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“A Gaza è tutto finito”, una testimonianza di Denny Castiglione

5 minuti di lettura

Denny, il testimone dalla Palestina di Denny Castiglione

Gli spari che accompagnano le notti

“Sono tornato da una decina di giorni dalla Palestina ma ancora non mi sono abituato a non sentire gli spari che accompagnavano le notti mentre cercavamo di riposare qualche ora, non mi sono ancora abituato a non vedere gente armata fino ai denti che si picchia, arresta o uccide dei poveri contadini o pastori. Ho avuto la fortuna di girare il mondo, ho avuto la fortuna di cooperare in vari luoghi del mondo, dai paesi più poveri alla rotta migratoria del Mediterraneo Centrale, dall’Iraq stremato dalla guerra al Daesh alla Siria sotto bombardamenti continui, dall’Ucraina alla Palestina.. uno stato che non esiste più. Perché per quanto io possa provare a descrivervi cosa sia ormai questa terra è inspiegabile rendersi conto da qui, dalle nostre case, una situazione che è davvero pesante e straziante.

Non c’è speranza a Gaza

Torno per la prima volta in vita mia con un pensiero molto cinico che mi dice dentro di me che non c’è più speranza, che è tutto finito a Gaza come in Cisgiordania. Da una parte una distruzione totale di ogni cosa e dall’altra i resti di un accordo mai applicato che rendono le città della West Bank delle piccole enclave a cui ogni giorno l’esercito israeliano o i coloni erodono un pezzettino di terra.

Non so spiegarvi quel magone che ogni giorno mi accompagna appena sento la parola Palestina, un luogo in cui mi sono trovato, nonostante tutto, subito a casa. Da Ramallah a Betlemme, da Hebron a Yatta, da microscopici paesini e accampamenti di beduini a sud che resistono, pascolando e coltivando, all’inferno di Gaza. Ovunque è stata casa fin da subito. Guardi le mani e gli occhi di chi prova a resistere e non puoi non sentirti parte di questa lotta che badate bene non è contro nessuno, non è contro una religione ma è semplicemente una lotta di autodeterminazione e libertà.

Abbiamo cercato di stare il più possibile con più gente possibile, tra il lusso quasi vomitevole di Ramallah al deserto totale che ormai accompagna tutte le città in area A della Cisgiordania, Betlemme compresa, dove quasi tutto è ormai chiuso, nemmeno più i pellegrini si recano nei luoghi sacri del cattolicesimo. La piazza davanti la chiesa della natività si riempie di militari israeliani quasi ogni sera e subito non si fa attendere la risposta palestinese. Una scintilla e poi il fuoco.

Anche Gerusalemme è una città spettrale, la stragrande maggioranza di Hotel e negozi chiusi. La città vecchia quasi totalmente vuota, il santo sepolcro con persone che si contano con una mano sola, la spianata delle moschee deserta. Quello che sta lasciando il 7 ottobre a questa terra è molto di più di ciò che si pensa, è l’apice di una crisi irreversibile.

Una resistenza non violenta

Abbiamo incontrato chi ha deciso di abbandonare la lotta armata in nome dei comitati di resistenza non violenta che si stanno moltiplicando in tutta la Palestina, una soluzione? Non credo, ma sicuramente è una nuova speranza. Un’alternativa ad Hamas come a Fatah il cui leader ormai non rappresenta quasi più nessuno.

Di sicuro è il momento più difficile dal 1967 ad oggi. Da quando finita la guerra dei cinque giorni tutto cambiò. Non è un’analisi mia, ma quello che ci hanno ripetuto tutti i palestinesi che abbiamo incontrato, come anche gli israeliani arabi. Perché ci si dimentica sempre che non possiamo generalizzare e dire che gli israeliani sono tutti come Netanyahu anzi, c’è per fortuna una parte di popolazione israeliana che vuole la pace e una convivenza tra i due popoli, che non appoggia le scelte scellerate di un governo allo sbando e che non appoggia la politica estremista portata avanti da Ben Gvir e da Smotrich per l’aumento continuo di colonie e avamposti.

L’occupazione dei territori palestinesi, per come sta andando avanti, sembra configurarsi in un sistema in cui, di fatto, c’è un’unica entità statale che controlla sia i territori israeliani sia la Cisgiordania, assorbita pezzo dopo pezzo, in cui vivono tre milioni di palestinesi senza diritto di voto e sotto brutale controllo militare.

