Il 20 aprile si celebra la giornata della lingua cinese, una delle sei ufficiali riconosciute dall’ONU. La scelta della data non è causale ma tradizionalmente associata alla figura mitica di Cangjie, il presunto inventore Hànzì (汉字), ovvero i caratteri che distinguono il modo di scrivere di questa lingua.
PECHINO – Oltre a essere la più parlata, il cinese è la lingua più antica al mondo. La sua storia è tanto complessa quanto affascinante, come del resto quella della sua nazione.
L’origine della lingua cinese è fatta risalire all’epoca della Dinastia Shang (1751 – 1122 a.C.) grazie a dei ritrovamenti di circa 100mila frammenti di gusci di tartaruga e ossa di bovino in cui furono incisi testi oracolari e riti di divinazione che hanno permesso di identificare 4500 caratteri diversi.
Possiamo definire la Cina come una nazione multiculturale, composta da 56 gruppi etnici e altrettante minoranze dove coesistono innumerevoli dialetti e varietà linguistiche.
L’esigenza di trovare una lingua comune nacque a seguito della nascita della Repubblica Popolare Cinese per far fronte all’elevata percentuale di analfabetismo oltre che al crescente aumento degli scambi con l’Occidente.
L’attuale cinese moderno, il Pǔtōnghuà ( 普 通 话 ), ufficializzato anche nella costituzione, è una lingua in un certo senso artificiale, basata sulla pronuncia del dialetto di Pechino, sul lessico del dialetto settentrionale e sulla struttura grammaticale del Báihuà (⽩话), ovvero una lingua che corrispondeva sempre al dialetto settentrionale, ma preclusa a una cerchia ristretta della società.
Il sistema di scrittura non alfabetico basato su caratteri, chiamati Hànzì ( 汉 字 ), ha permesso alla lingua parlata di evolversi ed adattarsi alle varie etnie ma di rimanere pressoché invariata nella sua forma scritta, permettendone così la trasmissione nei secoli: i caratteri, infatti, non essendo sensibili alla trasformazione fonetica sono visibilmente comprensibili da tutti così come avviene in occidente per i numeri arabi.
Conoscere la lingua scritta, Zhōngwén (中⽂), e i singoli caratteri, Hànzì (汉字), diventa così un viaggio nella millenaria storia e filosofia che caratterizzano questa nazione che si rivela essere davvero unica.
In pochi tratti di un carattere, infatti, è possibile ricostruire i concetti che stanno alla base dei principi tradizionali della medicina, della filosofia o della storia della Cina.

Un esempio?
安 Ān, che significa pace e tranquillità, è composto da due parti: quella superiore che simboleggia la casa, rappresentata dal tetto e dal camino, e quella inferiore che indica una donna. Il carattere trasmette un messaggio maschilista, tipico della Cina feudale: ci sono pace e tranquillità solo se la donna si accontenta di rimanere a casa. La filosofia confuciana stabilisce infatti che spetta all’uomo svolgere le varie attività all’esterno della casa, mentre la donna ha il compito di educare i bambini e occuparsi delle faccende domestiche.
德 Dé significa virtù. La forma originale del carattere ritrovata sui gusci di tartaruga è rappresentata da una strada a sinistra, un occhio a destra e una linea verticale, dritta, sull’occhio. L’insieme di questi caratteri sta a indicare che bisogna essere retti nel cammino della vita. Nelle iscrizioni successive, si è aggiunto il simbolo del cuore, accentuando l’aspetto morale del concetto.
夫 fū significa uomo, marito. Nella Cina antica, anche i bambini maschi avevano i capelli lunghi e sciolti: una volta raggiunti i 18 anni, dovevano raccoglierli in crocchia sulla testa e fissarli con un ferma capelli. Questa singolare usanza è arrivata a noi anche grazie al carattere 夫 fū che rappresenta, infatti, un uomo adulto con le braccia e le gambe divaricate, con un ferma capelli sul capo.
Attualmente il carattere 夫 fū non è quasi più usato in modo indipendente, ma in associazione con altri.
La lingua parlata è diventata una sorta di ibrido personalizzato tra il dialetto locale e il Pǔtōnghuà (普通话) a dimostrazione anche di quella che è la fase di transizione che sta vivendo la nazione stessa, che sta cercando di trovare il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione.
Nonostante quindi venga promossa la diffusione della lingua ufficiale, i dialetti continuano a essere utilizzati comunemente, non solo nelle aree rurali ma anche nelle grandi città.
Questo è un fenomeno che sicuramente porterà a diminuire il divario tra questi due mondi linguistici rafforzando quello che è il senso di unità nazionale attraverso l’uso di una lingua comune, lasciando al dialetto il simbolo delle varie identità locali che formano la nazione, ma anche alla lingua scritta di continuare a narrare la propria storia.

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