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Intervista a Suor Anna Monia Alfieri sul mondo dei giovani

6 minuti di lettura

Suor Anna Monia Alfieri, nota per il suo impegno nell’educazione e per la difesa del pluralismo scolastico, offre una lucida analisi della crisi giovanile. Nell’intervista, sottolinea l’urgenza di ricostruire il legame tra famiglia e scuola per affrontare il vuoto di valori che affligge le nuove generazioni

Secondo la sua esperienza come vede la società odierna in cui i giovani si dimostrano sempre più fragili?

Io ritengo che la società di oggi sia caratterizzata da tendenze contrastanti: da una parte esempi di grande impegno e coraggio, dall’altra esempi aberranti di violenza. Se si guarda al secondo aspetto, io credo che si tratta di un disagio che è generato solo ed esclusivamente dalla, mi si passi l’espressione, vuotezza dei nostri giovani. I nostri giovani arrivano a compiere azioni di violenza contro se stessi e contro gli altri semplicemente perchè sono vuoti, vuoti di idee e di valori. Noi adulti siamo i responsabili di questo vuoto dal momento che abbiamo smesso di educare, abbiamo smesso di avere il coraggio di opporci e di dire di no, soprattutto abbiamo lasciato i nostri giovani da soli e in balia del cellulare. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.  

Le difficoltà delle famiglie a comprendere il mondo dei loro figli per poterli aiutare a crescere in una società complessa e competitiva.

Non voglio fare discorsi triti e ritriti ma la rottura dell’alleanza tra famiglia e scuola, il venir meno dell’audacia educativa da ambo le parti, l’accontentarsi della forma priva di sostanza (ha tutti 10 però poi uccide i familiari…) sono le cause della crisi educativa. Ecco, dunque, che avverto l’assoluta necessità della ricostituzione dell’alleanza tra scuola e famiglia, un’alleanza costruita sul rispetto dei ruoli e delle posizioni ma fondata sul desiderio di offrire un’alternativa ai nostri giovani. Io non voglio demonizzare il cellulare o i social: tuttavia occorre avere il coraggio di togliere il telefono ai nostri giovani, soprattutto nell’età dei bambini e degli adolescenti. Ultimo: cerchiamo di interrompere quella assuefazione alla violenza, al linguaggio volgare cui i nostri giovani sono in balia a motivo di certi cantanti e di certi influencer. Anche questi ultimi sono responsabili dell’emergenza educativa del nostro tempo. Le famiglie hanno difficoltà a comprendere il mondo dei figli solo perché non passano tempo con loro. Ecco tutto.

Quale legame è venuto meno nella società per fare da sostegno alle difficoltà generazionali, sia delle famiglie che dei ragazzi?

La risposta è semplice: è venuto meno il concetto stesso di legame. Ognuno è chiuso nel suo mondo, in una visione del mondo e delle cose spesso egoistica, limitata. Il legame viene meno sia nei rapporti interpersonali sia a livello comunitario. Senza voler fare i sociologi, tuttavia è innegabile che molti degli episodi di violenza nascono dall’assenza della rete sociale che, invece, può esercitare una validissima azione preventiva. Invece ci chiudiamo in noi stessi, nelle nostre case, nella nostra cerchia ristretta. Chiaramente il predominio dell’egoismo, della logica dell’accumulo ha portato ai risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

La scuola, luogo della conoscenza e della crescita, è diventata nel tempo quasi un’istituzione inattuale, in estrema difficoltà nel dare delle risposte alle richieste dei ragazzi.

Diciamo che il mondo della scuola può essere descritto nei termini della domanda, cioè come istituzione inattuale, perché così l’abbiamo fatta diventare. Per fortuna la situazione sta cambiando. La scuola considerata da molti un postificio, la mancanza per anni di concorsi e bandi di abilitazioni, l’esubero dei docenti laddove il numero degli alunni è inferiore. Il Ministro Valditara con la sua opera sta cercando di porre rimedi e trovare soluzioni, come l’indizione dei bandi di abilitazione per i docenti delle paritarie e tutta una serie di altri provvedimenti a favore delle aree dove più forte è il tasso di abbandono scolastico. Oltre, ovviamente, le misure introdotte per eliminare il fenomeno dei diplomifici. I risultati stanno arrivando, così come testimoniano i risultati INVALSI, ma la strada da percorrere è ancora lunga e occorre insistere. Ovviamente la percentuale del pluralismo educativo ormai ai minimi termini, a causa del mancato riconoscimento del diritto alla libertà di scelta educativa, ha fatto il resto: e così la distribuzione degli allievi tra le statali e le paritarie non è stata possibile e, logica conseguenza, la distribuzione dei docenti tra i due rami della scuola pubblica non si è realizzata. Ecco, dunque, l’assoluta necessità di un intervento radicale che consenta la libertà di scelta educativa ai genitori, una più equilibrata distribuzione degli studenti e conseguentemente una distribuzione dei docenti tra scuola statale e paritaria a parità di stipendio. E così il fenomeno del precariato e la difficoltà di trovare i docenti potrà divenire un ricordo spiacevole del passato.

Come affrontare il malessere, il disagio giovanile?

