Un senso di svuotamento, di quelli maliardi con tanto di scorie e veleni che presentano il conto, inespugnabile.
Cesare Prandelli lascia la Fiorentina e molto probabilmente non allenerà più. Domenica sera la prima avvisaglie in pubblico, desaparecido in conferenza stampa dove parla Giancarlo Antognoni, poi le prime dichiarazioni, una laconica ombra dentro di sé e un mondo che sembra non appartenergli più, veloce e spiazzante. Senza rimpianti, basta guardarsi dietro, da Orzinuovi in quel di Brescia gioca con la Cremonese, l’Atalanta e la Juventus ma non basta. Il salto sulla panchina di allenatore inizia dalle giovanili del l’Atalanta per poi passare da Lecce, Verona e Venezia, poi Parma e Roma fino alla Fiorentina, ma è l’azzurro della nazionale che lo attende e il 30 maggio 2010 diventa CT. Eliminato in battuta ai Mondiali annuncia le sue dimissioni irrevocabili. Poi il viaggio sulle panche continua con Valencia, Al-Nasr e Genoa. Ma dopo 10 anni il ritorno al Franchi, a Firenze con Comisso e la Viola. Claudio Cesare Prandelli, un nome doppio, un cameo in un cine-panettone, una prefazione in un libro di Cecchi Paone contro l’omofobia e la prematura scomparsa della moglie, sempre nel segno di un’assoluta signorilità ed educazione. Fino a domenica sera, dove l’ombra e l’assurdo disagio disegnano l’inatteso e ansioso epilogo.
Forza Cesare.
Instacult di Mauro Lama
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