Con l’avvento del nuovo anno scolastico diversi istituti hanno emanato circolari per definire l’abbigliamento consono per il nuovo anno scolastico, ma non solo
Era nell’aria, sono arrivate le nuove regole sul dress code a scuola. Puntuali come la campanella. I primi a finire nel mirino shorts, canotte e unghie lunghe e colorate, queste ultime una sorta di nuove entrate nel dedalo dei divieti. Perché il codice di abbigliamento è un insieme di regole, il più delle volte tacite, relative all’abbigliamento, molte volte allegramente disattese.
E poi abiti scollati e sbracciati, minigonne, pantaloncini e tutto quello che risulta succinto, trasparente, al limite. Stop anche alle ciabatte e a tutto quello che evoca la spiaggia e per i maschi il capitolo barba è riassunto in due niet, no a barba stile hipster piuttosto che incolta. Il tutto sotto l’egida di un rispetto reciproco e con la parola d’ordine decoro.
Un decoro morale che arride al luogo, in questo caso la scuola, ma la diatriba ha origini lontane, parte dai luoghi di culto fino a sconfinare nei tempi della cultura, molte volte derisi da presenze con abbigliamento dal cattivo gusto, come visto quest’estate alla Scala di Milano, tempio della cultura non solo italiana che ha dovuto arginare la mala educación con rimedi e divieti.
Ma non manca la risposta di una parte di studenti, che in nome di una presunta libertà di espressione che passa attraverso l’abbigliamento, vedono le sopracitate circolari come una limitazione, un’entrata a gamba tesa nel terreno della personalità di ciascuno.
E nel frattempo che la scuola abbia inizio.
Zero Biscuit di Mauro Lama
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