Per fortuna abbiamo sempre qualche giusto che salva dalla distruzione Sodoma e, così, quelle realtà buone del mondo giovanile, se si va a conoscere le storie dei singoli, sono sempre il frutto di un’educazione improntata al rispetto e alla responsabilità: dietro c’è la famiglia, una buona scuola, la parrocchia, un’associazione di volontariato, un sodalizio politico. Il denominatore comune di tutte queste realtà buone è dunque il rifiuto dell’egoismo, è l’apertura all’altro, ai suoi bisogni, qualsiasi essi siano. Il mondo dei giovani ha bisogno di questa apertura, ha bisogno di persone in grado di far percepire e sperimentare misure alte del vivere. Se l’unica alternativa alla noia è il cellulare, ciò significa che la nostra società ha abdicato al proprio compito di cura nei confronti dei giovani. Ma questo significa porre la parola fine alla civiltà. Sed non praevalebunt!  Infatti rimango sempre positivamente colpita quando incontro giovani, di qualsiasi età, dagli studenti delle Scuole Secondarie di 2° grado agli universitari, seriamente impegnati nei diversi campi. Sono segnali positivi che aprono alla speranza di un riscatto. Le Istituzioni locali e nazionali devono sostenere l’operato della scuola, delle famiglie (riconoscendo loro innanzitutto il diritto alla libertà di scelta educativa), delle diverse realtà che operano nel campo giovanile. Invito tutte le realtà buone che gravitano attorno al mondo giovanile ad emergere, a far sentire la propria voce, così da offrire una prospettiva diversa al grigiore con il quale spesso si vuole deliberatamente dipingere il mondo dei giovani.

Risse, aggressioni, furti tra giovanissimi. La questione del degrado e delle baby gang sembra un’emergenza nelle città italiane.

Davanti a simili fenomeni occorre agire da un punto di vista culturale, soprattutto nelle periferie, siano esse quelle delle grandi città o i territori economicamente più svantaggiati: in questi territori occorre creare la fiducia nello Stato, il senso civico. Qualche settimana fa ero rimasta commossa nel vedere come la campagna di pulizia delle nostre città abbia coinvolto i residenti delle case Aler, molti dei quali immigrati: proprio loro, intervistati, hanno giustificato la loro presenza in virtù del loro sentirsi cittadini di quel territorio e quindi portatori di diritti ma anche di doveri. A questo dobbiamo arrivare: altrimenti, se scatta la logica del pauperismo, scatta inevitabilmente la logica della rivendicazione, anche violenta, e della giustizia privata (che è poi il principio ispiratore delle organizzazioni criminali). Deve passare un messaggio culturale, diversamente la situazione non muta. La scuola può e deve fare molto e so che il Ministro Valditara è molto sensibile al problema delle periferie. Occorre avere il coraggio di andare contro ogni logica fondata esclusivamente sugli slogan. Mi auguro poi che le Forze dell’Ordine abbiano un ruolo decisivo e attivo nei territori, anche con iniziative di avvicinamento ai cittadini.

Cosa possono fare le istituzioni per riacquistare la credibilità messa in discussione e governare alcuni fenomeni come le baby gang e lo spaccio e l’alcool tra giovani e giovanissimi?

Forse la mia risposta è scontata eppure io sono convinta del fatto che in Italia la mancanza della certezza della pena abbia contribuito ai fenomeni accennati nella domanda. E’ inutile, a mio avviso, inasprire le pene che già ci sono o introdurne delle altre: occorre applicare le leggi esistenti, senza fare sconti o trovare cavilli. E’ chiaro che la pena non ha solo uno scopo punitivo ma ne ha uno riabilitativo: tuttavia la pena deve essere scontata. Nutro grande stima e rispetto per tutte le Forze dell’Ordine, ma credo che la polizia penitenziaria svolga un ruolo importantissimo e spesso dimenticato dall’opinione pubblica. Ebbene io credo che un paese civile come il nostro non possa dimenticare il ruolo della Giustizia con tutti i suoi attori. La serietà delle istituzioni passa anche, forse soprattutto, da questo aspetto.

Da dove si dovrebbe cominciare per ricucire le relazioni e ristabilire una scala dei valori a cui tutti noi dovremmo tendere?

Semplice: occorre combattere il relativismo. Se l’idea dominante è il relativismo, allora è logico che decade qualsiasi proposta educativa che non sia basata esclusivamente sulla trasmissione di competenze finalizzate alla produzione di beni materiali. Infatti, se non ci sono valori assoluti, quali valori sono degni di essere trasmessi? Ti insegno come si progetta e si produce una vettura e basta. Se, però, voglio insegnarti anche il come e il perché, allora dovrò trasmettere dei valori, come la sicurezza per l’automobilista e i passeggeri, la tutela della salute, la cura nella riduzione delle emissioni, etc. L’esempio è banale, però credo che sia utile per far comprendere come, accanto alla trasmissione delle competenze, la scuola debba trasmettere dei valori che rendano l’uomo più uomo, in grado di abitare consapevolmente il mondo della possibilità. Questa è la sfida del mondo dell’istruzione, dall’Infanzia all’Università. Benedetto XVI, tra i primi a parlare di emergenza educativa, aveva individuato le cause di tale emergenza nell’individualismo e nel relativismo sempre più dilaganti. Nel discorso tenuto alla CEI nel maggio 2010 così si era espresso: “Io ne vedo soprattutto due. Una radice essenziale consiste – mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso. Pertanto occorre uscire da se stessi e andare incontro agli altri. E’ l’unica soluzione possibile ai drammi della nostra società.

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