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La scelta di Caino

9 minuti di lettura

Ringrazio lo psichiatra Dr. Tommaso Poliseno per avere accettato il mio invito a scrivere per il Nuovo Terraglio la sua analisi sull’impatto che la pandemia, la guerra in Ucraina, l’incertezza economica e il cambiamento climatico hanno avuto sulla società. “La scelta di Caino” è un articolo profondo, coinvolgente che induce a severe riflessioni sul dove siamo, dove vogliamo andare, sulle responsabilità, solo nostre, quali uniche ed esclusive armi per auspicare un necessario cambiamento positivo. 

Carlo Franchini

Autore: Tommaso A. Poliseno

All’inizio della pandemia ci siamo chiesti più volte se quanto accadeva ci avrebbe cambiato, quale lezione avremmo imparato dall’escalation di malattia e morte che invadeva il pianeta trovandoci impotenti. Poi il 24 febbraio del 2022 l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito della Federazione Russa segnava una brusca svolta della crisi russo-ucraina, in corso dal 2014. In questi giorni Russia e Ucraina si accusano a vicenda dei bombardamenti presso la centrale di Zaporizhzhia, evocando ogni giorno la catastrofe nucleare. Poi la crisi climatica si è resa sempre più evidente durante l’estate con la siccità e gli incendi e ci costringe a immaginare scenari che ancora rifiutiamo. Sullo sfondo un’importante crisi energetica.

Tutti questi eventi potranno cambiare la nostra visione del mondo e i nostri comportamenti, rendendoci più saggi?

Difficile se non affrontiamo la dimensione fratricida che hanno svelato.

Con la Pandemia la paura del contagio ha modificato i nostri stati mentali modificando l’atteggiamento nei confronti del prossimo, atteggiamento che potremmo definire in qualche modo di isolamento paranoide. Per questa via si è accentuata la diffidenza verso gli altri, si sono esasperate modalità di pensiero dicotomiche: buono/cattivo, giusto/sbagliato, amico/nemico.

Non cessa mai di sorprendermi quanto sia ubiquitaria e pervasiva nella nostra vita quotidiana, nelle piccole come nelle grandi questioni, questa modalità emozionale di sentire e decodificare l’esperienza, che organizza la rappresentazione del mondo, ponendo confini netti fra bene e male, vittima e carnefice, ecc.

Tre anni di emergenze collettive…un unico filo rosso: la proliferazione del pensiero regressivo dicotomico, la trasformazione dell’altro in alienus, la negazione aprioristica delle ragioni altrui, il ritiro acritico nelle logiche tribali.

Questo è lo scenario emozionale e simbolico condiviso che si cela dietro le apparenti contrapposte argomentazioni (quale che sia la loro qualità) quando si affrontano i diversi temi delle crisi che attraversiamo.

Cosa deve accadere affinché si possa contenere quella violenza collettiva che ha bisogno di individuare il nemico per ristabilire un ordine?

Credo sia necessario ritrovare il coraggio di sopportare la complessità delle nostre organizzazioni sociali, valorizzarla come fatto decisivo per realizzare il bene comune, ricordando che la radice della violenza è proprio nel pensiero dicotomico.

La storia ha più volte mostrato la stretta relazione tra epidemie e guerra svelando che la guerra è la più drammatica realizzazione del pensiero dicotomico amico/nemico (Breccia, Gastone; Frediani, Andrea. Epidemie e guerre che hanno cambiato il corso della storia. Newton Compton 2020), che annichilisce la politica come arte del possibile.

Oggi guerra e pandemia ancora una volta si presentano l’una come contrappunto dell’altra, ognuna si incarica di presentare sulla scena sociale il dilemma tragico: alleati o nemici, la scelta di Abele o la scelta di Caino. Contagio e posso essere contagiato, me ne pre-occupo oppure vinca il più forte?

