Mentre il regime tenta di oscurare il Paese tagliando la rete, i video che filtrano oltre confine mostrano un’ecatombe. Gli obitori di Teheran sono al collasso: migliaia di vittime e arresti in un conflitto che ha ormai i tratti di una guerra civile
TEHERAN – C’è un silenzio spettrale che avvolge il perimetro del Behesht-e Zahra, il principale cimitero della capitale, interrotto solo dal rumore sordo dei portelloni dei camion che si aprono. Non trasportano merci, ma sacchi neri. Centinaia. Sono così tanti che le celle frigorifere dell’obitorio sono diventate un lusso per pochi: i corpi vengono depositati a terra, lungo i vialetti, tra le aiuole curate che ora sembrano un macabro scherzo del destino. Qualche cerniera lasciata a metà rivela una realtà che nessuna propaganda può cancellare: lembi di pelle strappata, volti tumefatti e vestiti ancora impregnati dell’odore acre dei gas lacrimogeni.
In questo oceano di plastica nera, lo sguardo cade inevitabilmente su una macchia di giallo elettrico. È la felpa di un ragazzo, steso immobile, con il volto premuto contro quelli che sembrano i piedi di una persona amata, anch’essa senza vita. È il ritratto plastico di una generazione che sta venendo metodicamente cancellata. Chi ha il coraggio di avvicinarsi a quel piazzale lo fa per un macabro gioco della sorte: sperare che in quel sacco non ci sia il proprio figlio o, paradossalmente, trovarlo finalmente per potergli dare un nome e una tomba, prima che il regime lo faccia sparire per sempre.
Il massacro non ha più confini geografici. Le immagini che filtrano attraverso le maglie strettissime della censura digitale mostrano scene identiche in ogni angolo del Paese. È la risposta di una Repubblica Islamica che, sentendosi vacillare, ha deciso di schiacciare il proprio popolo con una ferocia che ha ormai superato la soglia della repressione per trasformarsi in guerra civile aperta. Se le organizzazioni internazionali tentano faticosamente di contare le vittime, parlando di oltre 500 morti, le voci che arrivano dall’interno della resistenza iraniana descrivono un’apocalisse ben più vasta: si parla di migliaia di uccisi e oltre undicimila persone inghiottite nelle carceri, come riportato dalla fondazione di Narges Mohammadi, la premio Nobel che continua a sfidare gli ayatollah da una cella.
Teheran ha provato a spegnere la luce, isolando il Paese dal resto del mondo, convinta che nel buio si possa uccidere meglio. Ma la rete resiste grazie alla tecnologia satellitare e alla solidarietà di chi mette a disposizione la propria connessione per gridare l’orrore verso l’esterno. Samira, una delle voci di questa rivolta, è tornata a dare segni di vita dopo giorni di oblio: descrive cecchini appostati sui tetti e mitragliatrici puntate contro chi ha solo pietre per difendersi. Racconta di trappole tese da infiltrati che guidano i cortei verso vicoli ciechi dove i reparti speciali attendono con le armi spianate.
Sullo sfondo di questo bagno di sangue si muove la complessa e spietata architettura del potere iraniano. Un sistema di apparati in perenne competizione tra loro — Pasdaran, servizi segreti, milizie Basij — ma uniti dal medesimo istinto di sopravvivenza. Mentre la Guida Suprema Ali Khamenei appare sempre più fragile e distante, i Guardiani della Rivoluzione consolidano il loro ruolo di scudo e padroni dell’economia, pronti forse a trasformare la teocrazia in una dittatura militare pura pur di non cedere il passo. Ma nelle strade, tra le urla dei medici che tentano di operare senza personale e i pianti delle madri che svengono davanti ai sacchi neri, la sensazione è che si sia superato il punto di non ritorno.
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