Per la prima volta dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Stati Uniti, Russia e Ucraina si preparano a sedersi – almeno formalmente – allo stesso tavolo. L’incontro previsto ad Abu Dhabi segna un passaggio politico rilevante, più per il suo valore simbolico che per le aspettative immediate di svolta. Dopo quasi quattro anni di guerra, il semplice fatto che le tre parti accettino un formato trilaterale indica che qualcosa, nelle dinamiche diplomatiche, si sta muovendo
EMIRATI ARABI UNITI. Il via libera è arrivato da Mosca, al termine di colloqui al Cremlino tra Vladimir Putin, l’inviato statunitense Steve Witkoff e Jared Kushner, figura chiave del nuovo corso trumpiano in politica estera. Secondo il Cremlino, il confronto è stato “utile sotto ogni aspetto”, formula diplomatica che segnala disponibilità al dialogo senza anticipare concessioni. Abu Dhabi, scelta come sede, conferma il ruolo crescente degli Emirati come piattaforma di mediazione internazionale, lontana dalle capitali occidentali e sufficientemente neutra da consentire contatti delicati.
Resta però molta cautela. Non è chiaro se delegazioni russe e ucraine si incontreranno direttamente né quali saranno i margini del mandato negoziale. Zelenskyy ha parlato di due giorni di colloqui, ma ha anche ribadito che i nodi centrali restano irrisolti. Il principale è territoriale: Mosca continua a rivendicare porzioni significative dell’est del Paese, mentre Kyiv rifiuta qualsiasi riconoscimento delle conquiste ottenute con la forza. Una distanza che, finora, ha reso impraticabile ogni compromesso.
Gli Stati Uniti si muovono in un ruolo ambiguo. L’amministrazione Trump spinge per un accordo e rivendica un’attività diplomatica intensa, ma senza chiarire fino a che punto sia disposta a sostenere le posizioni ucraine. A Washington cresce il timore che una pace “rapida” possa tradursi in un accordo sbilanciato, soprattutto se la priorità americana dovesse diventare la chiusura del conflitto più che la sua equità. Le parole di Trump, che invita le parti a “fare un accordo” evitando “stupidità”, riflettono questa impostazione pragmatica, ma lasciano aperti molti interrogativi.
Zelenskyy, dal canto suo, continua a ribadire che la pace non può prescindere da garanzie di sicurezza credibili. Kyiv chiede impegni chiari, soprattutto da Washington, per evitare che un cessate il fuoco si trasformi in una tregua fragile destinata a crollare. Sullo sfondo resta il tema della Nato: la Russia esige che l’Ucraina rinunci a qualsiasi prospettiva di adesione e respinge l’ipotesi di una presenza militare occidentale sul terreno, anche dopo un eventuale accordo.
Il contesto internazionale complica ulteriormente il quadro. Al World Economic Forum di Davos, Zelenskyy ha criticato apertamente l’Europa, accusata di attendere segnali da Washington invece di assumere un ruolo più assertivo. Un’accusa che mette in luce un altro elemento chiave: il negoziato di Abu Dhabi si apre mentre l’Occidente appare meno coeso rispetto ai primi anni del conflitto, con priorità divergenti tra Stati Uniti ed Europa.
Sul terreno, intanto, la guerra continua. L’Ucraina affronta un inverno duro, con infrastrutture civili colpite e popolazione stremata, mentre la Russia mantiene la pressione militare senza segnali di reale allentamento. In questo scenario, il vertice di Abu Dhabi non va letto come l’inizio di una pace imminente, ma come un tentativo di testare le intenzioni reciproche.
Più che un punto di arrivo, il primo incontro trilaterale rappresenta un punto di passaggio. Misurerà la disponibilità delle parti a trasformare la diplomazia in qualcosa di più di un esercizio formale. Dopo anni di combattimenti e dichiarazioni inconciliabili, il dialogo torna in agenda. Resta da capire se sarà l’inizio di un percorso o solo una parentesi in una guerra che, per ora, non sembra pronta a chiudersi.
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