Allo stesso modo scorgiamo la dimensione fratricida dietro la guerra in Ucraina fra due paesi che condividono la stessa cultura e la stessa storia, ma che purtroppo condividono anche la stessa, benché opposta, ideologizzazione della realtà. Ricordiamo le interviste ai cittadini ucraini, durante i primi giorni dell’invasione e dei bombardamenti, sconvolti dal trovarsi aggrediti dai fratelli russi.

I nuovi ‘fatti sociali totali’ come la pandemia e poi la guerra in quanto fatto militare ed economico globale, così come i cambiamenti climatici sono un nuovo scenario di vita estremamente complesso di fronte al quale ci sentiamo e siamo impreparati a trovare rimedi o limitare i danni.

La globalizzazione ha imposto una dimensione mondiale alla polis rendendone però talmente indefinita la sostanza, che ciascuno quindi la confina nella propria domus, così niente visioni del mondo condivise ma un conflitto perenne tra fatti e opinioni personali.

La nostra capacità di accogliere e tollerare misure di regolazione dei movimenti di una società individualistica di massa mostra forti limiti tecnici e psicologici.

Per tutto questo è facile sostenere che dovremmo mettere in primo piano nelle nostre riflessioni e nelle nostre scelte il ruolo dei processi di apprendimento sociale e dell’educazione alla vita collettiva, alle interazioni rivolte al bene comune, che sono funzioni della scuola, dell’università, fino agli organismi della cooperazione internazionale. Dovremmo usare questi strumentari per impostare e sostenere i cambiamenti culturali necessari ad organizzare misure individuali e collettive necessarie per la difesa dalle calamità naturali o da altre emergenze sociali.

In sintesi un vecchio strumentario sì, ma forse l’unico per le grandi questioni emergenti, ancora largamente ignote nelle loro implicazioni e concatenazioni.

Non sembra che stia accadendo. Al momento non vediamo alcun segnale di avvio verso una nuova rotta. Quanto accade sembra non sufficiente ancora a farci cambiare direzione.

L’insofferenza ai vincoli di solidarietà ci accompagna dall’inizio della pandemia, nonostante la guerra alle porte di casa, la crisi energetica e climatica ci portino di nuovo al nodo della scelta tra cambiamento o autodistruzione.

Dobbiamo ammettere che dentro di noi si attivano forti conflitti quando il vincolo della solidarietà si fa stringente a causa della necessità di tutelare la nostra sopravvivenza e quella degli altri.

Perché tanta fatica a fondare o rifondare i vincoli della fratellanza? Perché siamo tentati a eludere l’assunzione di responsabilità dell’Altro?

Il concetto di fratellanza è poco utilizzato nelle riflessioni attuali, eppure la fratria fonda il patto originario costitutivo del gruppo umano.

È singolare che all’origine della storia umana, la Bibbia ponga un evento tragico, un omicidio, come ci ricorda in un recente saggio Massimo Recalcati (Il gesto di Caino. Einaudi 2020).

Caino, il primogenito di Adamo ed Eva, uccide Abele, il fratello minore. I due sono molto diversi. Caino è un contadino, mentre il secondo è un pastore, il cui nome Abele, hebel, soffio, suggerisce un senso di evanescenza, di fragilità, come se qualcuno dovesse prendersi cura di lui.

Entrambi offrono a Dio in sacrificio i prodotti del loro lavoro, ma solo le offerte di Abele vengono accettate. La preferenza suscita la gelosia e l’ira di Caino, che porta Abele nei campi e lo uccide. Dio scopre il delitto di Caino e lo maledice, scacciandolo dalla terra che ha macchiato del sangue di suo fratello, ma ponendo su di lui “un segno” che lo protegga dalla vendetta. “Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. Dio gli impone un sigillo, perché nessuno gli si possa scagliare contro. “Nessuno tocchi Caino” vuol dire giustizia ma senza vendetta, cioè rappresenta il desiderio che il ‘carnefice’ converta la sua risposta oscena: “Sono forse io il custode di mio fratello?”, in una consapevolezza della gravità del gesto compiuto e in un’assunzione di responsabilità verso l’altro, e quindi possa riscattare la possibilità della convivenza umana sottraendola al ciclo delle vendette senza fine.

