Michela Murgia, una delle voci più originali e coraggiose della letteratura italiana contemporanea, è morta ieri a 51 anni. La scrittrice sarda aveva rivelato in un’intervista di avere un carcinoma renale al quarto stadio, con metastasi in diverse parti del corpo. Nell’occasione, aveva dichiarato anche di non avere paura della morte e di aver vissuto dieci vite, ricche di esperienze, passioni e impegno civile.
Era nota per i suoi romanzi, tra cui il più famoso è Accabadora (Einaudi, 2009). Vincitore del premio Campiello, in cui raccontava la figura della donna che in Sardegna accompagnava i morenti alla fine della vita. Il suo ultimo libro, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi (Mondadori, 2023), si apriva proprio con la diagnosi di un male incurabile e affrontava i temi della fragilità umana e della resilienza spirituale.
Una voce critica e anticonformista nel panorama culturale e politico italiano. Si era candidata alla presidenza della Regione Sardegna nel 2014 con una lista civica di sinistra. Si era battuta per la difesa dell’identità e della lingua sarda.
Era una fervente sostenitrice dei diritti delle donne e delle persone LGBTQ+, tanto da definirsi parte di una “famiglia queer” composta da quattro figli “d’anima” e dal suo compagno Lorenzo Terenzi, che aveva sposato “in articulo mortis” a luglio, per garantirsi alcuni diritti legali.
La scomparsa di Murgia ha suscitato il cordoglio di molti esponenti del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo, che hanno ricordato la sua intelligenza, la sua ironia e il suo coraggio. Tra questi, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Matteo Salvini, Nicola Zingaretti e il Cagliari Calcio.
Murgia lascia un’eredità immensa di opere letterarie, di pensiero critico e di testimonianza civile. La sua voce mancherà al dibattito pubblico italiano, ma continuerà a vivere nei suoi libri e nei suoi lettori.
A.G.
Crediti fotografici: Facebook @kelleddamurgia
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