Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Dado era un tipo tosto! Un osso duro cui non era facile pestare i calli senza rischiare di avere spiacevoli conseguenze. Ne sapevano qualcosa i medici e gli infermieri degli ospedali delle città in cui era passato.
Per guadagnarsi da vivere però faceva un lavoro che di duro, purtroppo, aveva poco: animatore in un villaggio turistico sulla costa. Doveva divertire i clienti, farli ridere. Ma non importava. Non era una cosa per lui difficile. E poi, anche facendo quel lavoro, era sempre riuscito a dimostrare quanto fosse in gamba. E coriaceo. Ben presto se ne presentò ancora una volta l’occasione.
Una sera, una di quelle in apparenza tranquille e noiose, nelle quali ci si augura tanto che avvenga qualcosa che movimenti un po’ l’ambiente, ma nelle quali nulla, in realtà, fa presagire che qualcosa accada, una di queste sere, dunque, arrivarono al villaggio due strani tipi. Mai visti prima. Si sedettero a un tavolo del bar all’aperto e ordinarono.
– Laphroaig. Senza ghiaccio.
Nulla di strano, un’ordinazione come centinaia in una serata di alta stagione. Ma qualcosa… qualcosa faceva intuire che non era così. Ben presto, infatti, iniziarono i problemi.
Ci fu un errore. Uno. Ma bastò.
Purtroppo il cameriere, per la tanta abitudine, sua nell’annotare le ordinazioni o del barman nel preparare i drink, portò sì i due whisky, ma con ghiaccio.
Allora accadde. Fu l’inizio di quello che nelle serate tranquille e noiose d’estate si spera tanto non succeda e che invece, puntualmente, accade. E non si trattò di un temporale improvviso, no, qualcosa di peggio.
I due non pronunziarono parola, come se non aspettassero altro, come fossero venuti lì apposta, apposta perché sapevano che i loro desideri non sarebbero stati soddisfatti.
Non dissero niente, ma cominciarono a fare. E molto.
Uno dei due prese i bicchieri, l’altro, invece, prese il cameriere. Lo tenevano fermo e, nonostante i disperati sforzi del poveretto per divincolarsi, gli versarono in testa tutto il whisky. Non contenti, presero il ghiaccio rimasto e cominciarono a ficcarglielo in bocca a forza, con violenza. Nessuno degli avventori seduti ai tavolini osava intervenire, né per fare né per dire qualcosa. Tutti guardavano. I due, nel loro mestiere di… teste di Kaiser, ci sapevano fare e si vedeva. A un certo punto qualcuno si alzò. Una luce di speranza si accese negli occhi annebbiati dal whisky del malcapitato cameriere.
“Ooohh, finalmente qualcuno che ha un po’ di fegato!” “Fategli vedere che non siamo tutti conigli!”
“Ma… che succede?… Ma vanno via?…”
“Questa poi…”
Si era fatto tardi, molto tardi, e, vista la fretta con la quale si era fiondato fuori dal bar, quel qualcuno che si era alzato doveva essersi improvvisamente ricordato di quel famoso impegno che a ognuno, almeno una volta nella vita, viene in mente di avere quando “Madame Fifa” da il suo saggio e proverbiale consiglio: “… leva le tende, è meglio!”
Intanto i due erano passati alla seconda fase del loro trattamento. Quella dolce. Erano passati al massaggio dello stomaco, per far meglio digerire al povero cameriere tutto ciò che gli avevano fatto ingurgitare prima. Solo che il massaggio che essi praticavano non aveva nulla o quasi a che spartire con lo Shiatsu, piuttosto era simile a quello che Rocky Balboa faceva con i quarti di bue per rendere un po’ più teneri i filetti.
La situazione ormai era quasi tragica.
“Ma… Dado… dov’è Dado?”
Dado, purtroppo, era impegnato…ehm ehm, non possiamo dire dove. Era una faccenda seria, tremendamente seria, una questione rimandata da giorni e che ora non era facile da sbrigare in quattro e quattr’otto, ci sarebbe sicuramente voluto un sedici o un trentadue.
Intanto tutti lo invocavano.
“Dado!… Dado!… Dado!…”, ma ognuno nella propria mente. Fu lo stesso. Come dotato d’antenne cinetiche, Dado captò gli S.O.S. (il suo apparato ricevente non era ancora passato alle ricetrasmissioni satellitari) lanciati dagli avventori. Erano tutti come tanti piccoli “Titanic” che, nello scontro con i due iceberg che stavano rinfrescando il cameriere, avevano perso la loro superbia e si erano trasformati in tante timide boe. Dado troncò allora il suo discorso a metà e così com’era si precipitò al bar. Di com’era se ne rese conto dagli sguardi increduli delle boe.