Allora, in questa lettura il conflitto originario della fratellanza sembra l’invidia di Caino perché Dio privilegia Abele.

Ma l’Enciclopedia Treccani a proposito della voce Caino e Abele, fa notare che: “Nella traduzione greca del verso 7 nel quarto capitolo della Genesi, un verso assai difficile da capire nell’originale ebraico, la colpa di Caino sembra essere quella di aver diviso ingiustamente i beni da sacrificare, dando a Dio la parte peggiore dei frutti della terra”.

In questa lettura la scelta di Caino rende evidente il perché della preferenza di Dio per Abele, Dio non può accettare quel gesto sprezzante.

Se così è, Caino con la scelta di dare a Dio la parte peggiore dei frutti della terra, mostra l’avidità come essenza del privilegio della primogenitura cui non vuole rinunciare: ‘prima io’, la parte migliore dei beni è per me (dev’essere per me), mentre Abele, secondogenito, mostra l’essenza di un altro privilegio, di un’altra forza, quella che viene dal riconoscimento del bisogno dell’Altro per essere amati e riconosciuti, quindi ‘prima l’Altro’, per lui i frutti migliori, per lui il gesto che più di tutti crea legami: il dono.

Quindi Abele compie un implicito e fondativo gesto di riconoscimento del limite, di apertura al registro della cooperazione, fondamentale per la sopravvivenza della specie umana.

Quella di Abele è chiaramente metafora di una posizione matura, fondata sull’oggettività della interdipendenza, mentre quella di Caino allude alla posizione narcisistica e alla tragedia dell’aggressione ai legami. Caino vede in Abele la minaccia della perdita dei suoi privilegi, in Dio qualcuno che arbitrariamente pretende il meglio, togliendolo a chi se l’è conquistato.

Nel saggio citato, Recalcati sottolinea che nel gesto di Caino possiamo scorgere oltre all’invidia, anche la volontà di distruggere l’alterità. Caino vede in Abele l’Altro. E l’Altro è un ostacolo, un limite che deve essere eliminato. “Uccidere significa infatti sopprimere l’alterità dell’Altro vissuta come limitazione insopportabile della nostra libertà”. Agli occhi di Caino, Abele è l’intruso, il fratello che gli ha portato via il suo ruolo di figlio unico. Il fratello che gli ha rubato prima l’amore di Eva e poi quello di Dio. L’Altro è colui con cui inesorabilmente fare i conti.

Ma il rilievo della traduzione greca cui prima facevo cenno, svela come determinante un altro elemento reso inconscio: l’avidità.

È l’avidità che fonda l’odio di Caino. Neanche Dio (l’Altro per eccellenza) può permettersi di mettere un limite all’avidità di Caino, che invece non vuole limiti, che pretende il diritto di godere per sé del meglio dei suoi beni. Dio sceglie invece Abele per affidargli il messaggio che il bene per è profondamente connesso al bisogno e alla fiducia nel soccorso dell’Altro, consapevoli dei propri limiti, e condanna invece Caino affinché sia in eterno portatore del messaggio che l’avidità, che non conosce limiti, sta all’origine della distruttività e della violenza.

Credo sia questo il conflitto originario presente nella nostra coscienza sociale: apertura e contemporaneamente chiusura all’Altro, bene comune o avidità. Conflitto che si è particolarmente attivato in questi anni dove pandemia, guerra, crisi energetica e climatica hanno minato le nostre sicurezze narcisistiche.

Non ci sono più rifugi sicuri, ci sentiamo esposti a una incertezza del futuro a volte insopportabile, tanto da spiegare il diffuso uso di difese di negazione della realtà.

Recalcati suggerisce di avere il coraggio di un approccio etico ai compiti che ci aspettano, usa la definizione di etica data da un grande filosofo, Gilles Deleuze, non canonica, non comune. Etica significa ‘essere all’altezza di ciò che ci accade’. È una definizione che dovremmo prendere sul serio. Che cosa significa in questo tempo traumatico essere all’altezza di ciò che ci accade?

