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Il calcio femminile è professionista

1 minuti di lettura

Dopo l’iter iniziato due anni fa, anche in Italia il calcio femminile dal 1° luglio sarà professionistico.

Nella riunione di martedì il Consiglio Federale, oltre ad aver definito i criteri delle Licenze Nazionali per l’iscrizione ai prossimi campionati, ha adottato le norme che consentiranno l’introduzione del professionismo nella Serie A Femminile a partire dalla stagione sportiva 2022/23.

“È una giornata importante – ha dichiarato il presidente Gabriele Gravina – finalmente ci sono le norme che disciplinano l’attività e l’esercizio del professionismo del calcio femminile. Siamo la prima Federazione in Italia ad attuare questo importante percorso. C’è stata qualche piccola resistenza della Lega di A che riteneva di proporre un eventuale rinvio ma poi abbiamo raggiunto un accordo perché non si poteva tornare indietro. Quando si delibera qualcosa bisogna essere coerenti”.

La serie A, infatti, inizialmente a sorpresa aveva votato contro, nello sconcerto del Consiglio. Si è aperta una discussione che ha portato a una seconda votazione. “C’è stato solo un malinteso” è stata la spiegazione di Claudio Lotito, presidente della Lazio e consigliere federale.

Facciamo un passo indietro. Quasi tre anni fa, con l’inaspettato quarto di finale raggiunto dalla nazionale ai Mondiali, il calcio femminile è salito di colpo alla ribalta, avvicinando di conseguenza anche sponsor e visibilità. Tra lo stupore generale, sembra che nessuno sapesse (tranne gli addetti ai lavori) che in Italia un’atleta donna non poteva essere considerata professionista per la legge 23 marzo 1981 n.91, che disciplina il lavoro sportivo professionistico.

Da qui la sacrosanta richiesta da parte delle calciatrici di poter essere riconosciute come professioniste, come già accade in molti paesi europei e negli Stati Uniti.

Con la nuova riforma dello Sport del 2021, viene dato potere alle varie Federazioni sportive di poter deliberare il passaggio al professionismo attingendo al  “Fondo per il professionismo negli sport femminili”. Possibilità, per ora, utilizzata solo dalla FIGC.

Ma cosa comporta questa decisione?

Anzitutto un contratto di lavoro con un salario minimo, contributi, il Tfr, e soprattutto il diritto alla maternità. Insomma, semplicemente essere considerate come delle normali lavoratrici.

I contro? Saranno in grado anche le piccole società non appoggiate al settore maschile di adeguarsi a questo cambiamento?

Di certa c’è solo una cosa, dal 1° luglio essere calciatrice sarà ufficialmente un mestiere.

Anna Bigarello

foto di copertina: nazionale femminile. Credits FIGC

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