Ma ormai era tratto e non poteva più tirarsi indietro.
Ostentò la più imbarazzata disinvoltura che mai si fosse vista in un uomo in quelle condizioni e proruppe nella sua ormai mitica esclamazione di una sola parola:
– Macheccazzostasuccedendo!?
A quella visione i due tipi si scambiarono un sornione sguardo d’intesa, mentre un risolino di soddisfazione mosse le loro facce, fino a quel momento eburnee. Finalmente mollarono quella specie di straccio che ormai aveva ben poco del cameriere e, lentamente, spalla a spalla, si diressero verso il loro uomo. Adesso era tutto chiaro. Era lui che i due volevano. Tutto quel chiasso lo avevano combinato apposta, per farlo uscire allo scoperto. E lui non li aveva delusi. I due volevano giocare? Bene! Fedele al suo nome, Dado era pronto. Subito iniziò la partita.
– Sentite, io non so perché voi siete qui, né so cosa volete, ma prima che troviate quello che forse non cercate, è giusto che v’informi di un paio di cosette. Il mio nome è Dado, ma sapete perché mi chiamano così?
Il tono era proprio quello di un duro: sicuro, fermo, deciso. Sarebbe bastato a spaventare chiunque. Ma non i due.
I loro sguardi si fecero ancora più truci e la loro aria più minacciosa. Ma lo spazio che dovevano percorrere era ancora abbastanza perché Dado potesse fare la sua spiegazione.
Ormai era in cattedra.
– Ogni dado ha sei facce e su ogni faccia c’è un numero. Bene! Quelli sono i miei numeri: Uno!Comeilditomediochevistomostrandoperdirviquellochepensodivoi!
Due! Comegliocchichevifaròneripiùneridiquellidiunpanda! Tre! Comeisolidentichevilasceròinbocca! Quattro! Comeigiornicheservirannoperraccoglierequellocherimarràdeivostricorpi! Cinque! Comeisecondichevidopersparire! Sei! Comelecentinaiadichilometricheviconsigliodimetteretrameevoiprimachemincazzisulserio!
Di quel che disse solo poco fu chiaro, tanto il suo parlare era veloce. Ma a volte si sa “parlare è facile, più difficile è il fare”. Infatti, tutte quelle parole, invece che spaventare i due, ottennero l’effetto che il nostro di certo non si aspettava. Più arrabbiati e decisi che mai, arrivarono alla giusta distanza.
Quando il primo pugno partì, Dado stava appena finendo di chiudere la bocca sull’ultimo lemma. Bene. Dovette subito riaprirla per riuscire a contare quanti denti già mancavano all’appello. Quando partì il secondo e poi il terzo, Dado sembrava essersi truccato per andare a un dark-party, tanto i suoi occhi erano neri. Quando partì il quarto, il quinto e poi il sesto… i pugni ormai non si contavano più. Ma nonostante tutto Dado continuò imperterrito. Continuò a vomitare discorsi. A cascate. A fiumi. E anche quando, ormai irriconoscibile, andò a finire sotto un tavolo, steso e immobile, anche allora la sua bocca continuò lo stesso a muoversi e a pronunciar parole.
Era un moto quasi d’inerzia, frenetico, come quello della coda di una lucertola che, per un gioco crudele, il sasso lanciato da un bambino ha staccato dal corpo. Quante volte anche Dado l’aveva fatto.
Ma ora era chiaro, ora sì che si capiva perché egli era considerato un duro. Ora sì che i medici e gli infermieri delle città in cui era stato potevano raccontare di tutte le volte che avevano rappezzato lui e quelli che con lui avevano avuto a che fare. Ora sì che era evidente quanto fosse veramente coriaceo.
E alla fine, tutto questo, lo capirono anche i due energumeni. Spossati, stanchi e con le mani rotte e sanguinanti, visto che non c’era proprio niente da fare per riuscire a tappare quella specie di grammofono vivente, andarono via. Anzi, sca-ppa-ro- no! Così Dado, quando un giorno, tra le tante sue avventure, avrebbe raccontato proprio quella, sicuramente, e con orgoglio, avrebbe potuto dire: “… loro me le hanno date di santa ragione, ma io… gliene ho dette di tutti i colori!”
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