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Clodio, il delfino e la coscienza della natura

2 minuti di lettura

Un delfino solitario nella laguna di Venezia diventa simbolo della coscienza della natura: Clodio ci interroga sul nostro rapporto con il mondo vivente e sulla fragile frontiera tra paura e meraviglia

L’antropologo Claude Lévi-Strauss sosteneva che la civiltà nasce quando l’essere umano prende coscienza di non essere parte indistinta della natura, ma qualcosa di diverso. Da quel momento l’uomo ha potuto osservarla, studiarla, comprenderne i meccanismi e — soprattutto — trarne utilità. È l’inizio della scienza e della tecnica, ma anche della separazione.

Molti credono che ciò che distingue davvero l’uomo dagli altri esseri viventi sia la coscienza. Eppure, non sappiamo da dove venga questo primato né se sia davvero esclusivo. Sempre più studiosi mettono in dubbio che gli altri esseri naturali — animali, piante, ecosistemi — ne siano privi. Forse esiste una molteplicità di coscienze, diverse dalla nostra ma non per questo inferiori.

Una delle funzioni più profonde della coscienza è proprio quella di “dare anima” al mondo. Quando riconosciamo un’anima nella natura, essa smette di essere oggetto e torna a essere interlocutore: qualcosa con cui possiamo entrare in relazione. Le piante, per esempio, non solo nascono, si riproducono e muoiono come noi, ma comunicano, reagiscono, si muovono. Gli animali fanno lo stesso. Persino ciò che chiamiamo “inanimato” comunica con noi, se solo sappiamo ascoltare.

La natura, in questo senso, è maestra. Ci parla anche attraverso il dolore — fisico e mentale — che accompagna la nostra esistenza. Il dolore, per quanto temuto, è necessario: ci avverte, ci protegge, ci spinge a cambiare. Come esseri sociali, siamo esposti alle dinamiche di dominanza e sottomissione tipiche di ogni branco. I cosiddetti “alfa” ci garantiscono protezione, ma anche frustrazione e stress. Dentro di noi, però, la natura reclama libertà: libertà di esplorare, di rischiare, di attraversare l’ignoto — fuori e dentro di noi.

Anche la depressione, che spesso ci appare come pura sofferenza, può essere vista come un modo con cui la natura ci invita a resistere, a rimanere vivi nonostante tutto.

E poi, a ricordarci quanto siamo parte di un tutto più grande, arrivano episodi come quello accaduto nella laguna di Venezia. Un delfino solitario, ribattezzato “Clodio”, ha iniziato a nuotare tra i canali, sorprendendo abitanti e turisti. I delfini, mammiferi sociali come noi, vivono in branco: perché Clodio è solo? Forse si è smarrito, forse è vecchio o malato, o forse ha scelto di allontanarsi per esplorare nuovi spazi.

Qualunque sia la ragione, la sua sorte ci interroga. In un ambiente rumoroso, affollato di motori e privo del suo mare profondo, Clodio non può sopravvivere a lungo. Per salvarlo, serve catturarlo, curarlo, nutrirlo e — se possibile — restituirlo al mare aperto. È un gesto di cura che ha un valore simbolico: salvare Clodio significa riconoscere la sua coscienza, la sua vulnerabilità, la sua somiglianza con noi.

La verità è che la coscienza non appartiene soltanto all’uomo. Siamo parte della natura e, dopo millenni di dominio e separazione, dovremmo restituirle quella coscienza che le abbiamo sottratto.

Forse Clodio non è un animale smarrito, ma un esploratore. Forse ha lasciato il branco per cercare qualcosa di nuovo, per sfidare la paura dell’ignoto. In fondo, ciò che prova lui somiglia molto a ciò che proveremo noi quando un giorno metteremo piede su Marte: fascino, solitudine, timore, speranza.

Questa è la vita: un continuo attraversamento tra la paura e la meraviglia. E la natura, di cui siamo parte, ce lo ricorda ogni giorno.

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