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L’estate dei vent’anni

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Il buio della notte odorava di diverso. Sapeva d’inverno anche se era luglio. Un vento minatore picchiava forte, accompagnando nuvole cariche di pioggia, pronte ad attorcigliare le stelle e a tirare giù secchiate d’acqua. Avevo freddo nella camicia estiva d’ordinanza, mentre pensavo al prossimo esame di giurisprudenza all’Università a Verona e mi guardava compassionevole un boccale di birra bionda.

Mi trovavo di fronte al Vox di Caprino Veronese a festeggiare il batizado passato da poco a Vicenza assieme a tutta la compagnia. Eravamo capoeristi di lago in libera uscita dopo un anno di allenamenti per puntare all’avanzamento di corda, devoti a quell’arte marziale brasiliana dissimulata dal ballo e dalla musica.

Ero ancora sulla porta del bar a fumare avidamente una sigaretta quando, verso mezzanotte, il temporale iniziò. Gianluca mi raggiunse poco dopo per farmi compagnia. Si accese uno spinello e intonò, a bassa voce, una canzone volgare del luogo. Sorrise e io sorrisi di rimando. Avevamo vent’anni e ci conoscevamo da almeno dieci. Non riuscivamo a staccarci dalle tradizioni anche se non sapevamo neppure quale futuro ci stesse aspettando dietro alla prossima curva.

Appena finimmo di fumare, gli altri del gruppo ci raggiunsero. Tutti assieme andammo al centro della piazza di fronte al Comune e improvvisammo una roda sotto la pioggia. Non c’erano strumenti per rafforzare il ritmo. Il berimbao, l’atabaque, il pandeiro erano stati lasciati a casa ma, nella nostra immaginazione, le gocce d’acqua sembrarono perfettamente accordate al ritmo appena messo in scena.

Roberto e Carmelo furono i primi a iniziare, sotto il controllo vigile di Francesco di Affi, il nostro allenatore, il mediano del gruppo, di poco più di trent’anni. Al suo fianco, si erano messi Andrea e il suo sguardo furbo; Francesca e i suoi muscoli; Fabrizio, l’agente della locale appassionato di chitarra; Elia, il neofita arrivato da poco, vecchio di anni a fare a botte in curva e alle sagre, narrate cinematograficamente e con dovizia di particolari alla fine di ogni allenamento. Più nascosta c’era, infine, Marta dei Gazzoli, specializzanda in anestesia.

Fortunatamente, i vicini erano silenti e non si vedevano Carabinieri in giro anche se c’era il Comando a due passi. Per questo, finché la pioggia non finì e l’eco degli “Armada! Rasteira! Compasso!” si dissolse, andammo avanti. Ci sedemmo, poi, nel plateatico. Eravamo rimasti noi e pochi altri nel bar. Il tempo fuggiva. Erano quasi le due del mattino, che facevano presto ad arrivare quando ci si divertiva. Tuttavia, il Vox, a una certa ora, doveva chiudere, non essendo una discoteca. Per quello, bisognava andare verso il lago, a Bardolino, al leggendario Hollywood. Il barista, però, ci lasciò finire di bere, raccomandandoci solo di non parlare ad alta voce e di lasciare i bicchieri sui tavoli. Si fidava. Francesco, che il giorno dopo aveva il turno come cameriere in un locale verso Garda, fu il primo ad andare verso la moto, parcheggiata poco oltre, davanti alla pizzeria Athena. Lo salutammo con pacche sulle spalle, auguri e sarcasmi.

Da quando lo conoscevo, bruciava ogni stagione estiva a lavorare in bar e ristoranti. Silenzioso e al contempo rognoso, gran lavoratore in attesa del giorno di paga, era l’unico del gruppo che aveva la moto perché, bisognava ammetterlo, ci sapeva fare. Era innamorato di quel gioco d’equilibrio sulle due ruote fin da piccolo, da quando suo nonno, Giovanni il barbiere, classe 1921, lo andava a prendere alle scuole medie con la Vespa.

Negli anni, aveva spezzato il cuore a diverse ragazze del luogo ma non aveva mai tradito nessuna e nessuna gli aveva mai serbato rancore. Semplicemente, era allergico a stabilità e convivenze. Pareva, tuttavia, che l’ultima fidanzata, Jessica si chiamava, montanara cocciuta di Spiazzi, lo stesse

convincendo al grande passo verso l’altare e a un figlio assieme. Ma non si sapeva nulla di certo. Lui, per intanto, svicolava da lei e dalle nostre domande becere con lo stesso stile rodato.
Lo rivedemmo, poco dopo, in sella alla moto. Sentimmo rumore di frenata di saluto che andò su fino al Baldo, assieme a uno schizzo di pozzanghera precisa come un proiettile, proprio mentre Elia ci stava raccontando dell’ennesima rissa dalla notte dei tempi.

