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Infognarsi

2 minuti di lettura

Infognarsi pur avendo mille ragioni per non farlo. Letteralmente vuol dire immergersi in una melma maleodorante popolata di ratti e insetti vari, luogo da cui non si esce sani, se si riesce a uscirne vivi. È là dove si accumulano i rifiuti, di ogni tipo. La gente civile se ne guarda bene, tiene a distanza questi luoghi, seppure presenti perché necessari. D’altro canto i rifiuti da qualche parte devono essere raccolti.

Vite da tutti definite esemplari, o che avrebbero le condizioni per esserlo, si perdono volutamente in questa fanghiglia, stantia e informe. Alcuni per poco tempo, altri ne restano impantanati o addirittura vi annegano. Diciamo che questo è il destino di anime disgraziate che, per vizio o per eccessiva virtù, finiscono così: escluse, abbandonate, dimenticate.

Sono le macchie nascoste di chi si ritiene e vuole essere ritenuto una persona “per bene”, o i “buchi neri” da cui si finisce risucchiati in un vortice senza fondo. Nel mio lavoro di medico e psichiatra sono stato, e lo sono ancora, testimone di molte persone che hanno presentato questa questione e si sono rivolte per ricevere aiuto, e, se questo non praticabile, almeno sollievo. Perché dunque “infognarsi”, quando si potrebbe, non facendolo, vivere serenamente?

Esiste, è pur vero, un’attrazione verso il perdersi e il distruggersi, come aspetto naturale e patologico. Freud diceva che accanto al principio del piacere, che spinge l’uomo a vivere, esiste anche un istinto di morte, che lo spinge a non vivere.

Ma dobbiamo riconoscere che proprio “sporcandosi le mani” — espressione che assomiglia a quella parola “infognarsi” per significato letterale e simbolico — possiamo ottenere non solo vantaggi concreti ma anche riconoscimenti “spirituali”. I latini dicevano e malo bonum, il bene deriva dal male, oppure, in chiave più attuale, “non tutto il male vien per nuocere”.

Solo attraverso la discesa agli inferi, come Ulisse, Enea e Dante, si arricchisce il sapere, si scopre la verità e si giunge alla salvezza. La parola ospedale deriva da ospis, luogo nei tempi antichi deputato ad ospitare, a dare cioè un riparo e del cibo a chi era abbandonato, derelitto e malato. Erano nel passato luoghi di accoglienza per i più poveri, che venivano accuditi e curati da anime buone.

Coloro che per pietà avevano scelto di abbandonare il benessere per dedicarsi agli ultimi, gratuitamente. San Camillo ne fu, agli inizi del XVII secolo, un esempio mirabile. E come lui altri Santi e Beati.

Erano persone che, come fanno altri volontari oggigiorno, “si sporcano le mani”. San Camillo chiamava le eiezioni dei corpi sporchi e malati di chi si prendeva cura “pasta della carità”, e considerava questo “mettere le mani dentro la pasta della carità” un “santo servizio”, beato e felice chi dedicava la sua vita a questo compito.

Chi è portato a separare con una barriera invalicabile il bene dal male commette un grave errore di incomprensione e disumanità. Le piante che ci nutrono crescono in quella melma maleodorante, così come i fiori di cui ammiriamo le essenze e i colori, e che purificano l’aria che respiriamo.

Lo sforzo da fare è accettarsi in questa miseranda e dolorosa oscillazione tra bene e male, semplicemente vivendo.

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