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Ho accompagnato mio padre in Ospedale

2 minuti di lettura

Ho accompagnato mio padre in Ospedale. Aveva 86 anni e, durante la notte, si era sentito male.  Il cardiologo intervenuto a casa, aveva notato un’area infartuale, che, a suo dire, sarebbe stato necessario monitorare in ambiente ospedaliero, dato che si trattava di cuore già gravemente malato

ITALIA. Mio padre non voleva andare in Ospedale, perché temeva di non poter più tornare a casa. Come medico e come figlio gli imposi di salire sull’ambulanza. Lui obbedì. Durante il viaggio verso la Clinica, gli rimproverai di non aver preso correttamente le medicine, o meglio di non averle proprio prese, e questo era stato il motivo del suo improvviso e preoccupante malessere. Mi disse di finirla con questa storia delle medicine, obbedii e stetti zitto.

Quando entrammo nel corridoio del Pronto Soccorso, lui un po’ traballante e timoroso, io sicuro e determinato, fummo visti da due barellieri. Uno disse al compagno, ecco che ne arriva un altro! Infatti sono i vecchi che vanno in ospedale il pomeriggio della domenica quando gli altri sono allo stadio o si riposano. C’è una fase della vita nella quale sono i figli a dire ai genitori cosa devono e cosa non devono fare, e i genitori devono obbedire. Il rapporto genitori figli si inverte rispetto alle fasi antecedenti, quando i figli devono obbedire ai genitori e fare ciò che loro decidono che è bene o che è male. E i figli obbediscono, perché sanno che è giusto così. I genitori sono i loro miti di riferimento.

Quando tratto di problemi di coniugi che decidono di separarsi, e di figli che devono accettare questa separazione, mi viene in mente la statua di Marco Aurelio in Piazza del Campidoglio a Roma. Per i figli, quando il padre deve lasciare la casa, è come se tornando al Campidoglio non trovassero più la statua imponente dell’imperatore, che lì al centro della piazza c’è sempre stata. L’innocenza si perde non perché si riceve un rifiuto e si deve accettare, ma perché si percepisce che questo no è per sempre. Le circostanze che impongono ai genitori le regole dei figli sono disparate ma frequenti.  Lo stato con le sue leggi pone dei limiti all’autorità dei genitori rispetto ai figli e ai figli rispetto ai genitori.

Ricordo un fatto avvenuto alcuni anni fa e riportato nella cronaca, per l’importanza che avevano i protagonisti. In un ristorante svedese, credo della capitale, c’è una famiglia italiana, figli e genitori. Uno dei bambini non riesce a stare al suo posto, e questo viene a turbare la tranquillità e il decoro che il luogo deve rispettare. I clienti sono disturbati dai rimproveri del padre e dai capricci del bambino, e si vede il loro disappunto. Nell’imbarazzo il padre, personaggio autorevole, sgrida il bambino e gli dà uno scappellotto. Qualcuno nel locale chiama la Polizia che interviene immediatamente.

Il padre viene fermato e portato via, deve rispondere di ciò che è successo, i bambini non devono essere toccati per nessun motivo! La legge difende comunque i bambini, e il genitore ha torto. In altra circostanza il figlio adulto deve intervenire sui comportamenti disdicevoli del padre anziano e demente ricorrendo alla legge, per tutelarsi da possibili plagi. La legge interviene sui rapporti tra genitori e figli, quando questi rapporti sono alterati da circostanze o malattie.

Ma il filo sottile e inscindibile della relazione tra genitori e figli non si può semplificare con l’intervento di terzi. E’ su questo legame che bisogna lavorare, per renderlo evidente e significante. Quando i figli impongono l’obbedienza ai genitori, devono essere consapevoli di quanto stanno facendo, come devono essere consapevoli i genitori quando impongono ai figli i loro dettami, che spesso sono irrazionali e ingiusti.  “Onora il padre e la madre”, in questa trasgressione sta il peccato più grande che commettiamo quando da figli diventiamo genitori e viceversa, in uno scambio di ruoli che solo le convenienze ci consentono.  

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