Un viaggio nel tempo, tra burocrazia e archeologia industriale, alla scoperta di un nuovo volto per Murano.
MURANO (VE). È stata una traversata lunga e incerta, quella che ha condotto alla rinascita della ex fabbrica de Majo a Murano. Non una semplice trasformazione architettonica, ma un vero e proprio “viaggio nel Catai”.
Paragonando committenti e progettisti ai fratelli Polo, pionieri del commercio e dell’esplorazione nel XIII secolo. Un parallelo che ben descrive il lungo e faticoso cammino necessario per riportare in vita un complesso industriale abbandonato.

La Fornace
Il recupero della ex fornace de Majo è stato un laboratorio di sperimentazione amministrativa e progettuale. I vincoli paesaggistici, la complessità normativa della VPRG (Variante al Piano Regolatore Generale) e la stratificazione edilizia tipica dell’archeologia industriale lagunare hanno imposto un approccio flessibile e “ibrido”. H&A Associati ha saputo muoversi tra strumenti diretti (Permessi di Costruire, SCIA, DIA) e indiretti (varianti urbanistiche, titoli in deroga) cesellando ogni passaggio procedurale come parte integrante del progetto stesso.

Il punto di svolta? La possibilità di ridurre le volumetrie per migliorare la qualità degli spazi, introducendo corti, cavedi e pozzi di luce, elementi capaci di rendere gli edifici storici abitabili senza snaturarli. Un compromesso virtuoso che ha permesso di coniugare la tutela del patrimonio con la rigenerazione urbana.

Rendere visibile l’invisibile
Più di tutto, però, il progetto ha cercato di superare il muro invisibile tra i luoghi del lavoro e la città. Murano, storicamente, ha rivolto le sue fornaci alla laguna, tenendo chiusi questi spazi produttivi al resto dell’isola. La rigenerazione della ex de Majo rompe questo schema, immaginando percorsi pubblici, spazi condivisi, aperture fisiche e simboliche che restituiscano alla comunità pezzi dimenticati della sua storia.
Un intervento che potrebbe diventare modello, anche per l’adiacente ex fornace Rossetto e per il prestigioso Palazzo Trevisan, attivando una rete di rigenerazione che riconnetta Murano ai suoi cittadini e ai visitatori, in un’ottica di valorizzazione sostenibile e partecipata.

Un restauro puntuale, tra memoria e futuro
L’intervento sulla ex fornace de Majo ha saputo coniugare rispetto per la memoria del luogo e innovazione funzionale, in un progetto di riuso che non ha stravolto, ma reinterpretato con intelligenza. I corpi di fabbrica, da tempo dismessi e separati da corti e percorsi aperti, sono stati oggetto di un lavoro puntuale: consolidamento strutturale, rifacimento delle coperture, inserimento di collegamenti verticali, recupero dei solai storici, tutto condotto con attenzione alla conservazione della “patina” industriale.
Particolare rilievo ha avuto la valorizzazione della complessità spaziale del sito, mantenuta e resa leggibile grazie a una distribuzione che ha preservato i vuoti, le corti e i percorsi interni, veri e propri “polmoni” visivi e funzionali del complesso. La riduzione selettiva delle volumetrie, permessa dalla normativa locale, ha favorito l’introduzione di cavedi e pozzi di luce, migliorando le condizioni di salubrità e abitabilità senza snaturare l’identità architettonica.
La destinazione finale, ad uso turistico-ricettivo, ha trovato spazio dentro un contenitore che rimane fedele alla sua origine produttiva, ma che ora si apre alla città con nuove funzioni, riconnettendo il tessuto storico di Murano. Il risultato è un’operazione che restituisce vitalità a un sito di archeologia industriale, trasformandolo in luogo di incontro e scambio, in continuità con il suo passato, ma proiettato nel futuro.

Progettare il procedimento
Il caso della de Majo dimostra quanto sia importante “progettare il procedimento” tanto quanto l’edificio. Il successo di un intervento non dipende solo dall’estetica o dalla qualità costruttiva, ma dalla capacità di navigare il mare della burocrazia, scegliendo gli strumenti giusti e costruendo alleanze con le istituzioni.
In fondo, come insegnano Marco Polo e Calvino, la vera sfida è riconoscere, in mezzo all’inferno, «chi e cosa non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Perché abitare la complessità non significa subirla, ma cercare, ogni giorno, di trasformarla in opportunità.
Fonte: “Dal dire all’ospitare”, H&A Associati
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