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Chi era El Mencho, il boss che ha trasformato il CJNG nel cartello più temuto del Messico

2 minuti di lettura

La parabola criminale di Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, si è chiusa domenica in un’operazione delle forze speciali messicane. Con la sua morte, il Messico archivia uno dei capitoli più sanguinosi e militarizzati della guerra ai cartelli. Ex agente di polizia, 59 anni, Oseguera Cervantes era il cofondatore e leader del Jalisco New Generation Cartel (CJNG), organizzazione che in poco più di un decennio è diventata una delle più potenti e aggressive del Paese

MESSICO. Meno iconico sul piano mediatico rispetto al rivale Sinaloa Cartel, reso celebre dalle gesta e dalla cattura di Joaquín Guzmán, detto “El Chapo”, il CJNG si è imposto con una cifra diversa: ostentazione di forza, arsenali di tipo militare, uso sistematico del terrore come strumento di controllo del territorio.

Radicato nello Stato di Jalisco, il cartello ha segnato un salto di qualità nello scontro con lo Stato messicano. Nel 2015, durante un tentativo di cattura del boss, i suoi uomini abbatterono un elicottero militare con un lanciarazzi. Negli anni successivi il CJNG ha sperimentato droni carichi di esplosivo, mine artigianali e convogli paramilitari, trasformando intere aree urbane in teatri di guerriglia. Nel 2020 arrivò persino un attentato nel cuore di Città del Messico contro l’allora capo della polizia della capitale, oggi ministro federale della Sicurezza.

Secondo la Drug Enforcement Administration statunitense, il CJNG ha esteso la propria presenza in tutti i 50 Stati americani, diventando uno dei principali fornitori di cocaina, metanfetamine e fentanyl per il mercato nordamericano. Un’espansione favorita anche dall’indebolimento del cartello di Sinaloa, scosso dagli arresti e dalle lotte interne dopo la cattura dei suoi storici leader.

Nato ad Aguililla, nello Stato di Michoacán, El Mencho aveva iniziato la sua traiettoria criminale negli anni Novanta. Emigrato negli Stati Uniti, fu condannato nel 1994 per traffico di eroina in California e scontò quasi tre anni di carcere. Rientrato in Messico, si legò al narcotrafficante Ignacio “Nacho” Coronel e, dopo la sua morte, fondò attorno al 2007 il CJNG insieme a Erik Valencia Salazar, detto “El 85”.

All’inizio alleato di Sinaloa, il gruppo ruppe presto con i vecchi partner dando vita a una guerra per il controllo delle rotte e dei porti strategici del Pacifico. Una faida alimentata da tradimenti e rese dei conti che, secondo una leggenda metropolitana della malavita di Guadalajara, sarebbe esplosa per un banale incidente durante un incontro tra narcos. Un dettaglio quasi grottesco, se confrontato con la scia di massacri che ne seguì.

A differenza di El Chapo, che aveva cercato una ribalta internazionale fino all’intervista con l’attore Sean Penn, El Mencho ha coltivato l’ombra. Poche fotografie, nessuna ostentazione pubblica, una latitanza costruita su una rete capillare di protezione e intimidazione.

Dal 2017 era incriminato più volte negli Stati Uniti, con accuse che andavano dal traffico internazionale di droga all’uso di armi da fuoco nell’ambito di un’organizzazione criminale continuativa, fino alla violazione del Drug Kingpin Enforcement Act.

La sua uccisione ha scatenato nuove violenze: veicoli incendiati, blocchi stradali, scontri armati in diverse città del Jalisco. Segno che, sebbene il capo sia caduto, l’organizzazione resta strutturata e pronta a reagire.

La morte di El Mencho rappresenta un colpo simbolico per lo Stato messicano. Ma nella lunga guerra ai cartelli, la storia insegna che ogni vuoto di potere può aprire la strada a nuove leadership, nuove alleanze e nuovi cicli di sangue.

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