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“C’era una volta mia madre”: quando l’amore diventa indomabile

1 minuti di lettura

Quando un bimbo che nasce con una disabilità riesce a risalire la china grazie ad una madre esplosiva ma non solo

Siamo a Parigi nel 1963 e una madre che riesce a dare alla luce il suo sesto figlio non sembra fare notizia, salvo che il bimbo nasce purtroppo con una grave malformazione al piede che non gli permette di cammminare, e questo è l’incipit della storia, tratta dal romanzo autobiografico di Roland Perez, la regia di Ken Scott e la brillante interpretazione, tra gli altri, di Leila Bekhti e Jonathan Cohen. Tra gli svisti di stagione questa pellicola ha il pregio, raccontando una storia vera, di commuovere e divertire al contempo. Esther è una mamma coraggio, di quelle che alleva i propri figli nell’empatia e nella sana allegria, fin troppo presente nella vita dei ragazzi, con un marito schivo che fa da contraltare. La chiave narrativa si snoda sul deficit del ragazzino, Roland, che avrebbe, a detta della medicina tradizionale il destino segnato, fatto di tutori e rassegnazione. L’antitesi perfetta del pensiero di Esther, che, ribellandosi a questo, trova una strada alternativa che porterà alla guarigione del suo piccolo, donandogli, come promesso, una vita meravigliosa. Il lungometraggio, 1 ora e 42 minuti che passano piacevolmente, sembra funzionare bene nella prima parte, per poi sfociare in qualche porzione di troppo nella seconda, con Roland che cresce, si laurea, si sposa e conosce il mito Sylvie Vartan, colonna sonora sonora della sua infanzia, fino a diventarne il suo avvocato personale. Ma l’interrogativo principe diventa quello di cercare di comprendere fino a che soglia può arrivare l’amore di un genitore, in questo caso decisivo per le sorti del figlio, ma che non si ferma certamente al “ripristino“, diciamola male, delle condizioni fisiche. E ne diventa negli anni a venire una tumultuosa coperta termica, un dispositivo di sopravvivenza. Senza ascoltare il parere del ragazzo, oramai divenuto uomo. Che, finita la prima battaglia, ne dovrà intraprendere un’altra altrettanto ispida, quella dell’emancipazione.

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Giornalista pubblicista, cura personalmente rubriche di arte e cinema.
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