Dovremmo probabilmente ripensare la fratellanza in modo non retorico. La fratellanza è la responsabilità della risposta all’inerme. La follia della guerra è l’idea dell’uomo di credersi dio, perché dio è tutto, possiede tutto e non conosce limiti o li supera con la violenza.

Immagine sadica del dio che decide della vita e della morte di tutti.

La scelta di Caino spiega la guerra, l’inermità di Abele spiega la nostra angoscia del contagio durante la pandemia.

In particolare la scelta fratricida di Caino ha preso una dimensione catastrofica dall’esplosione della prima bomba atomica, da quel momento in poi nei nostri fantasmi è entrata la possibilità dell’autodistruzione della specie. Questo spettro fino ad oggi ha tenuto sotto controllo le politiche planetarie sostenendo di fatto in occidente le democrazie. Ma l’esaurimento delle risorse del pianeta, le epidemie e attualmente l’aggressività di una grande potenza nucleare mettono in chiaro che una scelta diversa da quella di Caino ha come perno di una necessaria crisi culturale la rinuncia all’avidità, la sua critica, la creazione di nuovi meccanismi di controllo.

È l’avidità a spingerci verso la radice autodistruttiva di un narcisismo maligno sulla quale la psicoanalisi ha sempre insistito: l’estrema affermazione della propria potenza di controllo – la bomba atomica – coincide con la possibile perdita di ogni controllo, l’annientamento brutale dell’Altro coincide con il nostro autoannientamento. Distruttività e autodistruttività sono sempre due facce della stessa medaglia a cui potremmo dare il nome dell’avidità senza desiderio. Infatti la Torah dice che la più grande follia dell’umano è quella di assimilarsi a Dio. Cioè di operare le nostre scelte per avidità e non per desiderio, che invece presuppone l’esperienza della mancanza e del limite.

L’avidità non è parte del desiderio, ma una perversione del desiderio: esprime la sua perversione in un bisogno di liberarsi della tensione causata dalla sua frustrazione, dall’esperienza insopportabile del limite, dall’impossibilità di possedere tutto e di possedere l’Altro.  La perversione del desiderio spinge verso la ricerca coatta, insaziabile di una combinazione di effetti calmanti e antidepressivi/eccitanti. Spinge verso la predazione violenta.

Questo potrebbe essere il nodo cruciale di ciò che Ernesto de Martino ha definito come apocalisse culturale (“La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali” – Einaudi 1977) in cui dimostra che le crisi culturali sono vere apocalissi solo quando manca la possibilità di riscatto, di rimediare, quando sarebbero possibili scelte diverse da quella di Caino.

A noi la responsabilità della scelta di Abele.

Autore: Tommaso A. Poliseno


“Il Dott. Tommaso A. Poliseno, medico, psichiatra, psicoterapeuta e gruppoanalista (Laboratorio di Gruppoanalisi Roma – COIRAG). Consulente del DSM della ASL Roma 1 per l’Area Residenziale, è docente di Psicopatologia presso la scuola di specializzazione in psicoterapia di gruppo – COIRAG di Roma e docente di Psichiatria nel Corso Integrato Inf.ca di Comunità e della Salute Mentale dell’Università Cattolica del S. Cuore di Roma. Già co-direttore della scuola di specializzazione in psicoterapia SIPSI (Scuola Internazionale di Psicoterapia nel Setting Istituzionale) è stato Direttore Responsabile della Rivista Scientifica “Doppio Sogno”.

Ha pubblicato di recente: R. Popolo – T.A. Poliseno “Psicoeducazione di gruppo per il paziente grave, Manuale di intervento sul funzionamento sociale” Franco Angeli Editore 2021. Infine capitoli in libri, monografie (con altri autori) e oltre 70 articoli in riviste o atti di Convegni.

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