Nato senza braccia e fuggito da Kabul ora è in finale per il titolo di campione nei 50 m. farfalla maschili
Ci sono storie destinate a portare il sole anche durante una tempesta, sono le stesse che ci ricordano che tutto è possibile. Anche essere nato senza braccia, a Kabul e puntare al podio dopo aver completato la finale dei 50 m farfalla maschili ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020.
Questa è la storia di Abbas Karimi, l’atleta paralimpico di origine afghana, membro della squadra dei rifugiati, che il 27 agosto scorso è arrivato in finale con il suo miglior tempo a farfalla.
Karimi nasce a Kabul, senza braccia e con un futuro tutt’altro che roseo davanti a sé. Le difficoltà, il bullismo e le discriminazioni lo rendono arrabbiato, violento, deve canalizzare la sua rabbia lo fa tramite il kickboxing, il primo sport che pratica. Ma è solo nell’acqua che trova la sua dimensione, il rifugio che non abbandonerà più.
Ha cominciato a nuotare all’età di 13 anni, quando suo fratello maggiore ha costruito una piscina da 25 metri destinata alla comunità. Una volta entrato in quella vasca Abbas comprende che non potrà più sfuggire al suo destino.
“Nuotare mi calma. È come uno scudo per me, che mi protegge sempre. Se sono arrabbiato o ogni volta che ho problemi, entro in acqua e mi rilassa. Il nuoto mi ha salvato la vita. Credo che senza nuotare sarei una persona molto pericolosa, sarei nei guai. Il nuoto mi ha aperto il cuore. È nella mia anima.”
Alla sua prima gara in Afghanistan, Karimi diventa un campione nazionale.
Da allora le difficoltà incontrate diventano solo dei piccoli intoppi sulla strada per realizzare il suo sogno.
Nel 2013, a soli 16 anni, riesce a fuggire dal suo Paese e dopo essere atterrato in Iran comincia il suo viaggio attraverso i monti Zagros, prima su un camion di contrabbandieri e poi a piedi per chilometri, per raggiungere la Turchia dove si stabilisce in un campo profughi per orfani che forniva riparo a rifugiati e richiedenti asilo sotto i 18 anni.
Rimane in Turchia 4 anni e torna a nuotare, vincendo ogni possibile competizione, fino a che nel 2015 viene scoperto, grazia ad un messaggio pubblicato su Facebook, da Mike Ives, insegnante in pensione ed ex allenatore di wrestling negli Usa. Ives decide di aiutarlo, portandolo negli Stati Uniti, a Portland.
Da quel momento la sua carriera è in ascesa e la sua strada, intrisa di dedizione e impegno, lo porta a conquistare la medaglia d‘argento durante il mondiale in Messico nel 2017.
Ora Abbas è pronto a fare di più. Arriva ai Giochi Paraolimpici di Tokyo, e guadagna la finale nella gara dei 50m maschile a farfalla. Il suo obiettivo è mettersi al collo la medaglia e sembra già averla tanta è la sua determinazione.
Prima di gareggiare Abbas Karimi ha detto:
“Credo in me stesso, ma niente di quello che faccio è per me stesso. Sono arrivato fino a qui e farò del mio meglio per essere un rappresentante per tutti i rifugiati e gli sfollati in tutto il mondo come sostenitore dell’UNHCR.
Ho vinto otto medaglie nel nuoto come atleta paralimpico. Credo di avere il potenziale per salire sul podio alle Paralimpiadi e credo che sia importante per tutti i rifugiati e per la nostra eredità che uno di noi atleti rifugiati salga sul podio, può portare un cambiamento per i rifugiati e ispirare e portare speranza.
Il mondo sta guardando e io sono in grado di rappresentare i rifugiati e tutti gli 80 milioni di sfollati nel mondo. Sono grato per il supporto che c’è dietro di me: la mia famiglia, il mio allenatore, il mio popolo afghano, l’IPC e l’UNHCR. Mi danno sostegno e non mi sento solo”.
Lorenza Raffaello
Photo Credit: Instagram @abbaskarimiswim
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