Poi non lo vidi più e ho potuto solo immaginare cosa gli accadde.
Nonostante la pioggia scesa da poco, ormai, si vedevano bene anche le stelle. Francesco imboccò la Provinciale per Costermano. Sarebbero stati quattro, forse cinque chilometri di perfetto rettilineo, prima di girare a sinistra per Affi. Una perfetta e srotolata “linea”, come veniva chiamata. Qui c’era il treno una volta. Materiale rotabile aveva unito per anni questo lembo di provincia alla città grande, Verona, fino agli anni ’50 del novecento, prima che iniziasse l’asfalto.

La strada era vuota. Era sera da lungolago quella, da mano nella mano con la propria fidanzata, da discoteca, da foto, da panino al bar “La Meta”. Non ci si attardava nell’entroterra. Francesco accelerava col suo casco metà rosso e metà bianco. Ascoltava la sua anima, mentre correva con un unico movimento ritmico, accompagnando le disarmonie di quell’asfalto provinciale di profondo Veneto.

Magari aveva visto quel velo umido di pioggia stesa sull’asfalto. Quella sera, noi e la strada eravamo zuppi compagni. Magari pensava solo al letto dove avrebbe potuto dormire, al batizado appena passato e ai complimenti dei mestre venuti dal Brasile.
Poi la moto scivolò sull’asfalto bagnato e lui, rimasto solo, cadde e la seguì in un ultimo abbraccio. L’avevamo trovato così io e Gianluca, mentre stavamo tornando a casa. Avevamo riconosciuto il casco e la moto. Chiamai i soccorsi. Gianluca avvertì gli altri. Voci rimbalzarono sulla linea. Non c’era tempo di spiegare.
Le sirene dell’ambulanza squarciarono con violenza il buio notturno. Francesco respirava ancora ma era grave. Lo portarono a Verona, all’Ospedale di Borgo Trento. Arrivò anche una volante a effettuare i rilievi. Ci ascoltarono abituati. Fabrizio, arrivato dopo di noi, ci diede una mano.

Francesco morì così, nell’estate dei miei vent’anni, un paio di giorni dopo.
Decidemmo tutti di andare al suo funerale ad Affi vestiti come in allenamento in onore del nostro amico. C’era bisogno di stare uniti. Eppure, avevo la sensazione che qualcosa tra noi fosse cambiato, come se gli anni ci pesassero di colpo tutti in una volta.

La prima ad andarsene era stata Marta. Lasciò l’Università, il paese e la carriera da medico per rifarsi una vita a Londra. Il secondo fu Andrea. Aveva deciso di trasferirsi altrove. Anche Elia se ne andò. Stava per avere un figlio e non aveva più tempo.
Un anno dopo si andò di nuovo al batizado. Eravamo ormai in pochi e io ero disattento. Mi storsi una caviglia, sbagliando una sequenza. Quasi lo feci apposta per giustificarmi del voler chiudere definitivamente un periodo della mia vita ma avevo perso quella leggerezza che rende le cose più sopportabili o, forse, la morte di Francesco mi aveva reso adulto. Gianluca immaginò. Litigammo al ritorno e non passò molto tempo prima che ci perdessimo di vista, dopo che mi trasferii a Trento per finire l’università, seguire un amore incontrato per caso su un treno e abitarci.
Nell’inverno dei miei trent’anni, giorno per giorno, ho perso i contatti con tutti quelli del gruppo di capoeira. Così, una sera di pioggia, ormai avvocato, presi la macchina e tornai alla palestra dove mi allenavo tanti anni prima. Quando arrivai, mi preparai una sigaretta, poi scesi dalla macchina con lentezza, riparandomi al meglio che potessi.
Sentii rumori provenire dall’interno. Decisi di non entrare ma, in quel momento, sentii che stavo ricominciando a ricordare e un sorriso, finalmente, mi sciolse il viso.

Ricordai l’abbigliamento, bianco e sudato, le corde dai vari colori che erano i gradi che ancora non avevo e i cd coi brani brasiliani. Ricordai l’allenamento, noi ai propri posti come una piccola brigata, lo stretching per scaldare i muscoli e per evitare che si strappassero alla fine degli allenamenti, Francesco con le sue sequenze complesse e le frustate scherzose con l’elastico dei pantaloni da mare. Mi sembrò di vedere Roberto ancora a bestemmiare, mentre Carmelo condivideva la storia della sua ultima relazione. Pensai a Fabrizio e all’ultima canzone che aveva imparato, ai racconti di Elia su quanta gente avesse mandato all’ospedale, ad Andrea che stonava “Albachiara”, agli sguardi verso Marta e Francesca.

Mi risvegliarono il mozzicone della sigaretta che mi stava bruciando le dita, l’ultima stilla di pioggia e le risa di due ragazzi che stavano uscendo dalla porta. Mi passarono vicino. Parlavano di capoeira. Non avranno avuto neanche diciott’anni, come quando avevo iniziato. C’era ancora speranza, mi dissi, sorridendo ancora alla leggerezza ritrovata.

Salii in macchina verso casa e scrissi un messaggio WhatsApp a Gianluca. In fondo, era ancora il mio migliore amico.

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