutti i grandi movimenti rivoluzionari, in particolare nella Rivoluzione Costituzionale del 1906-1909 e nella cosiddetta Rivoluzione Islamica del 1979, quasi a voler annunciare meglio l’inevitabile rovesciamento del regime – un elemento su cui l’opposizione in esilio si aggrappa prontamente.

Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è la crescente frustrazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica e l’incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane e statunitensi, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà individuali.

I manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla nausea, “Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il rovesciamento [della Repubblica Islamica]” (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar negouni). 

Nel frattempo il  movimento “Donne, Vita, Libertà” ha fatto capire al regime che non ha altra scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio, di fatto, sebbene non sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non è mai esistita una legge esplicita che lo rendesse obbligatorio). In parole povere, la polizia si è arresa. 

Bisogna ricordare che mentre durante il periodo di Reza Pahlavi 9 donne su 10 erano analfabete; ora la maggior parte delle donne sono laureate. Quindi il regime degli ayatollah ha dato loro gli strumenti per  ribellarsi, anche alle generazioni dei padri, che sono stati troppo accondiscendenti con il regime teocratico.

Ma ora sono ancora le donne a toccare con mano il dolore di una repressione così dura. Si parla di 12000 morti, che vengono riconosciuti nei cumuli di sacchi di plastica nera. Ma oltre il danno la beffa: se il cadavere contiene proiettili del governo, è necessario pagare un riscatto salatissimo per riaverlo.

Una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto poco dell’effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo all’interno dell’Iran stesso. 

All’estero, l’opposizione rimane molto vaga sui suoi programmi. 

Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano rimanere strettamente legati alle sue reti. 

Tanto che non sappiamo nulla della posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su questioni cruciali come la ripresa economica, i rapporti con gli Stati Uniti (soprattutto con Trump) e il ruolo dell’Islam e del clero – che non sono necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. 

È possibile che la Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall’esterno. È anche probabile che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell’abisso, soprattutto se a spingerli in quella direzione è l’intervento straniero. Non dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 era nazionale, persino nazionalista, prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto esaurita. 

Infatti, per ritornare alla manifestazione di venerdì sera, vi erano immagini del figlio di Reza Pahlavi, come possibile risoluzione a questa crisi interna. E questo ha creato una certa perplessità in alcuni dei presenti alla manifestazione. Ritornare al passato davvero risolverebbe tutti i problemi dell’Iran di oggi?

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