L’incontro con il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa

Ho avuto l’onore di essere ricevuto dal Patriarca di Gerusalemme Sua Beatitudine Pizzaballa, un incontro incredibilmente lungo e profondo. Chi mi conosce sa che non sono credente o meglio, credo che ogni persona debba essere libera di pregare chi vuole, dove vuole e quando vuole. Nutro profondo rispetto per chi ha fede, d’altronde chi sono io per giudicare?

E poi la chiesa nelle situazioni di conflitto è sempre stato un rifugio sicuro in cui le porte mi sono sempre state spalancate, dalla guerra in Iraq, all’Ucraina, alla Giordania e anche qui in Palestina. Tornando all’incontro, ho trovato il Patriarca stanco, disilluso da ogni possibile soluzione, arrabbiato perché si sente abbandonato da tutto il mondo in una missione quasi impossibile, riuscire a mantenere un dialogo a Gaza come in Cisgiordania con entrambe le fazioni.

Mi ha domandato cosa ho visto con i miei occhi e cosa pensavo e, onestamente ho ripetuto quello che mi dicevano le persone che abbiamo incontrato ovvero come si fa a pensare a due stati e due popoli in questo momento?

Lo stato della Palestina non esiste più o forse non è mai esistito. Un unico stato? anche questa via oggi pare impraticabile visto l’odio che si è generato e che, con le guerre, si moltiplica e passa alle nuove generazioni che dovrebbero essere la nuova classe dirigente. Ci siamo spinti in discorsi geopolitici molto profondi, interessanti ed è stata a posteriori una situazione quasi paradossale, visto che la massima autorità della chiesa in medio oriente ne stava parlando con me, un volontario partito da una piccola città veneta di una piccola organizzazione che prova a fare semplicemente quello è giusto fare.

Cosa mi porto a casa

Le giornate sono state lunghissime, le cose che succedevano tantissime, potrei raccontare per pagine e pagine ma vi annoierei più di quello che ho già fatto fino ad ora. Torno a casa con le immagini negli occhi della fuga in piena notte per non essere catturato, dove mi hanno salvato la notte e gli ulivi secolari.

Mi porto a casa un villaggio assediato da ore, dove ci aspettava un compagno e che abbiamo deciso di raggiungere nonostante fosse pericolosissimo, abbiamo scavalcato quel muro fatto dall’esercito perché era giusto così, perché in quel momento e in quel luogo l’unica cosa giusta da fare era stare insieme a loro, senza possibilità di fuga.

Mi porto a casa la resilienza senza eguali del popolo palestinese. Mi porto a casa la capacità di lottare dei movimenti non violenti con delle zappe per coltivare o delle pecore da far pascolare. Mi porto a casa le parole di chi ha fatto 20 anni di galera per il sogno di avere uno Stato e di sentirsi rappresentato da una bandiera.

Mi porto a casa l’immagine di chi, anche nei luoghi più tristi del mondo, prova ad animare i campi profughi perché, nonostante tutto, il sorriso è un’arma potentissima. Mi porto a casa la consapevolezza di tanti compagni che hanno abbandonato la lotta armata convinti che questa via ha fallito. Io non giudico, non so se è vero o meno ma di sicuro i grandi discorsi che sento qui dalle nostre case accoglienti e sicure li detesto, tutti dovrebbero andare lì quanto meno a provare a capire, per poi avere una legittima posizione, ma parlare di una cosa così grande, senza cognizione di causa, è molto pericoloso.

Saber e Padre Gabriel

Mi porto a casa Saber che è stata la mia ancora di salvezza in quei giorni, un bambino che mi si è appiccicato addosso dal primo momento che mi ha visto e che mi ha permesso di sorridere tanto e di dimenticare tante cose brutte. Mi porto a casa Padre Gabriel che, dall’inferno in terra di Gaza, tiene ancora aperta la parrocchia stando concretamente vicino agli ultimi del mondo, distribuendo a tutti senza nessuna distinzione quel poco di aiuti che riesce a far entrare.

Mi porto a casa il coraggio di Caterina (Caterina Rigo, la giovane moglianese di Officina 31021 che condivide con Denny diversi viaggi ndr) che mi ha seguito in quasi tutte le azioni, mi porto a casa la solidarietà e la vicinanza di Officina 31021 che ancora una volta si è dimostrata molto di più di un’associazione giovanile di una piccola città. Mi porto a casa tutto, anche quel magone dentro che non riesco a farmi passare.”

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