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La guerra in Ucraina nelle mani di Elon Musk e Starlink

4 minuti di lettura

L’Ucraina combatte contro la Russia, ma deve fare i conti anche con le decisioni di Washington e con quelle di un miliardario che controlla una tecnologia decisiva sul campo. Altro che autonomia europea: basta un interruttore, o anche solo il sospetto che qualcuno possa azionarlo, per mettere in difficoltà un esercito

UCRAINA. C’è qualcosa di profondamente inquietante nella vicenda Starlink. Non perché Elon Musk sia un imprenditore potente, lo sappiamo da tempo, né perché Donald Trump abbia fatto della politica estera un terreno di continue giravolte. Il punto è un altro: un Paese aggredito dalla Russia può ritrovarsi con le mani legate perché una tecnologia indispensabile alla sua difesa dipende dalle decisioni di uomini che non rispondono ai suoi cittadini.

L’Ucraina combatte da anni per non essere cancellata dalla carta geografica. I suoi soldati difendono il territorio, i civili cercano di sopravvivere ai bombardamenti e, secondo le autorità di Kyiv, gli ultimi attacchi russi hanno lasciato più di mezzo milione di persone senza elettricità. In questo scenario, la disponibilità di un sistema satellitare capace di sostenere le comunicazioni militari non è un dettaglio tecnico. È una questione di sopravvivenza.

Eppure, attorno a Starlink e alla sua versione militare Starshield, si è consumata una disputa che racconta molto più di quanto i protagonisti vorrebbero ammettere.

Trump sostiene che il servizio sia stato ripristinato. Fonti europee contestano che tutto sia tornato alla normalità. Musk nega di essere responsabile delle limitazioni e punta il dito verso il governo americano. Dalla Casa Bianca si replica che il presidente non avrebbe ordinato alcuna modifica, mentre le ricostruzioni giornalistiche suggeriscono che l’intervento di Musk possa aver avuto un ruolo decisivo.

Insomma, tutti sanno qualcosa, nessuno sembra voler rispondere fino in fondo. Nel frattempo, a pagare il conto rischiano di essere gli ucraini.

La domanda è semplice: chi comanda davvero?

Musk possiede la tecnologia, Trump guida la superpotenza che ne influenza l’impiego militare, Kyiv dipende dal servizio per una parte delle proprie operazioni. Una triangolazione che basterebbe da sola a far tremare qualsiasi stratega. Perché se la capacità di comunicare, coordinare i droni e sostenere la difesa aerea dipende da una decisione presa lontano dal fronte, allora il problema non è soltanto chi abbia impartito l’ordine. Il problema è che qualcuno possa impartirlo.

Naturalmente, sarebbe scorretto attribuire responsabilità definitive senza prove. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che non esista una questione politica enorme. Quando una società privata controlla un’infrastruttura decisiva per la sicurezza di un Paese in guerra, la distinzione tra interesse commerciale e interesse pubblico diventa improvvisamente meno rassicurante.

Musk non è stato eletto dagli ucraini. Non deve rendere conto al Parlamento di Kyiv. Non è tenuto a difendere il territorio di uno Stato europeo. Eppure, le sue decisioni possono avere conseguenze concrete sulla capacità di un esercito di combattere. È questo il paradosso: un uomo d’affari può ritrovarsi al centro di una partita geopolitica senza essere un capo di Stato, un ministro o un generale.

Trump, dal canto suo, non può cavarsela semplicemente dicendo che Starlink è una società privata. Se gli Stati Uniti utilizzano o condizionano l’impiego di tecnologie private per finalità militari, il confine tra decisione aziendale e responsabilità politica deve essere chiarito. Non basta scaricare la colpa sull’imprenditore di turno quando le conseguenze diventano scomode.

Il vero sconfitto, per ora, è il principio di affidabilità.

Perché un alleato può discutere, può negoziare, può persino cambiare strategia. Quello che non dovrebbe fare è lasciare i propri partner nell’incertezza su strumenti essenziali alla loro difesa. La guerra non aspetta i chiarimenti di una conferenza stampa. I missili non si fermano perché Washington e Musk hanno versioni differenti della stessa storia.

Poi c’è l’Europa, che in queste vicende riesce spesso nell’impresa di essere spettatrice proprio quando avrebbe tutto l’interesse a diventare protagonista.

Da anni si parla di autonomia strategica, indipendenza tecnologica, difesa comune. Parole importanti, pronunciate con solennità nei vertici internazionali e dimenticate non appena si torna alla gestione quotidiana delle dipendenze. Adesso dovrebbe essere chiaro a tutti che affidare funzioni essenziali della sicurezza a infrastrutture controllate da soggetti esterni non è una semplice scelta tecnica. È una scelta politica, con conseguenze politiche.

Non si tratta di rinunciare alla collaborazione con gli Stati Uniti o di immaginare che l’Europa possa costruire in pochi mesi un sistema alternativo a Starlink. Si tratta di smettere di raccontarsi che la dipendenza non sia un problema finché tutto funziona. Le dipendenze diventano visibili proprio quando qualcuno decide di sfruttarle, limitarle o modificarle.

Non è necessario dimostrare che vi sia stato un ricatto deliberato per comprendere il rischio. È sufficiente constatare che un servizio fondamentale può diventare oggetto di una controversia tra un presidente e un imprenditore, mentre sul campo si combatte una guerra vera.

L’Europa dovrebbe chiedersi che cosa accadrebbe se una crisi analoga coinvolgesse direttamente le sue infrastrutture militari, le comunicazioni strategiche o i sistemi di sorveglianza. Chi garantirebbe la continuità dei servizi? Quali alternative sarebbero immediatamente disponibili? Quali poteri avrebbero governi e istituzioni per impedire che una decisione privata comprometta la sicurezza collettiva?

Sono domande meno spettacolari di quelle sui rapporti tra Trump e Musk, ma assai più importanti.

La vicenda, del resto, non riguarda soltanto l’Ucraina. Riguarda un mondo nel quale il potere economico e quello politico si sovrappongono sempre più spesso, con una differenza fondamentale: i governi possono essere giudicati dagli elettori, mentre i proprietari delle infrastrutture private rispondono prima di tutto alle regole che disciplinano le loro imprese e ai rispettivi interessi.

Quando però quelle imprese diventano indispensabili alla sicurezza nazionale, il problema riguarda tutti.

Non sappiamo ancora con certezza chi abbia deciso le limitazioni, quali responsabilità siano state condivise e quanto il servizio sia stato effettivamente ripristinato. Sappiamo, invece, che la controversia ha esposto una fragilità evidente. Ed è già abbastanza per trarne una lezione.

Se Starlink è uno strumento decisivo per la difesa di Kyiv, occorrono garanzie chiare, responsabilità riconoscibili e accordi che non possano essere rimessi in discussione da una disputa tra potenti.

Altrimenti, mentre i soldati combattono e i civili cercano riparo, qualcuno continuerà a discutere di chi abbia premuto il pulsante.

Forse questa l’immagine più imbarazzante della vicenda: una guerra combattuta sul terreno, ma condizionata da decisioni prese nei palazzi del potere e nelle stanze dei consigli di amministrazione.

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